Albania, Serbia, Kosovo e Montenegro unite dal comune denominatore della protesta popolare contro i rispettivi governi. Ma sotto la cenere cova il disagio sociale di etnie, religioni e interessi geopolitici divergenti

Dopo le primavere arabe ecco quelle balcaniche. Questo lo slogan sciorinato dai manifestanti nelle piazze di Belgrado, Tirana e Podgorica. Protagoniste le massicce dimostrazioni anti-governative con l’appoggio dei social media, dove gli utenti hanno segnalato che la primavera dei Balcani è stata ritardata di 20 anni. Albania, Serbia, Kosovo e Montenegro unite dal comune denominatore della protesta popolare contro i rispettivi governi. Ma sotto la cenere cova il disagio sociale di etnie, religioni e interessi geopolitici. Non c’è solo la tensione in Albania (dove oggi è previsto un altro corteo anti Rama) ma anche tra la Serbia e Kosovo, dal momento che il primo ministro del Kosovo Ramush Haradinaj ha respinto qualsiasi discorso di cambiamento di confine che avrebbe portato alla creazione di altri stati.

PRIMAVERE

“Due decenni in attesa dell’adesione all’Ue è troppo”, scrivono gli utenti sui social, soprattutto su Twitter che è diventato il vero faro di questa mobilitazione lungo tutto il costone balcanico. In Albania oggi tornano in piazza le migliaia di manifestanti dell’opposizione che si sono scontrati nei giorni scorsi con le forze di polizia nelle proteste contro il primo ministro Edi Rama, chiedendo le sue dimissioni e le elezioni anticipate. Il governo risponde con più di mille agenti di polizia che circondano la sede del Parlamento, “blindata” finanche con filo spinato. La reazione di Bruxelles e Washington si ritrova nell’appello congiunto ai parlamentari di non boicottare i lavori assembleari.

QUI MONTENEGRO

Nelle stesse ore nella capitale montenegrina si sono riuniti 10mila attivisti, chiedendo le dimissioni del presidente Milo Djukanovic, ininterrottamente al potere dal 1991 e già attenzionato alcuni anni fa dalla giustizia italiana per un’indagine relativa al contrabbando internazionale di sigarette. Ed è anche finito nel mirino di alcuni report di Ue e Usa sull’influenza della criminalità organizzata nelle istituzioni dei Paese. Al momento il capo della politica montenegrina deve fare i conti anche con un caso spinoso come quello dei suoi rapporti con un imprenditore latitante accusato di riciclaggio, Dusko Knezevic. In alcuni video si vede Knezevic che avrebbe dato 100mila euro ad un esponente del partito al governo prima delle elezioni del 2016. Secondo il Fronte democratico, però, nessun parlamentare dell’opposizione montenegrina, a parte i rappresentanti dello stesso Fronte democratico, ha firmato la richiesta di l’impeachment per Djukanovic che quindi potrebbe non avere alcuna ripercussione giudiziaria, anche se forse per la prima volta vede il proprio potere in bilico.

QUI SERBIA

Per l’undicesima volta in un anno e mezzo, un corteo si è sviluppato per le strade di Belgrado chiedendo le dimissioni del presidente Aleksandar Vučić e del governo guidato dal Partito progressista serbo. Il noto avvocato Bozo Prelevic e il presidente dell’Associazione per la protezione della costituzionalità e della legalità, Savo Manojlovic, hanno guidato le critiche contro il governo. “La Serbia è diventata un luogo in cui i genitori comunicano con i loro figli su Skype”, ha detto Manojlovic, riferendosi all’alto numero di giovani che hanno lasciato la Serbia per vivere all’estero. Aggiungendo che il popolo serbo ne ha “avuto abbastanza di Vucic e dei suoi ministri”. Per questa ragione i partiti di opposizione stanno immaginando un “Accordo con il Popolo”, ovvero una piattaforma per attuare un’agenda comune. E nel documento approntato per l’occasione hanno espresso l’impegno comune a difendere la libertà dei media e assicurare elezioni libere ed eque, aggiungendo che non parteciperanno ad alcuna elezione o ai lavori dell’attuale parlamento fino a quando non saranno soddisfatti tali criteri.

QUI KOSOVO

Anche tra Serbia e Kosovo si registra una certa tensione, dal momento che il primo ministro del Kosovo Ramush Haradinaj ha respinto qualsiasi ipotesi di modifica alle frontiere. Secondo Bruxelles un accordo ridurrebbe di molto le possibilità di un conflitto tra Serbia e Kosovo e, anche in chiara partnership con gli Usa, ritiene che sia quella la strada per agganciare il vagone dei Balcani occidentali all’Ue, sminuendo così l’influenza di altri players come Russia e Turchia. Ma il prolema resta il Kosovo, la cui popolazione è principalmente di etnia albanese, che invece viene considerato da Belgrado alla stregua di una provincia separatista.

L’Ue si augura che l’accordo simile raggiunto tra Fyrom e Grecia sul nome Macedonia possa fruttare un effetto a catena, mettendo il punto ad una lungissima disputa, così da incoraggiare Kosovo e Serbia a fare altrettanto. Lo ha ribadito da Monaco di Baviera qualche giorno fa Johannes Hahn, commissario europeo per l’allargamento, che ha invitato i primi ministri Vučić e Thaçi a puntare ad un accordo prima che l’attuale mandato della Commissione termini.

twitter@FDepalo

 

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