Gli Stati Uniti di Trump riconoscono la sovranità israeliana sul Golan

Gli Stati Uniti di Trump riconoscono la sovranità israeliana sul Golan
Trump inverte decenni di diplomazia americana e firma il documento con cui riconosce la sovranità israeliana sulle Alture del Golan

Lunedì il presidente americano, Donald Trump, ha firmato il documento con cui gli Stati Uniti riconoscono ufficialmente le alture del Golan come territorio israeliano, invertendo decenni di politica americana sul territorio conteso tra Israele e Siria e seguendo un annuncio fatto giovedì scorso su Twitter.

In piedi, al fianco del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in visita alla Casa Bianca perché avrebbe dovuto partecipare – a Washington – alla riunione annuale dell’Aipac, la principale organizzazione ebraica americana, Trump ha definito la sua decisione “storica”. Lessico ripreso da Netanyahu. L’americano l’ha motivata dicendo che l’Iran e altri gruppi terroristici “continuano a fare delle Golan Heights un potenziale terreno di lancio per gli attacchi contro Israele”.

Israele prese il controllo delle alture del Golan nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 contro i suoi vicini arabi e ufficialmente ha annesso il territorio nel 1981. Gli Stati Uniti e le altre nazioni, tuttavia, non hanno mai riconosciuto formalmente le Alture come territorio israeliano prima d’oggi, affermando che lo status doveva essere regolato nei negoziati tra i paesi coinvolti.

Era una decisione che dovevamo prendere “decenni fa”, ha detto Trump ai giornalisti mentre firmava la proclamation nella sala diplomatica della Casa BIanca. Il Prez ha citato l’attacco odierno del gruppo palestinese Hamas, che ha ferito sette persone nel centro di Israele, come il tipo di incidente che vuole impedire, dicendo “non vogliamo vedere un altro attacco come quello sofferto stamattina”.

Le alture hanno una valore strategico e tattico per Israele, non tanto per contenere attacchi come quello odierno, che è arrivato dalla Striscia di Gaza (dove si trova Hamas), ma per una questione ancora più importante, forse: controllare le attività in Siria, dove gli iraniani si sono rafforzati dando sostegno al regime di Damasco e hanno approfittato del caos della guerra civile per passare armi più tecnologiche a un altro nemico giurato dello stato ebraico, il gruppo combattente libanese Hezbollah.

L’annuncio è una spinta notevole per Netanyahu, che tra due settimane dovrà pesare alle urne l’effetto prodotto dalle varie accuse di corruzione sul suo conto. Il primo ministro sta usando la vicinanza di Trump a Gerusalemme come un’arma elettorale –– sebbene Trump abbia inviato a Bibi anche segnali severi sull’esposizione nei confronti della Cina (qui l’articolo) — e lo stesso sta facendo Trump. Il premier lo rivende come un successo personale e un bene per il paese, dopo che con il suo predecessore Barack Obama era arrivato più volte ai ferri corti anche per una questione di scarsa empatia; l’americano lo usa per far leva su certe ambiguità degli avversari Democratici.

Oggi Netanyahu si è presentato davanti ai giornalisti vestito come il Trump di ordinanza, camicia bianca e cravatta rossa, e ha ripetuto in faccia al presidente americano una cosa detta già nei giorni passati: “Israele non ha mai avuto un amico migliore di te”. “È stato davvero importante per me venire qui alla Casa Bianca, e grazie”, poi s’è congedato per via della crisi innescata dai razzi dalla Striscia.

Prima che Trump firmasse il documento, Netanyahu aveva detto che le Forze di difesa israeliane (Idf) avevano iniziato a “rispondere con forza” all’attacco missilistico di Hamas e ha aggiunto che voleva tornare a casa per “guidare il popolo di Israele e i soldati di Israele”. Trump ha detto che è un diritto di Israele difendersi (una dichiarazione simile è stata diffusa dalla Farnesina).

Il ministero degli Esteri siriano ha condannato la decisione di Trump, affermando in una nota ai notiziari che “il riconoscimento di Trump è un flagrante attacco alla sovranità della Siria e alla sua integrità territoriale”. Lo stesso ha fatto il presidente turco Recep Tayyap Erdogan, in rotta con Washington.

 

ultima modifica: 2019-03-25T10:10:19+00:00 da Emanuele Rossi