Paolo Savona passa la mano e sceglie la Consob. Ma il governo perde un pezzo pregiato

Paolo Savona passa la mano e sceglie la Consob. Ma il governo perde un pezzo pregiato
Savona ha in parte superato questo percorso ad ostacoli. Resta tuttavia il nodo del Parlamento, dove – facile previsione – non mancherà chi riproporrà il tema dell’incompatibilità. L'analisi di Gianfranco Polillo

Dopo un lungo braccio di ferro, avremo, forse, il nuovo presidente della Consob: l’authority che sovrintende alla tutela degli investitori, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano. Nome prescelto: Paolo Savona, che dovrà lasciare l’attuale incarico di ministro per gli Affari Europei. Diciamo “forse”: visti gli ostacoli di natura amministrativa, che ancora si frappongono alla sua definitiva nomina. Il primo è rappresentato dal fatto che a maggio del 2018 il ministro era ancora director del fondo Euklid, un soggetto vigilato dalla stessa Consob.

Da ciò deriverebbe una situazione di incompatibilità con il decreto legislativo 39 del 2013 secondo il quale l’incarico di presidente non può essere attribuito a coloro che nei due anni precedenti “abbiano svolto in proprio attività professionali, se queste sono regolate, finanziate o comunque retribuite dall’amministrazione o ente che conferisce l’incarico”. Altro masso sulla via della sua conferma è la legge Madia: secondo la quale ai pensionati non possono essere conferiti incarichi superiori ad un anno. Incarichi che devono essere, comunque, gratuiti. Il mandato del presidente della Consob è invece settennale. E fu questa contraddizione a determinare le dimissioni anticipate del suo eventuale predecessore.

Mario Nava, era un alto dirigente della commissione europea che fu comandato solo per due anni al vertice della nuova istituzione. Furono soprattutto i 5 Stelle a rilevarne l’incongruenza, in nome di una lotta senza quartiere contro la “vecchia politica”. Ed alla fine le sue dimissioni anticipate furono inevitabili. Da allora, settembre 2018, la Consob è del tutto acefala, mentre in borsa si assiste a tutto: dalle scorrerie di alcuni Fondi speculativi – il caso Telecom – al ventilato delisting di alcuni grandi gruppi italiani, come Luxottica. Per non parlare, infine, del vero e proprio crollo dei titoli bancari, sommersi da vendite allo scoperto.

Marcello Minenna, da sempre il candidato in pectore dei 5 Stelle, esce sconfitto dalla partita. Dirigente della Consob, in rotta di collisione con il suo presidente, Giuseppe Vegas, aveva scelto di entrare in politica a fianco di Virginia Raggi, assumendo la carica di assessore al bilancio del Comune di Roma con deleghe alle partecipate, al patrimonio, alle politiche abitative e alla spending review. Più che un assessore, una sorta di plenipotenziario. Qualche mese prima era entrato nello staff (membro della segreteria tecnica) del commissario, Francesco Paolo Tronca, l’ex prefetto di Milano, chiamato a reggere le sorti del Comune, dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino. Legandosi in particolare a Carla Raineri, il magistrato che aveva assunto la carica di capo di gabinetto della stessa Raggi, per poi giungere, rapidamente, alle dimissioni. A seguito dei forti contrasti con la stessa Raggi ed il suo cerchio magico. In particolare con quel Raffaele Marra, poi finito nelle patrie galere. E con la Ranieri anche Minenna aveva preferito abbandonare l’incarico di assessore.

Nonostante questi burrascosi trascorsi, il suo legame con Luigi Di Maio non era mai venuto meno. Li univa un comune sentire contro il vecchio establishment italiano. Anche se, nel caso di Minenna, supportato da una forte padronanza degli strumenti di analisi. A dimostrazione rimangano i suoi numerosi interventi sulle tendenze del debito pubblico italiano e la valutazione dei costi impliciti nel caso di una sua eventuale ridenominazione, a seguito dell’uscita dall’euro. Un sasso gettato nello stagno dell’ortodossia dominante. Che forse non gli è valso l’appoggio dei vertici istituzionali. Non si dimentichi che il Presidente della Consob è nominato con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, una volta acquisito il parere delle Commissione Finanze della Camera dei deputati e del Senato. Solo allora il decreto potrà essere registrato presso la Corte dei conti.

Savona ha in parte superato questo percorso ad ostacoli. Resta tuttavia il nodo del parlamento, dove – facile previsione – non mancherà chi riproporrà il tema dell’incompatibilità. Mentre permarranno i mal di pancia di quei 5 stelle che puntavano ad avere un proprio candidato. Difficile avanzare previsioni. Unica certezza: l’accentuarsi delle fratture. Non tanto all’interno della maggioranza, visto l’accordo raggiunto. Quanto in seno al Movimento stesso, le cui divergenze tra gli “ortodossi” ed i sostenitori della “real politique” appaiono, ogni giorno che passa, sempre più evidenti. Sarà, quindi, interessante seguirne la relativa dinamica.
Ma è bene tornare su Savona. Come interpretare la sua fuori uscita dal governo?

Vi sarà un piccolo rimpasto con l’interim al presidente del consiglio o al ministro degli Affari esteri? I rapporti all’interno della compagine governativa sono mutati da tempo, è stato Giuseppe Conte a svolgere un ruolo determinate negli accordi che hanno portato alla modifica della legge di bilancio. Quel ruvido passaggio da un’ipotesi iniziale di deficit al 2,4 per cento, poi contrattosi in un più rassicurante 2,04. Presenza che ha, inevitabilmente – ma queste sono anche le prerogative del Presidente del consiglio – eclissato il ruolo dei due responsabili ministeriali: economia e affari europei.

Nel caso di Savona, tuttavia, il cambiamento era stato ben più radicale. La sua linea di politica economica, come tratteggiata nel documento inviato ai vertici europei, era diversa da quella del ministro dell’Economia. Era stato uno dei pochi a cogliere la contraddizione più evidente nell’attuale quadro macroeconomico italiano: quel surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti che si traduce in un eccesso di risparmio interno. Che, non trovando la via dell’investimento diretto, deborda verso l’estero in investimenti di portafoglio. Il che, per un Paese che presenta un tasso di disoccupazione superiore al 10 per cento ed un livello di crescita ai minimi termini, non è proprio un buon viatico.

Giovanni Tria ha puntato, invece, soprattutto su investimenti pubblici, già finanziati, ed il contenimento del deficit. Ma se per mobilitare quelle risorse finanziarie, dato le attuali bardature burocratiche, ci vogliono in media 4,5 anni per giungere all’apertura dei relativi cantieri, siamo fuori tempo massimo, ai fini di un rilancio che sia, al tempo stesso, congiunturale e strutturale. Quelle procedure saranno riformate: questa almeno la promessa. Difficile, tuttavia, che tutto ciò possa avvenire con la velocità necessaria. Paolo Savona, alla fine, si è dovuto adeguare. Ma il suo passaggio verso altri lidi, mostra il permanere di uno scetticismo più che giustificato.

ultima modifica: 2019-02-05T10:50:29+00:00 da Gianfranco Polillo

 

 

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