Trump tende una mano ai democratici, ma guarda alle presidenziali 2020

Trump tende una mano ai democratici, ma guarda alle presidenziali 2020
Il discorso sullo stato dell’Unione evidenzia il tentativo, condotto dal presidente, di mostrare una caratura presidenziale, mantenendo al contempo la propria carica anti-sistema e il suo legame diretto con l’elettorato

Il discorso sullo stato dell’Unione, tenuto da Donald Trump questa notte a Washington, ha messo in evidenza alcuni dati di notevole interesse. Il presidente americano ha scelto di mescolare una caratura presidenziale con elementi maggiormente in linea rispetto alla propria consueta retorica antipolitica.

Un discorso ibrido, insomma, che si spiega del resto con la situazione complicata, venutasi a creare in seno al Congresso a causa del dossier sull’immigrazione. L’accordo tra repubblicani e democratici sul rifinanziamento delle agenzie federali resta difatti appeso a un filo, mentre un’intesa sul muro al confine con il Messico rimane al momento una possibilità non poco remota. In questo senso, il presidente ha scelto di tendere una mano all’Asinello. E lo ha fatto su alcune questioni che storicamente stanno molto a cuore ai dem: non soltanto ha affermato, in materia sanitaria, di voler ridurre i costi dei medicinali e fornire maggior protezione ai pazienti con condizioni preesistenti ma anche ha anche citato la necessità di una riforma infrastrutturale. Non dimentichiamo infatti che la questione delle infrastrutture ha costituito uno dei principali cavalli di battaglia del senatore socialista, Bernie Sanders, durante la campagna elettorale del 2016. E, del resto, anche in occasione del discorso sullo stato dell’Unione del 2018 Trump aveva fatto riferimento alla riforma per gettare un ponte verso la sinistra (sebbene, alla fine, quell’intenzione si sia rivelata sostanzialmente lettera morta). Tuttavia, a questi ramoscelli d’ulivo, ha fatto da contraltare un approccio deciso. A tratti duro. Il presidente ha infatti ribadito la sua linea sull’immigrazione, invocando la necessità di realizzare il famoso muro al confine con il Messico e sostenendo come ogni cedimento all’immigrazione clandestina altro non sia se non un favore ai trafficanti di esseri umani.

D’altronde, questa linea ondivaga è emersa anche dai passaggi dedicati alla politica estera. Da una parte, Trump si è allontanato dalla prospettiva realista, per avvicinarsi invece alle ali più interventiste dell’establishment di Washington: non soltanto ha attaccato Nicolas Maduro sulla crisi venezuelana ma ha anche rivendicato la scelta di ritirarsi dal trattato INF con la Russia. Ciononostante queste posizioni dal neppur troppo vago sapore neocon sono state affiancate da tesi più classicamente trumpiane: il presidente ha infatti dichiarato che le grandi nazioni non possono permettersi di condurre “guerre interminabili” e – soprattutto – ha sottolineato orgogliosamente la distensione avviata con la Corea del Nord, annunciando un nuovo incontro con Kim Jong Un per la fine di febbraio in Vietnam. Senza infine dimenticare che, al netto dei toni indubbiamente concilianti, Trump non abbia rinunciato a bacchettare il professionismo politico, dichiarando che la sua agenda di governo non sia né di destra è di sinistra.

Adesso bisognerà vedere a che cosa preluderà effettivamente questo discorso. Stando alla contingenza, è al momento poco probabile che si riesca ad aprire uno spazio politico in grado di determinare una collaborazione tra repubblicani e democratici. È molto difficile che questioni (per quanto importanti) come sanità e infrastrutture possano – nel breve termine – placare la lotta che si sta consumando sull’immigrazione: un dossier su cui nessuno sembra granché disposto a compromessi. Trump ha costruito la propria candidatura sulla proposta del muro: ragion per cui un passo indietro rappresenterebbe, per lui, una debacle in termini di credibilità. Consapevoli di ciò, i democratici vogliono colpirlo esattamente al cuore della sua proposta programmatica, ammantando di orpelli umanitari una battaglia squisitamente di carattere politico. Alla luce di tutto questo, non è chiaro quanto il discorso di stanotte, ricco di ossimori, sarà capace di creare autentici spazi di manovra parlamentari. Per questo, il bivio tra ostruzionismo e collaborazione si fa sempre più stretto. Un elemento ambivalente. Se infatti lo scontro con i dem si perpetuasse, è ovvio che il presidente sarebbe destinato a trasformarsi nella proverbiale anatra zoppa. Eppure è anche vero che uno scontro totale non è detto non possa rivelarsi, alla fine, un assist a Trump. Un elemento che il magnate, cioè, potrebbe utilizzare in campagna elettorale per ripresentarsi, nel 2020, con il suo classico messaggio anti-establishment.

Del resto, il discorso sullo stato dell’Unione evidenzia proprio questo: il tentativo, condotto dal presidente, di mostrare una caratura presidenziale, mantenendo al contempo la propria carica anti-sistema e il suo legame diretto con l’elettorato. Questo discorso, insomma, rivela una doppia strategia. Tentare, sì, un dialogo con l’Asinello. Ma un dialogo cui forse, ad oggi, è lo stesso Trump il primo a non credere. Ed ecco dunque che emerge la seconda strada: la battaglia elettorale del 2020. Una battaglia che il presidente, stanotte, si è detto disposto a combattere.

ultima modifica: 2019-02-06T09:30:23+00:00 da Stefano Graziosi

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