La crisi in Algeria del marzo 2019 e il futuro post Bouteflika

La crisi in Algeria del marzo 2019 e il futuro post Bouteflika
Bouteflika non intende arrivare alla fine del suo prossimo mandato presidenziale, ma si limiterà a stabilire, da presidente, la data delle nuove elezioni. Inoltre, l’anziano e malato leader promette l’adozione per referendum di una nuova Costituzione, in parte già scritta; e di una riforma della legge elettorale

Dallo scorso 22 febbraio, l’Algeria è scossa da manifestazioni di piazza che avvengono quasi simultaneamente in tutte le 48 provincie del Paese. L’origine immediata della rabbia popolare è, qualora essa sia del tutto spontanea, l’annuncio del presidente Abdelaziz Bouteflika di volersi candidare anche per il suo quinto mandato, che dovrebbe aver inizio dalle prossime elezioni di Aprile. La salute dell’ultraottantenne Bouteflika è molto cagionevole e, infatti, egli risulta, proprio in questi giorni, presente in una clinica ginevrina per delle cure, derivanti probabilmente dai suoi due ictus cerebrali, che lo colsero nel 2013. Bouteflika, comunque, ha fatto dichiarare dal suo portavoce Abdelghani Zaalane che le elezioni prossime venture saranno indette in una data che sarà prefissata dall’Assemblea Nazionale. E, comunque, Bouteflika non intende arrivare alla fine del suo prossimo mandato presidenziale, ma si limiterà a stabilire, da presidente, la data delle nuove elezioni. Inoltre, l’anziano e malato leader promette l’adozione per referendum di una nuova Costituzione, in parte già scritta; e di una riforma della legge elettorale. La presidenza, comunque, è gestita attualmente dai capi dei Servizi e delle Forze Armate, che sono coloro che davvero tengono i fili della transizione politica e economica di Algeri.

Ma chi governa davvero in Algeria, mentre Bouteflika ripete nella campagna elettorale le sue foto di vent’anni fa e non si sente mai, né alla radio che in Tv? Il potere del ventennale presidente, storico capo dell’Fln, è ormai diviso in tre poli: quello presidenziale e politico, quello militare e dell’intelligence, e, infine, ma non certo da non trascurare, il ramo degli affari familiari e statali e dell’influenza interna e internazionale. Le Forze Armate giocano comunque, ancora, un ruolo primario e godono, così ancora sembra, di una vasta autonomia. Che Bouteflika ha cercato, negli ultimi anni, di ridurre a favore del suo clan degli affari, al quale non sono estranei nemmeno i dirigenti dei Servizi e delle FF.AA. I militari prendono ordini solo dal presidente in persona, quando ciò è possibile, ma soprattutto da suo fratello Said. Che impersona ancora, nell’immaginario politico algerino, la vera eminenza grigia del regime. Abdelaziz Bouteflika, lo ricordiamo, è stato ministro degli Esteri varie volte dal 1960 al 1970, si è poi allontanato volontariamente dal potere dopo la morte di Houari Boumedienne, nel 1979, di cui è stato segretario particolare, si è infine stabilito all’estero, tra gli Emirati Arabi Uniti (che infatti hanno un grande ruolo nella attuale “trasformazione” di Algeri) poi in Svizzera e in Francia. Era stato accusato, poco dopo la morte di Boumedienne, di sottrazione di fondi di Stato. Nel 1999, solo su invito dei militari, è ritornato in Algeria per presiederla, dopo le dimissioni del generale Liamine Zeroual. Il vecchio presidente dell’Fln ha sempre però fatto di tutto per allontanare i capi militari dal vero centro del potere, che sono gli affari e l’intelligence. Peraltro, Bouteflika ha modificato la Costituzione due volte per aumentare i suoi poteri e, soprattutto, ha fatto salire al potere una nuova classe di uomini d’affari, che dipendono da lui soltanto.

I partiti sono ormai, come accade anche in Europa occidentale, solo la pallida memoria di loro stessi. L’aggregazione politica viene fatta con i classici sistemi di tipo pubblicitario comuni anche in Occidente, ma persiste una sorta di timore e prestigio del capo, di Bouteflika, che aleggia ancora tra le masse. Abbiamo qui a che fare, ovviamente, se parliamo di partiti, con lo schieramento politico storico, l’Fln, il Fronte di Liberazione Nazionale, poi con l’alleato storico dell’Fln, già partito unico in stile sovietico, ovvero il Rassemblement National Democratique, poi ancora con gli islamisti (non sappiamo ancora se “moderati” o no) del Rassemblement de l’Espoir de l’Algerie, vari altri piccoli partiti, poi con il vecchio sindacato unitario e unico, l’Ugta. Tra i primi sostenitori di Abdelaziz Bouteflika, c’è, lo abbiamo già notato, suo fratello Said, consigliere del Capo dello Stato, secondo la sua funzione ufficiale. 61 anni, ma nessuno ne conosce il vero ruolo e il potere personale, che comunque deve essere molto forte. Dicono, gli oppositori, che sia ormai solo lui a scegliere i ministri, ma anche che indichi le politiche e coordini con la massima attenzione le notizie sui mass media. Non ha mai concesso alcuna intervista. Già professore all’università di Algeri e sindacalista, Said ha una vastissima rete di amicizie, molto solide, sia in Algeria che all’estero. Molte anche, e anch’esse solide, in Italia. L’altro uomo al centro del potere algerino è Ahmed Gaid Salah. 79 anni, è insieme sia capo di stato maggiore delle FF.AA. e anche vice-ministro della Difesa, visto che il ruolo di ministro è ufficialmente coperto dal presidente della Repubblica. Viene considerato come un fedelissimo di Bouteflika. Ha certamente avuto dei personali benefici dal suo attuale ruolo, soprattutto nel momento in cui l’anziano presidente ha messo da parte, nel settembre 2015, Mohamed Mediene, detto Toufik, lo storico capo dei servizi segreti algerini, che Toufik aveva diretto per ben 25 anni di seguito.

Bouteflika aveva apertamente accusato Toufik di incompetenza, ma il senso della eliminazione del capo dei Servizi è quello, nella logica dell’anziano presidente, di controllare totalmente e sicuramente tutto l’apparato militare di Algeri. E di ridurlo ai suoi voleri, che sono soprattutto quelli della vivace business community algerina. Poi, sempre nel centro dell’élite del potere algerino Fln, troviamo Athmane Tartag. È il nuovo capo dei Servizi. Formatosi a lungo alla scuola del Kgb degli anni ’70, ha partecipato da protagonista, negli anni ’90, alla durissima lotta algerina contro il terrorismo jihadista. Molto vicino a Said Bouteflika. Comunque, le manifestazioni in tutto il Paese sono state ormai ridotte a poca cosa dal premier attuale Ahmed Ouhaya, che ha parlato, probabilmente non del tutto a torto, di “fonti sconosciute” che alimenterebbero i moti di piazza. La paura di una nuova guerra civile, non necessariamente legata a una nuova rivolta del “jihad della spada”, agita non solo le classi dirigenti ma anche le masse in azione. Che tutto vogliono salvo che ritornare agli anni ’90, e fu questo lo spettro che, da solo, bloccò la possibilità di una “primavera araba” in Algeria. Ricordiamo che, all’inizio degli anni ’90, la guerra civile algerina, che fu anche la prima evoluzione di massa del jihad, è costata almeno 200.000 morti. Il solo ricordo di quegli anni, nelle masse algerine, evitò, lo ricordiamo, nel 2011 il “contagio”, tra Fratellanza Musulmana e maldestri agenti occidentali, delle “primavere arabe”. I dati demografici ed economici sono, però, oggi simili a quelli che si sono ritrovati all’interno della macchina propagandistica “democratica” del 2011: fortissima corruzione degli apparati pubblici, disoccupazione molto diffusa, altissimo tasso di giovani disoccupati e con scarsa attitudine al lavoro tra la popolazione. Le richieste dei manifestanti, infatti, si sono appuntate, dalle fin dalle grandi riunioni di massa del febbraio scorso, sul blocco dell’aumento dei prezzi, e qui il governo non ha messo in atto i tagli dei sussidi, poi sul mantenimento e aggiornamento degli stipendi del settore pubblico, ormai miseri (e, quindi, con un ricorso quasi automatico al bakshish corruttivo) e le masse hanno richiesto, infine, la soluzione di una emergenza gravissima, per le abitazioni. Il governo, però, non ha i soldi.

Dipende ancora, per oltre il 65%, dalle rimesse petrolifere, che ovviamente calano, in tempo di prezzi bassi del barile e di restrizioni Opec, ha poi tra i piedi una vecchia burocrazia di tipo sovietico, ha ancora una lunghissima manus negli affari e nelle imprese, ma è di fatto isolato dai nuovi equilibri strategici e militari del Maghreb, a cui reagisce senza poterli modificare. E, poi, l’aumento relativo dei prezzi al barile, reso possibile quasi unicamente da una diminuzione della produzione Opec, di cui peraltro l’Algeria fa parte, ha sì conferito un piccolo e nuovo canale di liquidità fresca per il governo di Algeri, ma ciò ha anche rotto la disciplina fiscale e aumentato ulteriormente la spesa pubblica. Tasse maggiori sui beni importati, quindi, come prima ricetta economica del governo, poi la rinuncia al taglio dei sussidi introdotti nel 2017, ma sono stati aggiunti anche aumenti per le spese di investimento e per le spese sociali. Secondo la ragioneria dello stato algerino, l’eliminazione del deficit dovrebbe però avvenire, rebus sic stantibus, nel 2023. Poi ancora, sono stati immessi tanti dazi doganali sulle importazioni, che generano un aumento dei prezzi a cascata, ma c’è anche da mettere nel conto lo scarsissimo successo dei piani di “indipendenza dal petrolio” e di diversificazione economica; e anzi le autorità algerine stanno, casomai, cercando di massimizzare i profitti dal petrolio e dal gas naturale; e oggi il Pil è in crescita proprio grazie all’aumento della spesa pubblica generato dal solo aumento del prezzo del petrolio al barile.

Ma quali sarebbero le alternative politiche reali a Bouteflika? Il Fln lo ha già incoronato, probabilmente faute des mieux, ma non poteva certo fare altrimenti, il premier Ouyahia non ha altri santi a cui votarsi, pur essendo anche il leader del Raggruppamento Nazionale Democratico, ma soprattutto il livello di tensione tra i vari poteri interni agli affari clanici e politici di Bouteflika e alle Forze Armate è tale da non far emergere nessun vero nuovo leader nazionale. Tra i ragazzi della rivolta, cresce il consenso per il partito Jil Jedid, “nuova generazione”, ma tra i candidati possibili vi potrebbe essere anche Chabib Khelil, già ministro dell’Energia ma che ha la doppia cittadinanza, marocchina, è stato già presidente dell’Opec e, oggi, fa il potente consulente internazionale. Che ha, Chabib Khelil, fortissimi legami con gli Usa e moglie palestinese con passaporto Usa. Il che non rende la sua candidatura possibile, per le norme di Algeri. Lasciamo poi qui stare le vacue noie giudiziarie per delle antiche relazioni di Khelil con la Saipem.

Altro candidato “nuovo” potrebbe essere anche Mouloud Hamrouche, un ex-primo ministro “moderato”. Ma non bisogna nemmeno dimenticare, nella strategia, naturale, di copertura assoluta per la candidatura di Bouteflika da parte dell’establishment, il recente allontanamento del capo della polizia Abdelghani Hamel, considerato a suo tempo tra i più naturali successori di Bouteflika, allontanamento giunto a causa di una questione derivante da alcuni traffici di droga in cui appariva collegata la potentissima polizia algerina, forte di 200.000 uomini e priva, dopo le riforme a cu facevamo prima riferimento, di un affidabile e stabile Servizio di Sicurezza. Di cosa hanno davvero paura i decisori attuali di Algeri? Naturalmente, del “jihad della spada”. E, aggiungeremo noi, europei e soprattutto italiani, che la destrutturazione “primaverile” e irrazionale dell’Algeria ci porti ad una costa algerina porosa e incontrollabile, proprio mentre si sta spegnendo lentamente la pericolosità migratoria della Libia e si stabilizza quella dalla Tunisia. Algeri è, poi, fortemente preoccupata per le linee di instabilità tribale, jihadista e militare che si sono mostrate in Mali nel periodo delle elezioni in quel Paese, tra il luglio e l’agosto scorso. Poi, nella mente dei decisori di Algeri c’è la grande instabilità in Libia, problema oggi al numero uno dei decisori militari di Algeri; e ovviamente quella in Tunisia. Sulla Libia, Algeri è un sostenitore chiaro, aperto e molto utile del Gna di Al Serraj, mentre i suoi Servizi, che ben conoscono i deserti subsahariani, stanno organizzando una pace tra le milizie e le tribù non-jihadiste del Fezzan, per poi arrivare a una Libia unificata. Poco prima che arrivi Haftar, che ormai, da sud, detiene circa l’80% del territorio libico. Le operazioni militari algerine in Sahel sono comunque, a parte l’amnistia recente per i jihadisti locali, che ha portato alla resa di circa 88 militanti della “guerra santa”, ma comunque tutti di scarso rilievo politico, una cosa molto seria.

Le FF.AA. di Algeri sono oggi forti di 147.000 uomini, tutti ottimamente addestrati anche al deserto, con la riserva che arriva a disporre, in totale, di 460.000 elementi. Né dobbiamo dimenticare che l’Algeria, malgrado la crisi economica, spende 10 miliardi di Usd l’anno per le armi e con una crescita della spesa militare, tra il 2012 e il 2016, del 277%, quasi tutta utilizzata per acquisire (80%) l’armamento russo. Algeri è, ancora, il quinto importatore di armi al mondo e il terzo maggior acquirente di armi russe. È bene inoltre ricordare che, pur non essendo oggi l’Algeria base di passaggio di migranti verso l’Europa, ci sono, ancora molto attive, le antiche rotte che arrivano, dall’Africa subsahariana, fino a Tamanrasset e che poi si dirigono in Marocco, o in Libia e in Tunisia. L’unica chance, oggi, che evita il riadattamento delle coste algerine al passaggio dei migranti verso l’Ue e, soprattutto, verso l’Italia, è unicamente la fermissima volontà repressiva delle autorità algerine. Se questa volontà cade, avremo presto una alternativa potente e efficace per i nuovi passaggi di migrazioni illegali dal Maghreb all’Italia e agli altri porti europei e mediterranei. L’Algeria, in effetti, da tempo raduna i suoi molti migranti irregolari e li indirizza, manu militari, verso il Mali e il Niger.

Vi sono alcuni accordi tra Algeri e i Paesi del Sahel, ma ci sono state anche tensioni, visto che spesso l’Algeria ha imposto i suoi ritmi e le sue armi nell’Africa subsahariana, anche con qualche scontro con le forze maliane e nigerine. È quindi il grande timore che l’insicurezza, ormai endemica nel Maghreb, si diffonda anche al vastissimo territorio algerino, il maggiore e vero driver strategico attuale della dirigenza di Bouteflika. E non ha certo torto, il regime algerino, a valutare i fatti in questo modo. Vi è stata una denuncia, da parte del regno del Marocco, che Algeri avesse avuto, mesi fa, un sostegno iraniano nella sua antica lotta contro il Fronte Polisario y del Rio de Oro, con successiva chiusura della legazione di Teheran lo scorso maggio. E il Frente Polisario è una delle anime della politica estera dell’Fln, fin dapprima dell’indipendenza algerina. Segno questo che, ormai, la questione algerina (e marocchina) è al centro del nesso tra jihad e operazioni palesi, in tutte le aree interne dei due Paesi, Marocco e Algeria; e quindi nel loro nesso con il Sahel.

Ma c’è ancora sul tavolo, e la questione è molto più importante di quanto non appaia prima facie, il tema della candidatura congiunta di Rabat e di Algeri a ospitare i campionati mondiali di calcio del 2030. Altra scommessa, e grandissima, sulla sicurezza interna del regime di Bouteflika. E di Mohammed VI, che molto punta a questa occasione per portare alla fama mondiale il suo regno alawita. È, comunque, molto probabile che le grandi forze globali che hanno destrutturato la Tunisia prima, e poi l’Egitto e la Libia, rendendo quei vecchi, vetusti ma in fondo stabili regimi, un sistema squilibrato e, soprattutto, poroso da sud, si stiano interessando proprio all’Algeria, che ha tutte le caratteristiche per interessare la propaganda globale per la world democracy: un vecchio e malato leader, quasi assoluto, un vecchio sistema protezionista e petrolifero, magari da mettere a disposizione di altri Paesi dell’Opec, una bomba demografica interna e una grande crisi di sbocco verso i Paesi sviluppati del Nord per i giovani e le nuove élites. Un paradigma politico-propagandistico ormai molto ben rodato, anche se sempre più pericoloso. Il panorama perfetto, questo, per una lotta “vecchi-vs giovani”, come si vede già nella propaganda Usa e francese, o anche una possibile piattaforma per la liberalizzazione interna, magari, e anche questo è stato già detto dalla propaganda francese e nordamericana, con i soliti “islamisti moderati” che entrano nel gioco politico, anche perché, sempre per utilizzare ancora i canoni ormai molto consunti di certa propaganda occidentale, è colpa della “repressione” dei governi “reazionari” la sola presenza del jihad della spada nel Maghreb. Contro la crisi economica e la carenza di investimenti, il regime algerino attuale ha prodotto, lo abbiamo già notato, una politica fiscale espansiva a breve, che ha generato molta inflazione e che permette solo di comprare tempo, per il governo, senza poter risolvere le questioni centrali dell’economia di Stato e del rapporto tra burocrazia, potere politico, rendita petrolifera, trasformazione industriale. Il petrolio e il gas naturale valgono ancora, per Algeri, il 97% del totale delle esportazioni, due terzi delle entrate dello Stato e un terzo del Pil.

I dati sono del 2014, ma oggi i rapporti sono di poco diversi. Le riserve di idrocarburi non sono però tali da far ben sperare. Si parla, tra i tecnici petroliferi, di venti anni di riserve ancora possibili per il petrolio, cinquanta per il gas naturale. Ma il debito estero di Algeri è ancor oggi solo, è bene notarlo, del 2% sul Pil. Probabile, quindi, che Bouteflika e i suoi successori vogliano mantenere le cose come stanno e, in futuro, iniziare la modernizzazione con il ricorso al debito e agli investimenti esteri, con altri due anni di spesa fiscale a debito e, poi, con una vendita massiccia di titoli del debito pubblico di Algeri, che potrebbero finanziare di nuovo sia lo status quo della moneta, tenuta artificialmente troppo alta, sia la spesa pubblica in sussidi e posti di lavoro burocratici ai giovani. La bomba demografica, l’innesco delle vecchie crisi della “primavera araba”, è comunque uno dei primi elementi da studiare. Anche dal punto di vista antropologico e culturale. Il giovane, anche in Occidente, è un déraciné, senza la memoria di quanto sia occorso, al Fln, per farlo arrivare a quel punto. Cinque settimi della popolazione algerina è oggi minore di 21 anni. La “democrazia”, per i ragazzi di Algeri del 2019, non è la lotta contro i francesi e i pied noirs, magari aiutati dall’Eni e dall’Urss, ma solo un lavoro decente e il cibo tutti i giorni. Masse facilmente manipolabili, quindi, forse Elias Canetti, nel suo straordinario Massa e Potere, una “massa aizzata” o “in fuga”.

La Fratellanza Musulmana, che è sempre stata all’origine, anche per induzione dall’estero, delle “primavere arabe”, risulta oggi essere, a Algeri, particolarmente attiva. Il paradigma classico della rivolta popolare simil-spontanea è allora pronto, ma è comunque probabile che Bouteflika si accordi, ma dopo e solo dopo la sua quinta rielezione (probabile, visto che il suo regime è visto come un momento di stabile crescita economica e civile) per un nuovo nome su cui far correre le vecchie élites; e che costruisca nuove e buone relazioni con la Cina (che ha diminuito gli acquisti di petrolio e gas) ma soprattutto con il Giappone e l’Ue, che potrebbe davvero, modificando e ampliando i termini dell’interscambio economico tra Algeri e l’Unione, mutare tutta la formula produttiva dell’Algeria futura. Se ne avrà le capacità e la forza, attitudini di cui dubito.

ultima modifica: 2019-03-05T11:30:10+00:00 da Giancarlo Elia Valori

 

 

 

 

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