Emerge chiaro dalle parole del papa cosa sia l’inculturazione del cristianesimo: portare il messaggio evangelico dentro ogni cultura, non portare pezzi di ogni cultura nella cristianità

Un giorno, in volo per Roma, il cardinale Jorge Mario Bergoglio incontrò un vescovo al quale chiese notizie sul processo di beatificazione di monsignor Romero, assassinato mentre celebrava a San Salvador. La risposto fu chiara: “non accadrà mai, sarebbe come canonizzare il marxismo”. Lo ha rivelato lo stesso Bergoglio conversando con una trentina di gesuiti durante il suo viaggio a Panama, conversazione che ora viene pubblicata da La Civiltà Cattolica. È questo il punto più importante del lungo documento? No, ma è certamente rilevante che il papa dica che molti esponenti della Chiesa latinoamericana di quei tempi “erano molti vicini ai regimi di allora, erano molto inseriti”. Per loro, prosegue l’uomo che tiene un lembo della tonaca insanguinata di Romero con sé, Romero non era neanche cristiano.

Questa posizione, a pensarci bene, è molto simile a quella di molti altri “pezzi di gerarchie” che in contesti non dissimili, ad esempio nell’odierno Medio Oriente, ma anche altrove, anche nell’odierno est europeo, o negli Stati Uniti, vedono la difesa del cristianesimo contro qualcuno. La grande lezione di questo pontefice, che ha dimostrato al mondo quanto lo sia con la dichiarazione di Abu Dhabi, è invece opposta a quella degli “inseriti”: lui la riassume così, “il tutto è superiore alla parte”. E se il tutto è superiore alla parte non si può pensare di salvare la propria parte lanciandosi contro l’altra, ma sforzandosi di trovare davvero quale sia il bene comune. È una grande lezione, forse oggi quella decisiva, e infatti il papa prosegue soffermandosi sul carattere “politico” del Vangelo: ma non politico nel senso di partitico, al contrario, politico nel senso che il Vangelo è per la polis. Non è quello che ha fatto Romero, assumendo le istanze dei poveri, degli esclusi, degli emarginati, ma invitandoli a rifiutare la lotta armata? Come chiarisce bene La Civiltà Cattolica, il papa ha affermato che “il Vangelo è un’espressione politica, perché tende alla polis, alla società, a ogni persona in quanto appartiene alla società”.

Alla luce di ciò, “l’impegno politico per un religioso non significa militare in un partito politico… il compito è quello di stare sopra le parti. Però non come chi se ne lava le mani, bensì come uno che accompagna le parti perché giungano a una maturazione, apportando il punto di vista della dottrina cristiana”. E ha aggiunto significativamente: “In America latina non sempre c’è stata maturità politica”. Solo l’immaturità politica poteva coprire questa evidenza, e portare a vedere in Romero, oggi Santo, non un cristiano ma un marxista. È un po’ come vedere in chi, nel mondo cattolico, presta soccorso ai profughi un fautore dell’invasione islamica dell’Europa, o in chi è rimasto strabiliato dall’epocalità della dichiarazione di Abu Dhabi un inconsapevole di chi siano i governanti del Golfo, che peraltro con la dichiarazione non c’entrano. In sostanza le parole di Francesco fanno di Romero l’esempio di un cristianesimo universale ed evangelico davanti a un cristianesimo identitario e quindi di parte. Allora si capisce bene quale sia il punto più importante di questa conversazione. Non è neanche quello in cui parlando della “globalizzazione reale”, quando sottolinea una notizia emersa a Davos, che “il debito generale dei Paesi è molto più alto del prodotto lordo di tutti insieme”.

Dice Francesco che “è come la truffa della catena di sant’Antonio: le cifre si gonfiano, milioni e miliardi, ma sotto non c’è altro che fumo, è tutto liquido, gassoso, e prima o poi crollerà”. Sembra importante, certo, e lo è, ma non si capisce appieno questo passaggio se non si legge lo scambio tra il papa e il gesuita-maya: “È terribile quando la consacrazione a Dio ci rende snob, ci fa salire di categoria sociale verso una che ci sembra più educata della nostra. Ciascuno deve conservare la cultura da cui proviene, perché la santità che vuole raggiungere si deve basare su quella cultura, non su un’altra… dobbiamo inculturarci fino alla fine”. Emerge così chiaro cosa sia l’inculturazione del cristianesimo: portare il messaggio evangelico dentro ogni cultura, non portare pezzi di ogni cultura nella cristianità. Questo cristianesimo, uno ma vissuto in tutte le culture secondo le varie storie, diventa poliedrico e vive, come la globalizzazione, che se divenisse poliedrica sarebbe bellissima, se invece seguiterà a volerci uniformi finirà con credere nelle catene di Sant’Antonio. L’urgenza di tutto questo emerge dall’impegno che il papa raccomanda: sciogliere il clima di crudeltà e odio che plasma le nostre società. Qualcuno può dubitare che sia così, in Italia, in Europa, nel mondo?

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