Il capo delle forze armate russe, il generale Gerasimov, ha spiegato pubblicamente la strategia della guerra ibrida con cui Mosca gestisce alcuni dossier di politica estera

Ieri il generale Valery Gerasimov, capo delle forze armate russe, ha tenuto un discorso pubblico che resterà nella storia perché ha tracciato il perimetro della visione che la Russia attuale ha del mondo, e ha delineato il modo con cui Mosca intende comportarsi nel costruire parti della sua politica estera.

Il generale ha praticamente spiegato ciò che aveva già scritto in un saggio per la rivista militare russa The Military-Industrial Courier uscito nel 2013, ossia che non esistono confini netti tra guerra e pace nel mondo moderno. Ci sono militari che combattono in tempo di pace, ha detto, e mezzi politici ed economici sono usati in fasi di guerra. Quell’articolo, da cui nacque la definizione di “dottrina Gerasimov”, è considerato il prologo ideologico della guerra ibrida con cui la Russia ha attaccato l’Ucraina l’anno successivo, e infatti il capo di stato maggiore russo ieri ha citato la Siria e (ben meno apertamente) l’Ucraina come due ottimi esempi di alcune attività russe.

Parlando del futuro della strategia militare, Gerasimov ha detto che i paesi usano e useranno una miscela di potere politico, economico e quello delle armi contro i propri avversari. Ha spiegato la necessità di usare approcci asimmetrici (mix di combattimento, intelligence e propaganda) più che quelli classici sul confronto militare, e della potenza che la guerra informativa rappresenta.

A questo proposito ha citato l’intervento nella guerra civile siriana, un esempio di successo delle attività russe all’estero secondo il generale, dove la combinazione di “una piccola forza di spedizione con operazioni di informazione” ha fornito lezioni che possono essere ampliate per “difendere e far avanzare gli interessi nazionali oltre i confini della Russia”. In Siria, i russi sono intervenuti a sostegno del regime nella guerra civile, camuffando l’intera campagna (è la sua forza di spedizione in realtà non troppo piccola) da operazione anti-terrorismo e costruendo attorno alla missione una stratigrafia di narrazioni false o quanto meno alterate che hanno trasformato in quell’azione legata solo agli interessi di Mosca (la presenza strategica in Medio Oriente e lo sbocco diretto sul Mediterraneo, la pulizia di immagine dopo l’Ucraina e non ultimo il contenimento ex-clave della minaccia rappresentata dalle derive jihadiste proprie), in un coinvolgimento altruistico stile Avengers per salvare il mondo dal terrorismo.

In realtà i russi non hanno quasi mai combattuto contro lo Stato islamico se non nelle ultime fasi della battaglia (a sconfiggere il Califfato è stata la campagna della Coalizione internazionale a guida americana), perché erano concentrati sull’altro fronte, quello della guerra civile, ospitato nel territorio siriano. Ma molta stampa anche occidentale ha abboccato (e continua a farlo) alle attività informative che hanno creato la narrazione alternativa russa sulla Siria, alterando il racconto e il corso della storia a favore di Mosca.

Sebbene Gerasimov non possa parlarne apertamente, il miglior esempio di fronte asimmetrico e guerra ibrida russa non è quello siriano, ma l’Ucraina. L’occupazione e successiva annessione della Crimea, lo scoppio del conflitto separatista nel Donbas, sono state portate avanti con una strategia che comprende un’enorme attività propagandistica internazionale che sta alterando la realtà storica, la raccolta continua di informazioni di intelligence, la diffusione del paese di militari senza insegne (i cosiddetti “Little Green Men”) e il supporto clandestino dei ribelli. La Russia ha lasciato molte tracce, ma ha sempre negato coinvolgimenti diretti — mentre in Siria, a Latakia, Tartus, Deir Ezzor, ha schierato truppe ufficiali, in Ucraina i militari inviati da Mosca si sono mossi in segretezza a Est e senza ufficialità si sono improvvisamente palesati all’interno della penisola crimeana durante le fasi dell’annessione.

Quel che dice Gerasimov è dunque un’ammissione implicita di queste politiche militari, e ha un peso notevole se si considera che il generale è stato investito nel ruolo dello stratega plenipotenziario dal presidente Vladimir Putin. Gerasimov è anche uno dei responsabili ultimi delle interferenze elettorali che la Russia ha giocato in alcune votazioni occidentali, per primo quelle presidenziali statunitensi del 2016. Attività che rientrano nella strategia. Gli americani hanno ricostruito la campagna di info-war — costituita da operazioni di hacking, propaganda, diffusioni di narrazioni alterate, e qualche collusione con elementi di uno dei due team elettorali — e accusato il Cremlino per la copertura politica e il servizio segreto militare russo, il Gru, almeno formalmente dipendente da Gerasimov, per aver condotto la missione. La Russia nega anche in questo caso, ma episodi simili, anche se di natura minore, si ripetono in ogni elezione in Occidente — “non ci interessa ciò che l’Occidente pensa, noi siamo nemici”, ha detto ieri il generale — e qualche giorno fa il presidente dell’Europarlamento ha ricevuto dritte a riguarda dal capo delle intelligence statunitensi in vista delle Europee.

La Russia non ha inventato il concetto di guerra ibrida, già utilizzato nelle discussioni sulle strategie militari di Israele e Stati Uniti (nel 2005, per esempio, durante l’invasione in Iraq, l’allora comandante James Mattis, poi diventato capo del Pentagono e successivamente dimessosi in contrasto con l’attuale presidenza, scrisse sul sito dello Us Naval Institute un articolo dal titolo già molto eloquente: “Il warfare futuro: l’ascesa delle guerre ibride”). Gerasimov ha parlato anche di questo, spiegando che quella russa è una strategia per adattamento: il generale ha citato i “cavalli di Troia” americani, l’uso attivo di una “quinta colonna nell’interesse di destabilizzare la situazione, contemporaneamente agli attacchi aerei sugli obiettivi più importanti”. Sputnik ha scritto che in questo passaggio il generale parlava del Venezuela, dove Russia e Stati Uniti sono sul fronte opposto della crisi interna.

Pavel Felgenhauer, analista militare e editorialista per la Novaya Gazeta, ha detto al New York Times che a Mosca i sostenitori della linea dura spesso promuovono l’idea che la Russia “sia in un limbo tra guerra e pace” come ha fatto ieri Gerasimov, “perché li aiuta nelle controversie del governo interno, dando loro un maggiore potere in politica”.

 

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