La plastica resta un materiale straordinario, che dobbiamo però usare in modo più responsabile. Le misure dell’Ue devono servire ad incentivare la transizione dell’Europa verso un’economia circolare, rafforzando la competitività a livello mondiale

Davanti ai cambiamenti epocali abbiamo due possibilità: lasciarci travolgere o cavalcarli, utilizzandone le potenzialità. Le norme varate dall’Unione europea sulla plastica monouso non sfuggono a questa regola, perché rappresentano un’occasione che il mondo del lavoro non può lasciarsi sfuggire. Una premessa è doverosa: ogni anno negli oceani finiscono 13 milioni di tonnellate di plastica. Nella sola Europa il danno economico, soprattutto per turismo e pesca, supera i 13 miliardi di dollari.

Oggi questo materiale sembra essere diventato un nemico per l’ambiente, eppure la plastica era un orgoglio italiano: nel 1963 un nostro connazionale, Giulio Natta, fu premiato con il Nobel per la scoperta del polipropilene, la più versatile materia plastica. Ma i tempi cambiano, e l’Ue, con un accordo che dovrà ora essere ratificato dal Parlamento europeo e dal Consiglio, ha stabilito che dal 2023 gli Stati membri mettano al bando i prodotti di plastica monouso che più inquinano, come bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande, aste per palloncini, prodotti in plastica oxo-degradabile e contenitori per alimenti e bevande di polistirene espanso. Mentre per altri prodotti ne limiterà l’uso.

Un provvedimento drastico che strizza l’occhio all’economia dei Paesi del Nord Europa, grandi produttori di cellulosa. Ma lobbismo a parte, questo provvedimento rischia di mettere in ginocchio un pezzo importante dell’economia nazionale, che conta migliaia di aziende e circa 50 mila addetti. Nel nostro Paese, ad esempio, ci sono i principali produttori europei di posate e piatti di plastica. Mettere queste realtà nelle condizioni di riconvertire la propria produzione è un dovere che noi tutti abbiamo: sindacato, imprenditori, istituzioni. Queste ultime, ad esempio, stanziando risorse per favorire i processi di riconversione. Lo dobbiamo per senso di responsabilità, per evitare una nuova ecatombe occupazionale, per non disperdere un patrimonio di professionalità ed esperienze, per consentire al nostro Paese di mantenere la propria leadership in Europa.

L’accordo di gennaio al ministero del Lavoro per l’azienda Dacca, nel catanese, va proprio in questa direzione: la cassa integrazione a rotazione per i 30 lavoratori garantisce la prosecuzione della produzione ed è propedeutica alla riconversione dello stabilimento. E poche settimane fa al Mise la Femca, con gli altri sindacati di categoria e la federazione della gomma e plastica, ha sensibilizzato il governo affinché vengano trovate soluzioni alle normative europee e nazionali sul bando della plastica, con un occhio di riguardo all’occupazione, alle competenze, al consolidamento della filiera del riciclo e ai nuovi materiali da utilizzare. Su quest’ultimo argomento un’esperienza interessante ci arriva dal bolognese, dove l’impresa Bio-On ha inventato e messo in commercio la plastica agli alcanoati, generata soprattutto da scarti agricoli e agroindustriali.

L’intuizione di questa azienda non fa che confermare il primato italiano nel segmento delle bio plastiche: tra il 2012 e il 2017 il fatturato è aumentato del 49%, toccando 545 milioni, ed ha raggiunto le 73 mila tonnellate di produzione, +86%. Insomma, la plastica resta un materiale straordinario, che dobbiamo però usare in modo più responsabile. Le misure dell’Ue devono servire ad incentivare la transizione dell’Europa verso un’economia circolare, rafforzando la competitività a livello mondiale e stimolando la crescita economica sostenibile e la creazione di nuovi posti di lavoro. Una sfida che non può farci trovare impreparati.

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