Il Partito democratico può tornare a contare "con delle proposte nuove, non battendo in ritirata o mettendosi sulla difensiva. Non rincorrendo slogan di destra". Conversazione con l'ex ministra all'Integrazione Cecile Kyenge

Se la colonna sonora che accompagnò la cavalcata di Matteo Renzi alla segreteria del Pd era “I love it”, del duo svedese Icona Pop con l’ambiguo ritornello “I don’t care”, alla convention di romana di Zingaretti la musica che suona quando tutti gli speaker intervenuti salgono sul palco è “Soldi”, l’ultima canzone vincitrice al Festival di Sanremo. A cantarla Mahmood, un ragazzo italiano con un papà egiziano.

Non è una scelta causale quella di Zingaretti, perché tra i temi affrontati nel corso dell’evento tiene banco anche la necessità di formulare un nuovo racconto dell’integrazione e dell’immigrazione dopo il fallimento della proposta di legge sullo ius soli. Il rischio, in un momento storico in cui gli elettori hanno mostrato molta poca indulgenza nei confronti di chi voglia esercitare la pratica delle frontiere aperte, è di perdere molti voti a causa di un approccio più liberale.

Questo non è un rischio reale secondo l’ex ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge. Formiche.net ha sentito l’europarlamentare del Pd al temine dell’evento e abbiamo parlato dello stato di salute dell’Unione europea e della necessità di formulare un nuovo lessico per parlare di immigrazione.

Questo non è un buon momento per l’Ue nella percezione che i cittadini europei hanno delle istituzioni europee.
Purtroppo quando si parla di Europa si fa una grande confusione. Oggi se c’è una responsabilità il soggetto latitante no si trova a Bruxelles, non è l’Europarlamento o la Commissione, sono gli Stati membri che accusano l’Europa di non fare abbastanza ma sono loro gli assenti ingiustificati.

Che opinione ha dell’operato dei parlamentari europei del suo schieramento?

Io devo dire che la delegazione del Partito democratico in questa legislatura ha fatto un grandissimo lavoro. Un lavoro trasversale, che tocca tutti i temi. Ne cito qualcuno: la fine del roaming, portata avanti da Patrizia Toia europarlamentare della nostra delegazione. Posso parlare della base e della risoluzione che riguarda il Global Compact e che riguarda la gestione dei flussi migratori, è una mia risoluzione portata all’interno dell’Europarlamento. Questi sono solo esempi, potrei farne molti altri in tanti campi come quello dell’agricoltura, ma quello che posso dire è che sono molto contenta del lavoro fatto dalla mia delegazione del PD all’Europarlamento.

Crede che anche gli europarlamenti di Lega e M5S abbiano lavorato allo stesso modo?

Non tocca a me giudicare, credo che basti vedere i fatti. Abbiamo iniziato la revisione del Trattato di Dublino, quello che mette in ginocchio l’Italia così come tutti i Paesi frontalieri intitolati a prendersi la responsabilità di tutte le persone che mettono piede in Europa. Abbiamo fatto una riforma ambiziosa modificando profondamente il criterio che fa ricadere sui Paesi di frontiera la responsabilità dei migranti in modo che chi arriva in Italia, in Spagna, in Grecia arriva in realtà in Europa. È una riforma promossa dal mio gruppo, Socialisti e Democratici, e votata da tutti noi, sa da chi è stata bocciata? Da due partiti: Lega e M5S. Proprio quelli che oggi dal governo accusano l’Europa di aver abbandonato l’Italia nel far fronte alla crisi migratoria. E sai chi ha votato come loro? I loro amici: Ungheria, Polonia e tutti i Paesi dell’Est.

Secondo lei cosa rischia l’Europa e le istituzioni europee se le prossime elezioni europee dovessero sancire l’affermazione delle forze populiste?

Oggi abbiamo bisogno di rafforzare le idee dei padri fondatori. Se c’è qualcosa che dobbiamo recuperare, anche da qui dentro, è il Manifesto di Ventotene. Dobbiamo imparare a sognare, a capire che se non riusciamo a riportare quell’idea di Europa oggi torniamo a prima della seconda guerra mondiale. Cosa rischia l’Europa oggi? È semplice, la fine della pace. Noi dobbiamo proteggere questa parola ma con delle risposte concrete.

In questo momento in Europa o spirito di collaborazione tra i paesi membri sembra aver lasciato il posto a intese tra gruppi di Stati, basti pensare al gruppo di Visegrad o all’Accordo di Aquisgrana. Secondo lei come si risolve questo stallo?

Noi dobbiamo essere lì nei posti in cui si decide e non fare la guerra con a chi potrebbe essere un nostro alleato. Il Consiglio dell’Unione Europea non è un ring in cui fare a pugni, non si fa pugilato nel Consiglio europeo ma è il posto in cui chi fa polita deve capire che fare compromessi vuol dire fare buona politica, vuol dire creare delle alleanza. Solo un’Europa unita che cambia le regole non più con l’unanimità ma anche con la maggioranza qualificata. Ma se si fa a pugni con tutti e dobbiamo andare a cercare le risposte fuori da quelle sedi vuol dire che la politica ha fallito e insieme a lei l’Europa.

Nel suo discorso lei ha detto che il PD non deve avere paura di parlare di immigrazione. Secondo lei come si può parlare di immigrazione, da sinistra, senza perdere voti?

Con delle proposte nuove, non battendo in ritirata o mettendosi sulla difensiva, non rincorrendo slogan di destra ma andando avanti con proposte nuove, ambiziose che guardano al Paese, che riconoscono che ci sono state delle difficoltà e che le politiche europee sono state fallimentari e che oggi occorre ripartire dal basso, mano nella mano con la persona al centro, non è l’origine della persona che fa la differenza. Serve riuscire a dare una risposta anche nelle diseguaglianze. Oggi abbiamo bisogno di recuperare quell’anima parlando con le persone, non abbiamo bisogno di cercare un nuovo nemico da presentare alla popolazione. Quando si parla di paura di perdere le elezioni non abbiamo capito che oggi dobbiamo parlare a tutti con lo stesso linguaggio. Faremo fatica all’inizio? Molto probabilmente. Ma bisogna ripartire da lì, non possiamo inseguire gli slogan di chi parla per frasi fatte e strumentalizza le paure e i disagi delle persone.

È stato un indice di debolezza ideologica del PD quella prendere in prestito il linguaggio della Lega per parlare di immigrazione. Penso, ad esempio, alla manifestazione contro il DL Sicurezza e ai cartelli e alle T-shirt che recitavano “DL Salvini – sicurezza + clandestini”?

Sì. Devo essere sincera? È difficile che escano dalla mia bocca slogan che non mi appartengono. Quando questa cosa succede vuol dire che esiste una carenza nelle proposte ed è triste.

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