Il capo dello Stato turco si troverà rivoltata contro un'arma che in precedenza è stata una una delle principali motivazioni del suo successo politico: l'economia

Una certezza alla vigilia di questo ennesimo appuntamento elettorale turco già l’abbiamo. Più che una campagna elettorale, è sembrata una televendita, soprattutto da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo partito, che poi hanno beneficiato di sei volte gli spazi televisivi riservati all’opposizione. Se a questo si aggiungono quasi tutti i quotidiani, ormai automaticamente schierati dalla parte del potere, anche questa volta si può parlare di messaggi elettorali a senso unico.

Eppure, nonostante questo, alle amministrative di domani, il capo dello Stato turco rischia di ritrovarsi qualche brutta sorpresa, soprattutto in città come Istanbul e Ankara, dove invece deve assolutamente mantenere la leadership. La novità rispetto alle precedenti consultazioni politiche è che questa volta il capo dello Stato si troverà rivoltata contro un’arma che in precedenza è stata una una delle principali motivazioni del suo successo politico: l’economia.

La crisi valutaria della scorsa estate non si è ancora fermata e di sicuro non sono ancora rientrati gli effetti devastanti che ha avuto sull’economia nazionale: stipendi svalutati del 25%, istituti bancari che hanno bloccato prestiti e linee di credito, l’inflazione che in febbraio è arrivata a sfiorare il 20%.

Istanbul, il cuore economico della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, è una città in sofferenza, dove la mancanza di liquidità fa sentire i suoi effetti nei modi più disparati, dagli sconti nei negozi purché si paghi subito e in contanti, alle decine di cantieri di lusso fermi, perché non ci sono più i soldi per mandarli avanti.

Come detto, si tratta di un voto amministrativo, non può inficiare concretamente la leadership di Recep Tayyip Erdogan, ma è molto importante dal punto di vista simbolico per almeno due motivi. Il primo è che in Turchia si vota ‘a colpo secco’ per il rinnovo delle amministrazioni in tutte le 81 province. La fotografia che esce dalle urne quindi delinea molto bene quali forze governino il Paese e dove. Il secondo è che, con il demansionamento del parlamento in seguito alla riforma costituzionale, i sindaci sono più protagonisti della vita politica del Paese, e dato il loro ruolo individuale è più facile che possa spuntare una personalità in grado di rappresentare un’alternativa al carisma di Erdogan.

Il presidente lo ha capito e ha usato tutti i mezzi in suo possesso per cercare di convincere il popolo turco a votare l’alleanza per la repubblica, coalizione formata dal suo Akp, il Partito per la giustizia e lo Sviluppo e dai nazionalisti del Mhp. Ha utilizzato l’islamofobia come arma politica, l’odio verso Israele, le teorie complottiste per le quali l’occidente starebbe cercando di portare la Turchia sul lastrico. Ma stavolta non basta e per questo da settimane in tutte le città controllate dal suo partito sono in vendita generi alimentari a basso costo per contrastare gli effetti della svalutazione della monta nazionale e dell’inflazione.

Da parte dell’opposizione l’unico candidato in grado di fare parlare di sé sembra Mansur Yavas, che proverà a conquistare Ankara. Ma mai come questa volta, se vince, Erdogan verrà considerato non tanto bravo e imbattibile, quanto molto fortunato.

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