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Fuori i regimi autoritari dal 5G occidentale. L’appello di Pompeo

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Il coinvolgimento di aziende cinesi nello sviluppo delle nuove reti 5G non è solo una questione tecnologica o di business, ma va visto come un tema cruciale “per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei suoi partner e alleati”.
A sottolinearlo è stato oggi Mike Pompeo, segretario di Stato americano (e già direttore della Cia), che è tornato indirettamente a parlare del caso Huawei.

IL TWEET DI POMPEO

“Con la rivoluzione #5G”, ha scritto su Twitter il capo della diplomazia americana, “la sicurezza delle reti di comunicazione è ancora più importante per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei nostri partner e alleati. Dobbiamo garantire la sicurezza delle apparecchiature 5G limitando l’accesso ai regimi autoritari e il controllo sulle nostre reti”. Impossibile, pur senza una citazione esplicita, non leggere nelle parole dell’inquilino di Foggy Bottom un chiaro riferimento al ruolo che colossi come quello di Shenzhen (ma anche un’altra compagnia della Repubblica Popolare come Zte) potrebbero recitare nell’implementazione delle reti mobili superveloci di quinta generazione, destinate tra le altre cose ad abilitare una serie di servizi innovativi, anche in settori critici, riguardanti il vasto mondo dell’Internet of Things.

I TIMORI USA

Giorni fa, intervistato da Maria Bartiromo di Fox Business Network, il segretario di Stato americano era stato ancora più esplicito sulla questione. “Se un paese adotta questo (il 5G Made in China, ndr) e lo inserisce in alcuni dei suoi sistemi di informazione critici”, aveva detto, [noi Stati Uniti] non saremo in grado di condividere le informazioni con loro, non saremo in grado di lavorare al loro fianco. In alcuni casi, c’è il rischio di non essere nemmeno in grado di co-localizzare risorse americane”. Insomma, il rischio è l’isolamento, perché, ha spiegato Pompeo, Washington teme che le tecnologie cinesi siano state progettate anche per scopi militari e di spionaggio.

LE PREOCCUPAZIONI USA (E IL FRONTE ANTI-CINA)

Il dossier vede da qualche tempo impegnata l’amministrazione Usa in quella che alcuni organi di stampa hanno definito una vera e propria “campagna di sensibilizzazione” mirata a trasferire ai Paesi amici i dubbi più volte sollevati dell’intelligence americana, che teme che le aziende cinesi possano rappresentare, con le loro apparecchiature, veicoli di spionaggio a beneficio del governo di Pechino.
Huawei, la compagnia che attira i sospetti maggiori da parte di Washington (la numero 2 della società, Meng Wanzhou, figlia del potente fondatore Ren Zhengfei, è stata arrestata in Canada e rischia l’estradizione negli Stati Uniti nonché più di 30 anni di carcere), così come i vertici del gigante asiatico, hanno sempre respinto le accuse americane, bollandole come false. Ma l’amministrazione Usa, si evince dalle parole di Pompeo, è intenzionata a non mollare sull’azienda di Shenzhen, divenuta oggetto di un grande fronte che Washington sta cercando di costruire per tagliarla fuori – assieme a Pechino – dai progetti del 5G (la posizione di Huawei, così come accaduto con Zte, potrebbe però rientrare nei colloqui commerciali in corso tra Stati Uniti e Cina, con il presidente Donald Trump che spariglierebbe così ancora una volta le carte sul tavolo). Ad ogni modo, pur con sfumature diverse, molti Paesi, sia sul fronte Five Eyes ma anche nel Vecchio Continente, iniziano a sposare la linea di scetticismo indicata da Washington (che pure, aveva ammesso Pompeo, ha qualche difficoltà nel convincere gli alleati): la Germania (ha riportato il Wall Street Journal), la Francia e poi anche il Regno Unito hanno “respinto il divieto totale” delle apparecchiature cinesi, ma hanno fatto sapere che esigeranno un controllo rigoroso (meno chiara finora la posizione dell’Italia).

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