Rutelli e la sfida (difficile) della sinistra europeista

Rutelli e la sfida (difficile) della sinistra europeista
A Roma una kermesse del Partito democratico europeo di Francesco Rutelli. Un manifesto europeista (minoritario, anche a sinistra) per battere i sovranisti senza correre sul loro stesso campo

Eppur si muove. Le elezioni europee, e i fumi di crisi nel governo, risvegliano dal torpore una parte della sinistra a lungo rimasta nell’ombra. Roma, piazza della Repubblica, palazzo Naiadi. Francesco Rutelli presiede la kermesse del suo Partito democratico europeo. Un titolo roboante, “Un Manifesto di idee e progetti pro-Europei”, che si scontra con una sala semivuota, e un silenzio interrotto da qualche colpo di tosse. Sarà il tema scelto, l’europeismo, che fatica a riempire piazze e convention. Sarà forse l’assenza del cuore pulsante della sinistra italiana, il Pd del neo-segretario Nicola Zingaretti, che dà forfait. “Gli facciamo i nostri migliori auguri, le primarie sono state una grande prova di democrazia”, esordisce l’ex Dc Pino Pisicchio, non senza precisare che il Pde rutelliano deve trovare “ragioni identitarie” diverse da quelle che ribollono al Nazareno. Le strade di Rutelli e Zingaretti si sono incrociate più di una volta. Nel 2008, quando l’ex sindaco di Roma cedeva il passo a Gianni Alemanno, la sinistra guadagnava la provincia con un nuovo, energico leader, che provò (allora invano) a candidare anche alla presidenza della regione Lazio. Col suo Pd i rutelliani hanno pochi punti in comune. Il no a un’alleanza con i Cinque Stelle, ad esempio. “Chi si è illuso di sfidare i populisti sul loro terreno li ha aiutati – dice Rutelli – confido che il Pd uscito dalle primarie vorrà riproporre all’elettorato un campo di sinistra dopo una lunga fase di atarassia”.

È un’altra però la sinistra cui guarda la sala europeista di piazza della Repubblica. Quella radicale, e non potrebbe essere altrimenti, vista la storia di Rutelli. Il segretario di Più Europa Benedetto della Vedova si affaccia. Gli chiediamo se accetterà l’(ennesimo) invito a cena di Carlo Calenda, che ha fiutato la crisi gialloverde sul Tav e ha cinguettato un appello per compattare il centrosinistra evitando, una tantum, scaramucce. “Calenda è un amico, una personalità che si sta spendendo per una soluzione che è anche la nostra, una lista europeista”, dice. L’idea stuzzica la sala rutelliana, che infatti riserva all’ex ministro dello Sviluppo economico un elogio dopo l’altro. Perfino un ex dalemiano come Stefano Passigli gli strizza l’occhio: “Stimo Calenda ed esprimo tutto il bene possibile per una lista europeista”.

Una lista unica, però, sarebbe un errore, dicono in coro i rutelliani. E infatti l’idea del listone calendiano “Siamo Europei” sembra tramontata, rebus sic stantibus. Rimane un puzzle di sei liste a sinistra, manca un collante. Lo sbarramento al 4% non permette a piccole realtà come il Pde di tergiversare. A metterci il carico da 90 le divisioni sui riferimenti europei cui guardare. C’è una sinistra, quella di Bonino, Della Vedova, Rutelli, che guarda a Emmanuel Macron e ai liberali del belga Guy Verhofstadt, pronti a far da ago della bilancia alle urne di maggio. Altri flirtano con i Verdi e il mondo ecologista, è il caso di un ex grillino col dente avvelenato come Federico Pizzarotti, ma rifuggono a priori le grandi famiglie politiche europee.

Poi ci sono idee e proposte su cui trovare una quadra, e il gioco si fa anche più duro. Rutelli&Co distribuiscono cartelline blustellate con il programma del Pde per le europee. Il filo conduttore è un europeismo di trincea, senza se e senza ma, che forse provoca ma ultimamente funziona poco alle urne e infatti è rifuggito da molti colonnelli dem. Un esempio? L’immigrazione, vero carburante dell’ampio (e diviso) fronte di conservatori e sovranisti convinti di avere il vento in poppa. Fatta eccezione per qualche generico riferimento alla cooperazione fra Stati membri e alla lotta alla criminalità organizzata, il phamplet della kermesse romana sembra tracciare un bilancio più che roseo di Frontex e ong. Una linea che, piaccia o meno, è sempre più minoritaria, anche a sinistra. Minoritario è bello, scherza Philippe Daverio scrutando le sedie vuote nel seminterrato: “È bello essere in pochi, sembra una riunione carbonara, e infatti avete avuto la splendida scenografica idea di farla in una cantina…”.

ultima modifica: 2019-03-09T07:49:43+00:00 da Francesco Bechis

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