Gli Stati Uniti cercano di avvantaggiarsi nella corsa per il grande appalto nucleare in Arabia Saudita. Il segretario Perry ha concesso autorizzazioni preliminari segrete a sei aziende americane. E intanto oggi Di Maio vede a Washington proprio il Segretario americano all'Energia

La Reuters ha visto le copie di documenti contenenti gli estremi con cui gli Stati Uniti hanno concesso di svolgere a sei aziende americane lavori preliminari sull’energia nucleare in Arabia Saudita. Tutte e sei le ditte che stanno lavorando per passare tecnologia e know-how a Riad – ma non ancora materiale – hanno richiesto l’anonimato all’amministrazione Trump, che lo ha accordato.

Si tratta di autorizzazioni note come “Part 810”, con cui il governo americano dà la possibilità di effettuare progettazioni e lavori preliminari su settori delicatissimi come quello del nucleare, prima di concessioni vere e proprie. Garante delle attività è la NNSA (National Nuclear Security Administration) del dipartimento dell’Energia guidato dal segretario Rick Perry.

Il nucleare saudita è un dossier strategico dove Washington è in aperta competizione con Corea del Sud e Russia (e Cina, che ha già penetrazioni nel regno su questo settore). Riad ha dichiarato che entro fine anno scioglierà le riserve su chi sarà il vincitore dell’appalto per due centrali nucleari, progetto che rientra nell’ambito della differenziazione (anche energetica) pensate nel grande piano futuristico dell’erede al trono Mohammed bin Salman, la “Vision 2030”.

L’amministrazione statunitense – la cui presidenza ha lavorato molto per rinvigorire l’alleanza con i sauditi – ha dichiarato apertamente di essere in corsa. Il piatto è ghiottissimo, d’altronde, e Washington preserva i propri interessi strategici e commerciali (maliziosamente c’è da chiedersi se Mosca, Seul o Pechino non abbiano provato a portarsi altrettanto avanti col lavoro. Ndr). Però la concessione secretata è un’anomalia, visto che solitamente le Part 810 – che richiedono approvazioni incrociate di più agenzie – sono rese pubbliche.

Possibile che sul motivo della copertura ci rientri il clima che circonda la questione Arabia Saudita a Capitol Hill. I congressisti hanno preso negli ultimi mesi diverse decisioni non proprio amichevoli col regno, sia su capitoli complicati per Riad come la guerra in Yemen, sia sul delicatissimo caso Khashoggi (l’editorialista saudita del Washington Post assassinato nel consolato saudita di Istanbul da una squadraccia dei servizi inviata da Riad). Differentemente, l’amministrazione e soprattutto la presidenza Trump hanno preso posizioni più complici e vicine ai sauditi.

Sul nucleare molti legislatori statunitensi sono preoccupati che la condivisione di tecnologia con l’Arabia Saudita, seppur in ambiti civili, possa prendere altre derive e portare a una corsa agli armamenti in Medio Oriente. D’altronde, lo scorso anno, era stato lo stesso bin Salman a dichiarare, durante un’intervista alla CBS, che se l’Iran – nemico giurato saudita, contro cui, in appoggio agli alleati del Golfo, Washington ha diretto la sua politica mediorientale – avesse sviluppato tecnologia atomica militare, allora anche l’Arabia Saudita avrebbe fatto altrettanto.

Mercoledì, appena uscita la notizia sulla Reuters, un rappresentante democratico, Brad Sherman, ha chiesto al segretario di Stato, Mike Pompeo, durante una sua audizione alla Camera, di rendere pubblici i nomi delle aziende coinvolte. Pompeo s’è fatto carico di “analizzare il problema”, mentre Sherman accusava l’amministrazione Trump, nel nome di Perry, firmatario delle autorizzazioni, di aver voluto tener segreti questi passaggi sul nucleare saudita al Congresso.

Un incontro col segretario all’Energia Perry fa parte dell’agenda odierna della visita del vicepremier italiano, Luigi Di Maio, a Washington. L’incontro istituzionale che segue quello con il collega al Commercio e anticipa un passaggio al Consiglio per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, non era scheduled dal MiSE ed è stato evidentemente arrangiato in opera.

Il ministro dello Sviluppo economico è impegnato in una serie di contatti che passano dai vertici istituzionali a visite più operative nell’ambito di quella che dal suo ministero (Sviluppo economico, MiSE) definiscono la “Fase 2” del progetto italiano sul bilancio: quella più orientata agli investimenti. Ieri ha avuto incontri a Wall Street e con altri investitori, tra cui quelli delle Big Tech come Apple, Facebook, Google, Ibm, Microsoft, Tesla, Salesforce, Virgin Galactic. L’appuntamento con Perry si posiziona in un territorio ibrido, tra vertice istituzionale e contatti nel mondo dell’energia, un dossier che gli Stati Uniti tengono in primissimo piano.

 

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