Lino Banfi, la sinistra e il paradosso dell’astensionismo. L’opinione di Panarari

Lino Banfi, la sinistra e il paradosso dell’astensionismo. L’opinione di Panarari
Conversazione con il professore della Luiss Guido Carli ed esperto di comunicazione politica. La convention grillina? Il trionfo del "communication oriented party". Le opposizioni? Appiattite sulla propaganda altrui

La comunicazione del Movimento 5 Stelle “è come sventolare un drappo rosso davanti a un toro”, il quale non può che rispondere creando un polverone. Così l’effetto scenico della nomina di Lino Banfi alla commissione italiana per l’Unesco viene letta da Massimiliano Panarari, esperto di comunicazione politica in questi giorni nelle librerie con “Uno non vale uno: Democrazia diretta e altri miti d’oggi” (Marsilio) in cui la propaganda dei movimenti populisti viene vivisezionata in tutti i suoi aspetti.

Ecco, allora, cosa pensa Panarari della convention grillina, della scelta di Lino Banfi per l’Unesco e della risposta delle opposizioni.

Non stupisce che il Movimento abbia voluto puntare sull’approvazione della sua misura simbolo. Tuttavia oggi si parla più della nomina di Lino Banfi che del Reddito di cittadinanza. Qualcosa è andato storto?

Mi sembra che la nomina di Banfi sia all’interno di una strategia comunicativa totale. Siamo di fronte davvero a quello che definirei l’imperialismo della comunicazione, o il totalitarismo. È chiaro che c’è una evoluzione della comunicazione del Movimento 5 Stelle collegata alla centralità che la dimensione della comunicazione e quindi della propaganda riveste per questo partito, che in tutto e per tutto possiamo chiamare un “comunication oriented party”, ossia un partito costruito e orientato sulla comunicazione.

Erano presenti in tanti, da Di Battista a Conte, più Davide Casaleggio e i vari componenti del governo fino ad arrivare agli eletti in ambito regionale e comunale. Il Movimento al completo.

Siamo un po’ nel campo dei paradossi. Ritorna Di Battista e il Movimento 5 Stelle ha il forno della rivoluzione permanente, questo incrocio tra neoguevarismo e peronismo per cui si arriva a proporre al movimento dei gilet galli un’impossibile offerta di piattaforma informatica e di collaborazione, che vengono rispedite al mittente, ma al tempo stesso è forza di governo e costruisce un evento centrato sull’idea di presentare la sua misura simbolo. Da questo punto di vista occorrerebbe, da parte delle forze politiche di opposizione, di prestare molta attenzione.

Cosa intende?

L’evento di ieri era curato per dire che il reddito di cittadinanza è stato realizzato. Cioè che il Movimento 5 Stelle, la cui parabola è caratterizzata da un’enorme idiosincrasia tra le promesse e i risultati, ha portato a termine la misura simbolo per cui è stato votato in maniera rilevante. Non per la platea e secondo l’ammontare promesso e annunciato all’inizio, ma comunque per una certa fetta di persone. Insomma, l’idea della promessa che si mantiene, ora che è stata approvata, è una dimensione su cui dal punto di vista comunicativo il mondo pentastellato insisterà tantissimo e la precisione chirurgica della presentazione di ieri ne è un esempio. In questo quadro comunicativo si inserisce anche la nomina di Lino Banfi.

Qual è stata la funzione della nomina di Banfi alla commissione italiana per l’Unesco?

Dal momento che il modello comunicativo è costruito per attirare l’attenzione e far sì che tutti noi ne parliamo, Lino Banfi era in qualche modo la ciliegina sulla torta, l’elemento di maggiore impatto per attirare l’attenzione.

Non per niente è stata fatta all’inizio…

Una sorta di butta dentro (ride, ndr). L’introduzione, per evitare lo skip intro o che non si prestasse attenzione all’evento. Potremmo dire che la nomina di Banfi è stata una forma di clickbaiting. Naturalmente ci sono gli effetti collaterali di questo tipo di comunicazione, perché quando la dimensione plateale e la dimensione shocking sono così preponderanti, il resto rischia di passare in secondo piano. Il punto, però, è che l’evento è riuscito e tutti ne parlano, anche nella dimensione shocking della nomina di Banfi.

Come si può interpretare, che messaggio vuole veicolare?

Credo tenga insieme una serie di dimensioni tipicamente comunicative, per l’appunto attirare l’attenzione, che prevede un’escalation: per colpire occorre alzare sempre più l’asticella dello stupore. Una decisione del genere da una parte è indimenticabile, dall’altra mira a far indignare un pezzo di opinione pubblica e una parte di opposizione. È come sventolare un drappo rosso davanti a un toro, gran parte delle misure comunicative dei populisti sono fatte appositamente per suscitare l’irritazione e l’indignazione della parte di opinione pubblica che la pensa diversamente. Infatti, dal punto di vista comunicativo, molto meglio sarebbe per l’opposizione ignorare le provocazioni, non cascare nel tranello. Ancora una volta, invece, dal punto di vista comunicativo, i 5 Stelle hanno ottenuto il loro risultato. Ma c’è un secondo elemento.

Quale?

Il secondo elemento rimanda all’ideologia populista, che è costitutivamente anti-intellettualistica, quindi in un contesto complicato peraltro, perché la fase che sta vivendo l’Unesco è complicata da molti punti di vista ed è a sua volta caratterizzata da uno scontro politico molto forte al proprio interno, in questo contesto la nomina di una figura che ha una grande professionalità nel campo dello showbusiness. È un campione nazional popolare con il quale i populisti intendono sintonizzarsi anche a livello simbolico – in questo modo compiono un’operazione che sta all’interno della vittoria dell’egemonia sottoculturale e della distruzione del principio di competenza. Inoltre Banfi aveva espresso già in passato delle simpatie per Di Maio e il Movimento 5 Stelle, quindi c’è un meccanismo del rispecchiamento in cui la comicità nazional-popolare e gli uomini che la interpretano sono in sintonia con i campioni politici del popolo.

In questa rappresentazione ad effetto, però, le figure che sono state meno accattivanti sono state Alessando Di Battista e Beppe Grillo, che ha solo inviato un videomessaggio. Perché?

L’evento era costruito attorno a Di Maio. Dal momento che il Movimento 5 Stelle è bicefalo, partito di lotta e di governo era costruito per un M5S in versione governista con l’attenta regia di Casalino che è il gran cerimoniere della comunicazione di governo. Tutto quello che esulava dal “one man show” di Di Maio erano funzioni di corredo, accessorie, ancillari e non potevano oscurare il vicepremier. L’assenza di Grillo potrebbe anche essere un altro elemento della rotta di collisione tra Grillo e il Movimento 5 Stelle di cui si è parlato tanto nelle scorse settimane, un po’ come la firma da parte di Grillo dell’appello prodotto dal prof. Burioni, ossia una volontà di non fornire completamente il proprio endorsement, anche per tenersi uno spazio legato alla centralità della figura di Grillo nella stagione iniziale di M5S, quando era una forza antisistema non ancora al governo.

Pochi giorni fa ci sono state le elezioni suppletive in Sardegna. Due dati sono saltati all’occhio, una grandissima astensione e la vittoria di un candidato che non è stato “aiutato” da nessun big di partito. Cosa si può evincere da questi due dati?

Il campaigning elettorale ci insegna che ogni campagna elettorale è storia a sé. Qui stiamo parlando di un dato parzialissimo ed estremamente specifico, collegato ad un territorio che peraltro neppure rappresenta, per la sua specificità, il luogo in cui sulla base delle medie ponderate su una base storica si può intravedere una tendenza, quindi il vero tema è che è un caso assolutamente a sé. Quello che possiamo ricavare dal punto di vista interpretativo è che il pasticcio che ha generato la nuova elezione è collegato a una figura emblematica nel Movimento 5 Stelle, che mette in evidenza come sia un partito di raccolta di personaggi improvvisati e in un certo senso irresponsabili. Si evidenzia, insomma, un problema con la selezione della classe dirigente del Movimento 5 Stelle e forse l’elettorato di quel collegio non ha, diciamo così, risposto positivamente alle esternazioni fatte dall’ex deputato.

Passando al centrosinistra, invece?

Mi sembra che ci sia, nella persona che è stata eletta, una storia di radicamento territoriale, di credibilità professionale, di conoscenza diretta da parte degli elettori che l’hanno eletto, seppure in un contesto di enorme astensionismo. È chiaro che in un contesto di astensionismo così elevato una minoranza organizzata riesce a far prevalere il suo risultato. Il punto è che quell’astensionismo così elevato rende difficile interpretare questo dato, ma in un contesto come questo di disaffezione pubblica nei confronti delle figure che svolgono un ruolo di leadership internazionale, non si può dire che sia stato meglio per il candidato non avere leader nazionali a far campagna per e con lui, ma sicuramente si può affermare che c’è un legame con il territorio. Mi pongo una domanda, però.

Quale?

Mi domando se questo non significhi che il centrosinistra ha chance nel momento in cui l’astensionismo è elevato. Cioè, rispetto a una storia, quella della sinistra, di partecipazione e mobilitazione popolare, che in questo momento premia i partiti populisti, la riduzione della partecipazione alle consultazioni tende a premiare il centrosinistra. Ultimo elemento su cui mi concentrerei è che questa elezione, per quanto particolare e specifica, mostra che a essere premiata è l’unità. L’assenza di simboli, ma anche la capacità di parlare alle anime diverse della sinistra e del mondo progressista.

Cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi mesi di campagna elettorale?

Ci vorrebbe la sfera di cristallo per saperlo, ma credo che assisteremo a una continua creazione di nemici, perché la narrazione populista è fondata sulla dicotomia amico-nemico. Come abbiamo visto in questi giorni si è passati dall’euro all’individuazione di un’altra moneta, il Franco Cfa, come obiettivo polemico. In questo c’è molto del pensiero magico del neopopulismo e la moneta, che è un concetto astratto, si presta perfettamente a simboleggiare il male e diventa la responsabile della fuoriuscita di interi settori delle popolazioni locali dai Paesi di origine quando è ampiamente dimostrato che i migranti che arrivano in Italia non arrivano dall’area del Franco Cfa. Ci sarà poi una competizione serrata tra Movimento 5 Stelle e Lega che hanno scelto accuratamente due posizionamenti non coincidenti e l’altro elemento sarà osservare come l’odissea del centrosinistra evolverà, in quale direzione. A riguardo, c’è un tema fondamentale: funziona non l’offerta indistinta, ma la differenziazione dell’offerta.

ultima modifica: 2019-01-23T10:00:11+00:00 da Simona Sotgiu

 

 

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