Le fake news tra storia e letteratura. Un salto indietro nel tempo

Le fake news tra storia e letteratura. Un salto indietro nel tempo
La notizia falsa più antica del mondo risale a tredici secoli fa e "certificava che l’imperatore Costantino, in segno di gratitudine verso papa Silvestro che lo aveva guarito miracolosamente dalla lebbra, si era convertito al cristianesimo, donando alla Chiesa di Roma un terzo dell’impero"

Non c’è gara: la bufala più grande di tutti i tempi, per quanto si sforzino i russi e tutti gli altri fabbricanti di menzogne stranieri e nostrani, è già stata pubblicata. Tredici secoli fa. E cambiò la storia del mondo. Finché non sbucò fuori Lorenzo Valla che nel 1440, mettendo a frutto gli studi di filologia e di retorica ma più ancora esercitando lo spirito di uomo libero, scrisse “Il Discorso sulla falsa e menzognera donazione di Costantino”. Il documento, scrive Carlo Ginzburg, aveva avuto una «circolazione larghissima» per tutto il Medioevo. E “certificava che l’imperatore Costantino, in segno di gratitudine verso papa Silvestro che lo aveva guarito miracolosamente dalla lebbra, si era convertito al cristianesimo, donando alla Chiesa di Roma un terzo dell’impero”. In realtà, continua lo storico, è opinione oggi condivisa «che il constitutum sia stato redatto verso la metà del secolo VIII per fornire una base pseudo-legale alle pretese papali al potere temporale», ma per molto tempo la donazione «non venne assolutamente messa in dubbio». Nemmeno da Dante, convinto che quel potere temporale avesse gettato le premesse della corruzione della Chiesa: “Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,/ non la tua conversion, ma quella dote/ che da te prese il primo ricco patre”.

Certo è che quando Valla provò in modo inequivocabile e con parole aspre l’impossibilità che il testo fosse autentico (“si può parlare di Costantinopoli come di una delle sedi patriarcali, quando ancora non era né patriarcale né una sede né una città cristiana né si chiamava così, né era stata fondata, né la sua fondazione era stata decisa?”), questa prova del falso, per quanto preceduta da opinioni simili come quella del filosofo Nicolò Cusano, sollevò uno scandalo. Sopito per decenni dalla difficoltà con cui circolavano venticinque manoscritti. Ma esploso quando il tedesco Ulrich von Hutten, nella scia di Lutero e delle tesi affisse sul portale della cattedrale di Wittenberg, riprese il testo e decise di stamparlo. Era il 1517: esattamente mezzo millennio fa.

Eppure, come ricorda Luciano Canfora nel suo “La storia falsa”, la donazione di Costantino non è la bufala più antica. Ben prima, infatti, sarebbe falsa una lettera attribuita a Pausania, nella quale l’allora potentissimo «reggente» spartano avrebbe scritto a Serse, il re dei Persiani appena sconfitto: “Ti restituisco questi prigionieri catturati in battaglia volendoti fare cosa gradita e ti propongo, se piace anche a te, di sposare tua figlia e di sottomettere al tuo potere Sparta e tutta la Grecia. Ritengo di essere in grado di realizzare questo piano se mi metto d’accordo con te. Se dunque qualcosa di questa proposta ti piace, manda qualcuno fidato con cui possa proseguire la trattativa”. Un’offerta di tradimento da prender con le pinze, scrive Erodoto (“Sempre che sia vero ciò che si dice…”), ma che Pausania pagò cara: condannato a morte, si rifugiò in un tempio dove non potevano toccarlo. E lì, senza toccarlo, lo murarono vivo. A morire di fame e di sete. Per un messaggio probabilmente falso scritto da altri. La lettera del resto, insiste Canfora, «è in qualunque epoca il genere falsificabile per eccellenza». Lo studioso racconta di “una lettera di Cicerone che descrive, con accenti quasi trionfali, come egli avesse smascherato, per semplice analisi ‘interna’, un dispaccio giunto in Senato mentre si era in seduta, e falsamente attribuito a Bruto, il cesaricida, allora impegnato a organizzare le forze repubblicane in Oriente”.

La Donazione di Costantino è solo uno dei casi di “antiche bufale” di cui è costellato il panorama storico. Rispondendo alle domande di Matteo Sacchi per il Giornale, infatti, lo storico Lorenzo Del Boca ci fornisce altri esempi lampanti di come queste benedette fake news siano tutt’altro che nate ieri: “Esistono dalla notte dei tempi, la Storia ne è piena, solo che una volta le chiamavamo balle. Sono, spesso, generate dal potere che può usarle o per vezzeggiarsi o per difendersi. Faccio un esempio: Tito Livio ci descrive un Muzio Scevola che mette una mano su un braciere ardente senza fare una piega… Ovviamente – spiega Del Boca – è una cosa senza senso, è solo il modo di glorificare la forza di Roma. Altre volte invece la falsa notizia è funzionale a uno scopo immediato. Amplificare l’irredentismo lo era, altro esempio, all’entrare nella Prima guerra mondiale. Esistono poi fake news che si basano sostanzialmente sull’omissione. Come quando Togliatti impose al partito di silenziare i crimini di Stalin anche se Kruscev li stava rendendo pubblici…”. E ancora: “Tutta la storia del comunismo sovietico ha prosperato su notizie false. Il Pci sposò in pieno la metodica e la mise in pratica nel caso dell’invasione dell’Ungheria nel 1956 e poi dell’invasione della Cecoslovacchia. Come dicevo prima, Togliatti con Stalin la applicò alla perfezione…”.

Anche l’Huffington Post, con Renato Paone, dà un contributo a questo sguardo all’indietro: “Le fake news impestano la rete, suscitano clamore e indignazione. Ma è un fenomeno che affonda le sue radici nella storia, non è frutto solo dell’epoca contemporanea. Tanti i documenti del passato che erano stati dati per veri, resistendo anche per molti secoli. Ma il duro lavoro di storici, esperti e umanisti ha permesso di far emergere la loro infondatezza, la loro falsità. Tra i più famosi falsi storici: la Donazione di Costantino, che diede inizio al potere temporale della Chiesa, la leggenda del ‘Prete Gianni’, la notizia della morte di Napoleone nel 1814 per meri interessi economici, la divulgazione dei “Protocolli dei Savi di Sion” agli inizi del secolo scorso e la truffa paleontologica dell’uomo di Piltdown”.

Per avvicinarci al nostro tempo, maestro di fake news era il ministro della propaganda del III Reich, Joseph Goebbels. Il Reich spendeva tra un quarto di miliardo e mezzo miliardo di dollari all’anno per finanziare il dicastero di Goebbels (mentre gli americani investivano 26 milioni all’anno). Il risultato fu una macchina del consenso impeccabile che partoriva notizie false a ripetizione. Come i famigerati articoli che alimentarono la campagna contro “la scienza ebraica, massonica e bolscevica” o quelli contro le “orde asiatiche” (i comunisti) e contro gli Ebrei. Anche la guerra è cominciata con una bufala costruita a tavolino. Prima di attaccare la Polonia (1939) il regime lanciò una campagna mediatica per preparare l’opinione pubblica alla guerra, gonfiando le notizie di “atrocità polacche” che secondo gli organi di regime sarebbero culminate con l’attacco alla stazione radio tedesca a Gliwice.

La notizia venne ripresa da tutti i mezzi di informazione, peccato che fosse falsa: l’attacco era stato fatto da SS tedesche che indossavano le divise polacche. Nessuno se ne accorse e il giorno seguente Hitler annunciò la sua decisione di invadere la Polonia. Tutte queste (false) notizie oltre che sui giornali, circolavano sulle radio: nella città tedesca di Zeesen c’erano otto trasmettitori radio in grado di raggiungere il mondo intero con canali personalizzati per ogni paese. Le trasmissioni naziste godevano di un discreto consenso, anche fuori dalla madrepatria: il loro modo di raccontare la guerra, irriverente e sarcastico, era ritenuto poco istituzionale e spesso piacevole. Un sondaggio all’epoca rilevava che il 58% degli ascoltatori in Inghilterra ne rimaneva attratto «perché trovava la sua versione delle notizie così fantasiosa da essere divertente». Una delle riviste che pilotava di più l’opinione pubblica (oltre ovviamente ai cinegiornali, i notiziari di regime) era Signal, pensata sulla falsariga del settimanale americano Life.

Anche Signal era a colori e fu distribuita dal 1940 al 1945 in 23 paesi tra quelli neutrali alleati e quelli occupati (era tradotta in oltre 20 lingue). Per realizzarla e promuoverla il regime aveva stanziato un budget equivalente a 2 milioni di dollari (aveva una tiratura di 2,5 milioni di copie). La redazione era composta da militanti dell’esercito tedesco specializzati in giornalismo, cinema e fotografia incaricati di perlustrare il fronte, recuperando immagini brillanti da mettere in circolazione con stile e brio hollywoodiano. L’editore rispondeva direttamente all’Alto Comando della Wehrmacht. La gente lo comprava e la leggeva con piacere. A conferma che la macchina della propaganda era in grado di far credere alla gente qualsiasi cosa il regime volesse. Come dirà il Presidente del Reichstag, Hermann Goering, al Tribunale di Norimberga al momento del processo che lo incriminò: “Le persone possono sempre essere portate agli ordini dei leader. Tutto quello che devi fare è dire loro che sono stati attaccati, denunciando i pacifisti per la mancanza di patriottismo e perché espongono il paese al pericolo. Funziona allo stesso modo in tutti i Paesi”.

Ma una delle fake news di Goebbels e dei nazisti giunta ai giorni nostri è quella secondo cui l’esercito polacco, aggredito dalla Germania il primo settembre 1939, abbia caricato i carri armati ‘Panzer’ con la cavalleria polacca. La falsità, apparentemente coperta dal presunto (ma poco intelligente) eroismo polacco, fu servita dal ministro della propaganda che fece trovare ai giornalisti internazionali una piana coperta da un settore di cavalleria polacca abbattuto in combattimento. Un modo per denigrare l’arretratezza e stupidità del popolo slavo e al tempo stesso esaltare la modernità e invincibilità dell’esercito del Fuhrer.
La fake news più celebre riguardante gli ebrei raccontava che rapivano i neonati prima della celebrazione della Pasqua ebraica perché avevano bisogno del sangue di un bambino cristiano da mescolare con il loro matzah (il pane non lievitato).

Ma anche le Sacre Scritture parlano di fake news, a partire dal principio, la Genesi. “La prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire come ‘logica del serpente’, capace ovunque di camuffarsi e di mordere”. Lo ha scritto nel gennaio 2018 Papa Francesco nel messaggio per la 52esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, per celebrare il tema “Fake news e giornalismo di pace”. “Si tratta – scrive Jorge Mario Bergoglio – della strategia utilizzata dal ‘serpente astuto’, di cui parla il Libro della Genesi, il quale, ai primordi dell’umanità, si rese artefice della prima ‘fake news’, che portò alle tragiche conseguenze del peccato, concretizzatesi poi nel primo fratricidio e in altre innumerevoli forme di male contro Dio, il prossimo, la società e il creato”.

“La strategia di questo abile ‘padre della menzogna’ è proprio la mimesi, una strisciante e pericolosa seduzione che si fa strada nel cuore dell’uomo con argomentazioni false e allettanti. Nel racconto del peccato originale il tentatore, infatti, si avvicina alla donna facendo finta di esserle amico, di interessarsi al suo bene, e inizia il discorso con un’affermazione vera ma solo in parte: “È vero che Dio ha detto: ‘Non dovete mangiare di alcun albero del giardino? Ciò che Dio aveva detto ad Adamo non era in realtà di non mangiare di alcun albero, ma solo di un albero: “Dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare”.

La donna, rispondendo, lo spiega al serpente, ma si fa attrarre dalla sua provocazione: “Del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Questa risposta sa di legalistico e di pessimistico: avendo dato credibilità al falsario, lasciandosi attirare dalla sua impostazione dei fatti, la donna si fa sviare. Così, dapprima presta attenzione alla sua rassicurazione: “Non morirete affatto”. Poi la decostruzione del tentatore assume una parvenza credibile: “Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male”. Infine, si giunge a screditare la raccomandazione paterna di Dio, che era volta al bene, per seguire l’allettamento seducente del nemico: “La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile”. Questo episodio biblico rivela dunque un fatto essenziale per il nostro discorso: nessuna disinformazione è innocua; anzi, fidarsi di ciò che è falso, produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi.

Alessandro Zaccuri su Avvenire, nel settembre 2017, ricorda il Conte di Montecristo, tra i capolavori di Dumas. Edmond Dantès, com’è noto, è tornato per vendicarsi e tra le armi di cui intende avvalersi c’è anche quella del dissesto finanziario. Uno dei suoi nemici, il barone Danglars, ha una moglie che ama giocare in Borsa, sfruttando spesso le informazioni che le vengono anticipate dall’amante, ben introdotto al ministero degli Interni. Per far cadere la donna in un investimento avventato, Dantès va di persona a una stazione del telegrafo alle porte di Parigi, corrompe l’addetto alle trasmissioni e diffonde in questo modo una notizia del tutto destituita di fondamento, quella del ritorno dall’esilio del pretendente al trono di Spagna, Don Carlos di Borbone. Piano modernissimo, che mescola fake news e insider trading, per la cui riuscita è però indispensabile un elemento abbastanza sorprendente: l’addetto al telegrafo non conosce il codice di cui si serve, è in grado di decifrare un paio di informazioni elementari che riguardano la gestione del servizio e per il resto si limita a riprodurre meccanicamente il segnale che gli viene inviato.

Sia pure aggiornato sul versante tecnico, il sistema è lo stesso dei fuochi di Eschilo, Scott e Tolkien. Dantès fa propagare una notizia falsa, ma il soggetto che la propaga è ignaro del contenuto del messaggio e quindi si comporta né più né meno come un algoritmo, indifferente all’identità e all’attendibilità dell’autore di un determinato tweet. Più fitta è la catena, più è sufficiente indebolirne un solo anello per renderla inaffidabile. La baronessa Danglars casca nel tranello, e forse non potrebbe fare altrimenti. Prima di essere falsamente annunciata, infatti, la riscossa di Don Carlos era stata oggetto di mormorii e illazioni, attraverso il rimando incrociato fra bruits publics (voci della strada) e dispacci giornalistici, studiato con illuminante intelligenza dallo storico Robert Darnton. Ma la falsa notizia messa in circolo da Dantès non è soltanto plausibile. La sua efficacia sta nella capacità di adattarsi alle aspettative della persona a cui è destinata, nella fattispecie l’avida nobildonna speculatrice. Il più delle volte è difficile, se non impossibile, sapere chi e perché si sta prendendo l’incomodo di fabbricare e spacciare fake news. Noi non li conosciamo, i signori della disinformazia, ma di sicuro loro conoscono noi: le nostre paure, i nostri pregiudizi, il nostro oscuro desiderio di lasciarci ingannare.

Riportiamo alcuni stralci dell’ebook “Fake News. Origini e orizzonti di un fenomeno alimentato dall’ignoranza”, scritto dal giornalista e spin doctor Andrea Camaiora (ed. AltroMondo, 2018), Ceo dello studio di comunicazione strategica The Skill 

ultima modifica: 2019-01-05T09:00:14+00:00 da Andrea Camaiora