Padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, pubblica sul nuovo numero della sua rivista un suo articolo dove spiega la necessità di reagire alla realtà, selezionando sette parole chiave, e un saggio sul Global Compact firmato da Michael Gallagher. L'analisi di Riccardo Cristiano

“Viviamo in una realtà mobile alla quale cerchiamo di adattarci come le alghe si piegano sotto la spinta del mare”. Comincia con questa citazione del “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa l’articolo che padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, pubblica sul nuovo numero della sua rivista, anticipato da Avvenire, insieme ad un saggio sul Global Compact di Michael Gallagher. E alle alghe offre una solidità ispirata in gran parte dal pensiero di Jorge Mario Bergoglio.

L’articolo di Spadaro indica infatti la necessità di reagire selezionando sette parole chiave. La prima è la più importante, “paura”. “Instillare la paura del caos è divenuta una strategia per il successo politico: si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti”. La risposta a tutto questo, per sottrarsi al fascino delle culture fondamentaliste viene indicata con le parole di Papa Francesco: compiere “gesti che si oppongono alla retorica dell’odio”.

La seconda parola, connessa alla prima, è “ordine”. Vista l’ebollizione dei rapporti tra le grandi potenze mondiali che sembrano dar vita più che a un nuovo ordine a un gran disordine Spadaro sollecita una “solida collocazione internazionale dell’Italia e un’attiva politica estera specialmente nel Mediterraneo, punto di incontro di Europa, Africa e Asia. Forse occorre evocare un nuovo ordine mediterraneo.”

La terza parola è “migrazioni”, che possono diventare il grimaldello per far saltare l’Europa. “Non sfuggono a nessuno le conseguenze del rimescolamento delle identità tradizionali e lo spaesamento che esso provoca. Bisogna affrontarlo con discernimento. Occorre non tradire mai i valori di fondo dell’umanità, ma metterli in pratica tenendo conto della situazione in cui si opera. Concretamente: è necessario lavorare all’integrazione”.

L’integrazione, la grande rimossa degli anni trascorsi e del presente, conduce alla quarta parola, “popolo”, che parla oggi di populismi, che credono nella coesione etnica. “Ma attenzione, perché quando la comunità etnica si pone al di sopra della persona, secondo Jacques Maritain, non vi è più alcun baluardo al totalitarismo politico. Le tradizioni antiliberali costituiscono ponti ideologici per le attuali alleanze tra cristianesimo e forme aggressive di populismo. Il rischio oggi per la Chiesa è altissimo: l’appartenere senza credere. E questo trasformerebbe la religione in ideologia: sarebbe la morte della fede”. E qui ricorda che il popolo è una cosa seria, citando quanto disse, definendolo, il cardinale Bergoglio nel 2010: “Si tratta di un accordo sul vivere insieme”. Quindi il punto oggi è che le élite diventano autoreferenti al caldo dei loro caminetti, la verità è che “molte persone si avvicinano ai partiti populisti o alle sette fondamentaliste perché si sentono lasciate indietro. Ecco perché la questione centrale oggi è quella della democrazia”. Siamo così alla democrazia, che appare in crisi, con la fiducia nei sistemi democratico-liberali che appare incrinata. Ma il sogno, o per qualcuno l’incubo della democrazia istantanea e diretta, magari on line, dice per Spadaro che non si può fingere “che la rete non esista e dobbiamo prendere atto che il consenso si forma anche nell’ambiente digitale. Il disagio si esprime soprattutto lì. Come fare a vivere la rete come forma di partecipazione democratica senza cadere in scorciatoie demagogiche?”.

Il passaggio alla parola successiva è già scritto e ovvio, si tratta di “partecipazione”. Il direttore della Civiltà Cattolica torna al citato discorso del cardinale Bergoglio del 2010, ricordando che già lì l’arcivescovo di Buenos Aires indicava la differenza tra abitante e cittadino. Questo, osserva “è, in fondo, anche il vero problema dell’Europa: ha abitanti europei che ancora non si sentono cittadini europei”. Senza partecipazione la democrazia si atrofizza, visto che lascia fuori proprio il popolo. E così si arriva al lavoro. Per Spadaro, e questo appare indiscutibile, “sembra esserci una differenza antropologica ormai tra l’uomo di Davos e il forgotten man, tra una élite di creativi innovatori e una massa di esecutori non qualificati”. Per reagire lui vede una strada: “Servono quelle ‘tre T’ delle quali parla Francesco, non come slogan: Tierra Techo Trabajo. Terra, casa e lavoro sono le cose fondamentali che danno dignità a una vita umana, rendono possibile la famiglia e permettono lo sviluppo umano integrale”. Dunque per ricostruire, per reagire come indicato all’inizio, la ricetta indicata da questo articolo su poche ma decisive parole è in una parola, riconnettersi, riconnettersi con le persone, tornando a essere “popolari”. La lettura più interessante di questo articolo sembra proprio quella di una sollecitazione al ritorno della politica per guardare avanti, perché discutere sulle forme dei canali d’irrigazione senza acqua serve a poco.

Quasi avviando uno sviluppo di questo articolo sul tema caldissimo delle migrazioni e del Global Compact, il numero di Civiltà Cattolica offre poco dopo un saggio fondamentale di Michael Gallagher. Che per respingere la retorica dell’odio esordisce contestualizzando così il Patto sui rifugiati: “Il 2 settembre 2015 la fotografia del corpo esanime di Alan Kurdi, un bambino di tre anni, su una spiaggia turca, ha spezzato il cuore al mondo. Questo bambino faceva parte dell’enorme quantità di persone che quell’estate entrarono in Europa, o tentarono di entrarvi. La Federazione internazionale della Società della Croce rossa e della Mezzaluna rossa (Ifrc) ha calcolato che, per la fine di quell’anno, quasi 800mila persone erano entrate in Grecia, su un totale di circa un milione arrivate in Europa tra l’estate e l’autunno del 2015. In risposta a questo ingente movimento di persone, per la maggior parte provenienti dalla Siria, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon convocò per il 19 settembre 2016 un vertice per affrontare la questione dei migranti e dei rifugiati.”

Chi ricorda che di lì scaturì l’iniziativa dell’Onu che produsse una serie di impegni votati all’unanimità? Il Global Compact ne è il prodotto. Ricostruito l’iter seguito da allora e il lavoro svolto dalla Santa Sede l’autore sottolinea: “Il programma operativo si articola in tre parti. La prima descrive le principali modalità per la condivisione di ‘oneri e/o responsabilità’. La distinzione di questi due termini è significativa, perché rivela la diversità di vedute tra gli Stati membri su come vadano considerati i rifugiati. L’80% dei rifugiati mondiali vive in un piccolo numero di Paesi: Pakistan, Iran, Turchia, Libano, Giordania, Uganda, Etiopia, Kenya. La maggior parte di essi viene ospitata in Paesi meno sviluppati, soprattutto i rifugiati in Africa. Queste nazioni accolgono i rifugiati, sebbene ciò per loro costituisca un peso economico notevole. In tale accoglienza, tuttavia, essi dipendono da tutti gli Stati membri per l’assistenza finanziaria e di altro genere. Tale sostegno finanziario non è stato sufficiente. La maggior parte delle situazioni che riguardano i rifugiati ricevono circa il 50% dei fondi necessari per soddisfarne le esigenze, provocando così uno stato di scontentezza tra i profughi che, a sua volta, potrebbe compromettere la sicurezza degli Stati ospitanti. Questi vorrebbero che si istituisse un meccanismo obbligatorio in base al quale tutti gli Stati membri siano costretti a contribuire per aiutare le nazioni ospitanti. Gli altri Stati membri, però, non desiderano subire procedure obbligatorie, finalizzate a tassarli e a far loro erogare denaro. Per evitare questa potenziale impasse, si è ricorsi all’uso della parola accordi”.

L’articolo prosegue con una ricostruzione interessantissima e puntuale e merita di essere citata una considerazione di monsignor Ivan Jurkovič, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, che ha affermato a Ginevra: “La comunità educante, in particolare le scuole e le università, può essere lo spazio per una vera esperienza di relazione interculturale […]. In questo contesto favorevole di pluralismo culturale – in cui istituzioni, associazioni e comunità religiose collaborano insieme come mediatori culturali e sociali – l’integrazione dei migranti e dei rifugiati potrebbe davvero dar luogo a un processo a doppio senso”.

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