Ecco cosa si è detto alla Stampa Estera sui profughi della Sea Watch

Ecco cosa si è detto alla Stampa Estera sui profughi della Sea Watch
La conferenza stampa, presentata dalla presidente Esma Cakir insieme a Luigi Monconi, Riccardo Gatti e Chistiane Groeben, è apparsa più simile a un bollettino dal fronte, politico-culturale, e non solo la presentazione di un caso, quello dei 49 disperati di Sea Watch e Sea Eye

Forse la vera notizia l’ha data Esma Cakir, presidente della Stampa Estera, che presentando la conferenza stampa con le Ong che hanno soccorso i 49 profughi attendendo per 19 giorni un porto sicuro dove attraccare, ha ricordato che una bimba di quattro è morta nel Mar Egeo durante un tentativo di raggiungere la Grecia. O forse la vera notizia l’ha data il comandante di Open Arms, Riccardo Gatti, che ha informato che le autorità spagnole hanno fermato nel porto di Barcellona la loro nave perché se ripartisse verso la Libia dovrebbe portare i profughi salvati in mare non nel porto più vicino, come prevede il diritto del mare, ma in Spagna, a giorni e giorni di navigazione, per via dei comportamenti di Italia e Malta, che la Spagna riterrebbe illegittimi.

La sua obiezione, che è alla base del ricorso presentato da Open Arms, è semplice: “Questo è come dire che fermiamo le ambulanze perché gli ospedali non accettano altri pazienti”. O forse la vera notizia l’ha data Luigi Manconi, promotore dell’incontro, annunciando il dissequestro della nave di Medici di Senza Frontiere posta sotto sequestro a Catania, “dal procuratore Zuccari”, ha affermato Manconi, per la questione dello sbarco di rifiuti ritenuti inquinanti. “Ma il dissequestro restituisce a Medici Senza Frontiere l’onore intaccato dal sequestro?” L’interrogativo posto da Manconi ha retto per poco tempo, già incalzavano altre notizie, come quella data da lui stesso e vedrebbe da parte dell’Ispi e di altri istituti, la conferma che la chiusura dei porti non blocca il traffico di esseri umani: ne arriverebbero cinquanta al giorno sulle nostre coste, con quelli che vengono definiti “barchini”. Nuove tecniche che estendono il braccio delle operazioni alla Calabria e la Puglia.

Tanta, troppo la carne al fuoco in questa conferenza stampa su quello che sembra un bollettino dal fronte, politico-culturale, e non può essere solo la presentazione di un caso, quello dei 49 disperati di Sea Watch e Sea Eye, tra cui un ragazzo torturato in Libia che ha fatto vedere a chi lo ha soccorso i segni sul suo corpo delle torture patite e raccontato di un suo compagno di cella dodicenne, freddato dai “carcerieri”.

Le notizie si intrecciano, si accavallano, si incontrano come cento fiumi che affluiscono nel grande lago di lacrime e sangue, il Mediterraneo del dramma dei fuggiaschi, delle milizie libiche, di chi fugge da una selva di conflitti che neanche più conosciamo, da cataclismi naturali, da Stati falliti, da inferni sconosciuti. È in questo contesto di notizie, di morti, di sparizioni, ma anche di speranze, di invocazioni, di sogni che non si spengono, che è intervenuta anche la vice presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche, la luterana Chistiane Groeben, che ha ricordato le lacrime che ha versato a La Valletta quando si è recata lì a offrire la disponibilità delle Chiese Evangeliche a ospitarli tutti o una parte, quei profughi. “Come cristiani dovevamo farlo e lo abbiamo fatto prima di tutto per noi. Ancora non sappiamo quanti arriveranno e quando, per questo non posso dire dove li ospiteremo.

L’ospitalità per noi non è un atto, ma un percorso, un cammino che immaginiamo in base a chi verrà”. Come per chi arriva con i corridoi umanitari, così anche per loro si tratta di capire quanti anni hanno, se sono giovani o anziani, che lingue conoscono, che lavoro potrebbero fare, in che situazione familiare si trovano e tanto altro. Parole che lasciano intendere cosa sia l’accoglienza, e le sue prospettive in chiave di integrazione, ma che non hanno saputo nascondere un inciso infastidito: “Ammetto che non mi piace sentire in ogni circostanza che si parla di questo il ministro dell’Interno che ribadisce come questa accoglienza per una decina di persona sarà senza costi per l’Italia. Sì, paghiamo noi, ma…”. Ma non ha elaborato un concetto non difficile da immaginare nel suo sviluppo.

Accanto a lei c’era il pastore Marco Fornerone, che è andato a lavorare come mozzo per la nave di Opern Arms, convinto di aver fatto solo il suo dovere: “Un mozzo cristiano”, ha commentato Luigi Manconi. Lui, Marco Fornerone, ha assicurato che il tema dell’accoglienza sarà al centro anche dell’imminente settimana per l’unità dei cristiani, ormai alle porte. Un’idea che deve aver fatto piacere alla presidente Esma Cakir, come lei stessa aveva ricordato accogliendo la conferenza e specificando, come alcuni soci sanno bene, che sono ex fuggiaschi anche loro.

ultima modifica: 2019-01-15T17:46:07+00:00 da Riccardo Cristiano

 

 

 

 

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