Cosa penso dell’Italia fuori dall’Afghanistan. L’opinione di Camporini

Cosa penso dell’Italia fuori dall’Afghanistan. L’opinione di Camporini
Il ritiro dall'Afghanistan e qualche perplessità. Conversazione con Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e vice presidente dell'Istituto affari internazionali

Fonti della Difesa italiana hanno annunciato ieri all’Ansa che la ministra Elisabetta Trenta ha già dato l’ordine al Coi, il Comitato operativo interforze, di studiare i piani per il ritiro dall’Afghanistan del contingente italiano impegnato nell’operazione ISAF della Nato – quella mossa a sostegno degli Stati Uniti contro il regime talebano colpevole di aver dato protezione ai qaedisti del 9/11.

Ora gli Stati Uniti  hanno già chiuso il “framework” che farà da base a un accordo con i Talebani, a cui seguirà un’altra fase di transizione intra-afghana (governo-Taliban), e questo dovrebbe creare i presupposti affinché anche le altre forze occidentali lascino il paese.

Le notizie uscite sui giornali non sono state smentite dal governo italiano se non dalla Farnesina, che si è dichiarata all’oscuro di certe discussioni. Anzi, il frontman del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista, in un post pubblicato su Facebook ha ringraziato la ministra e il vicepremier Luigi Di Maio – che negli equilibri interni collegati al contratto politico con la Lega rappresenta quella che è ormai diventata la seconda forza di governo – del buon lavoro fatto.

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La Lega di Matteo Salvini ha invece preso una posizione contraria, definendo il ritiro “un parere” di Trenta e mostrando come le divisioni interne al governo italiano ricoprano anche questo dossier. Qual è la situazione? Formiche.net lo ha chiesto al generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e tra i più prestigiosi comandati italiani internazionali.

“Quello che sta succedendo mette di nuovo in evidenza un problema che pesa da tempo su questo Paese: non è chiaro il meccanismo di comando delle forze armate. Costituzionalmente sarebbe il presidente della Repubblica il comandante supremo, ma lui non dà ordini, e la palla passa al governo, dove però il presidente del Consiglio non ha su questo poteri superiori agli altri ministri. Anche per tale ragione con l’approvazione del decreto sulle Missioni, che con tanta fatica ha un po’ riordinato il tema, si è deciso che il Parlamento dia parere preventivo all’impegno militare”, dice Camporini, che sottolinea per correttezza che attualmente è politicamente impegnato con +Europa.

“Quello che è successo ieri mi lascia perplesso per questa ragione, perché non mi risulta che il parlamento italiano abbia avviato una discussione sul ritiro delle forze armate impegnate in Afghanistan. E ricordiamo anche che questo genere di missioni sono frutto di relazioni internazionali, attivate in coalizione o addirittura nell’ambito delle alleanze (come è il caso dell’Afghanistan, ambito Nato, ndr). Come possiamo prendere decisioni senza prima passare per un confronto con gli alleati?”, continua il generale, che è anche vice presidente dell’Istituto affari internazionali.

“Certo – prosegue – abbiamo il pessimo esempio dato dalla decisione unilaterale della Casa Bianca di tirar fuori i soldati dalla Siria, che può aver sdoganato processi non corretti, ma quella afghana è una missione Nato e in quell’ambito va discussa. Per altro, mi preme ricordare che le forze armate sono uno strumento della politica estera di un paese, e apprendere dai media che la Farnesina non sia stata messa a conoscenza delle decisioni sul ritiro mi ha davvero rattristato”.

In linea generale, lei come vede il processo di pace innescato tra americani e talebani? “Partiamo da un punto: è stato condotto in una maniera irrituale, basta pensare che il governo regolarmente eletto di Kabul non è stato invitato alle negoziazioni (su questo gli americani hanno accettato la richiesta degli insorti, che definiscono l’esecutivo un “fantoccio”, quasi avallandone la posizione, ndr). Però, va detto che qualsiasi passo verso la pace e qualsiasi impegno verso una stabilità interna duratura in quel multiforme sistema che è l’Afghanistan non può che essere un bene”.

Se oggi, dopo diciotto anni di guerra, si è arrivati a questo punto è anche grazie ai buoni risultati ottenuti con l’impegno politico-militare profuso dalle forze occidentali, non trova? “Certamente. Quando vedo il giubilo di qualcuno sull’imminenza del ritiro mi rammarico perché non credo che sia sufficientemente percepita la differenza tra l’Afghanistan del 2019 e quello che abbiamo trovato nel 2001. Abbiamo pagato un grosso costo, le nostre ragazze e i nostri ragazzi sono morti e hanno subito danni permanenti, abbiamo speso molto economicamente, ma abbiamo restituito alla popolazione civile afghana una speranza in termini di diritti che prima era un miraggio”.

“Anche pensando a tutto il lavoro che ancora c’è, perché ovviamente gli standard locali sono ben lontani da quelli che viviamo qui, temo che un’interruzione immediata rischi di non essere troppo saggia”.

ultima modifica: 2019-01-29T11:00:13+00:00 da Emanuele Rossi

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  • iskra zycia

    Vorrei che qualcuno rileggesse i titoli dei giornali di quando fu bombardato l’Afghanistan circa 17 anni fa: liberate le ragazze dal burka, finalmente si rivedono i loro volti…oggi abbandoniamo tutto nelle mani dei Talebani (integralisti) gli stessi contro cui era iniziata la guerra. Sarebbe bello che le donne afghane potessero tornare negli anni 70 quando potevano girare in gonna ed avevano diritti, ma allora erano sotto i russi e noi portammo la liberta’ quella di stare sotto i burka. Vergogna occidente!