La minaccia cinese e l’assordante silenzio di Via Veneto

La minaccia cinese e l’assordante silenzio di Via Veneto
Le imprese cinesi non sono solo forti di una incredibile economia di scala ma godono spesso di mercati protetti, di sussidi generosi e possono quindi produrre sotto costo, approfittando in molti casi della tecnologia occidentale. Secondo il documento, la Ue invece non approfitta a sufficienza della sua economia di scala

Non è un segreto. Anzi – come vedremo – il progetto viene da lontano. Alcuni esponenti politici della maggioranza “contrattuale” (non un’alleanza) su cui regge il governo ne hanno parlato (a favore), ma c’è un silenzio davvero assordante dal ministero competente, quello dello Sviluppo Economico con sede a Via Veneto. Quella via era un tempo il luogo della dolce vita. Avere l’ufficio da quelle parti, dovrebbe servire a qualcosa di più che a mettersi in grisaglia ed andare alle “prime” al Teatro dell’Opera.

Si tratta della proposta che il 21 ed 22 marzo comincerà ad esser discussa al Consiglio Europeo: una strategia delineata dal Centro europeo di strategia politica (organismo indipendente della Commissione europea) per meglio affrontare la concorrenza internazionale, rilanciando l’innovazione, rafforzando le difese commerciali, anche con la creazione un nuovo fondo sovrano europeo. Il documento di 20 pagine riflette, nell’immediato, la nuova preoccupazione della Ue di fronte alla “minaccia” della Cina che sta travolgendo gli equilibri del libero mercato.

Le imprese cinesi non sono solo forti di una incredibile economia di scala ma godono spesso di mercati protetti, di sussidi generosi e possono quindi produrre sotto costo, approfittando in molti casi della tecnologia occidentale. Secondo il documento, la Ue invece non approfitta a sufficienza della sua economia di scala. Per invertire la rotta deve, prima di tutto, completare il mercato unico digitale per trarne maggiori vantaggi. Nell’era digitale, “l’economia di scala senza massa critica è un fenomeno nuovo che ha messo in crisi le società già esistenti”, si legge nel testo disponibile da alcuni giorni. Non è dato sapere quale è la posizione dell’Italia e, se il nuovo strumento viene in vita (dato che – come riassumeremo- ha radici profonde e forti), quali proposte abbiamo per la sua governance e se abbiamo, almeno potenzialmente, candidati di livello per le figure chiave.

Anche se la “minaccia cinese” è il detonatore immediato, il documento ha radici molto più profonde. È da tempo uno dei cavalli di battaglia dei governi francesi (quali che ne sia il colore). In Francia sia il “Rapport Beffa” del 2005 sia il più recente “Rapport Gallois” del 2012 riflettono chiaramente una politica industriale “colbertista”, dal nome di Jean-Baptiste Colbert, il ministro delle finanze e dell’economia di Luigi XIV che sta riacquistando sta acquistando notorietà nell’Italia di oggi. Il suo nome è circolato frequentemente in Italia nel 2004-2005 all’indomani di un discorso pronunciato a Pesaro dall’allora ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, a proposito dell’ammissione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) e delle implicazione che ciò comportava e comporta in materia di applicazione dei principi di reciprocità e di non discriminazione (i due pilastri dell’Omc).

È stato ascoltato anche in occasione dello sciopero proclamato dalla Cgil sui problemi dell’industria manifatturiera in generale e della metalmeccanica in particolare. È riecheggiato nelle richieste e delle tre maggiori sigle sindacali e della Confindustria a proposito di “politica industriale” per le aziende in crisi. Colbert fu un uomo di stato di multiformi attività. Da segretario alla Marina, potenziò la flotta, modernizzò i cantieri navali e aprì rotte sull’Atlantico per creare “Nouvelle France”, la prima colonia francese in quello che è oggi è il Canada. Accademico di Francia, fu anche uomo di lettere ed urbanista; guidò il riassetto di molte città francesi e fondò l’Académie de France a Villa Medici a Roma. È ricordato, però, principalmente per il suo ruolo nell’economia: fautore dell’intervento pubblico, riorganizzò le autonomie locali ed il sistema tributario (abrogando esenzioni e deduzioni); adottò una politica per attirare in Francia lavoratori stranieri con professionalità che mancavano nel Regno (per le banche, la finanza, l’industria nascente) – attirò tra l’altro numerosi banchieri italiani; mise, soprattutto, in atto una strategia mercantilista diretta a potenziare l’export e proteggere, con dazi e contingenti, le manifatture nazionali.

Un pianificatore o un liberista? Nel contesto del Seicento francese, deve, paradossalmente, essere considerato un liberalizzatore a fronte della frammentazione di mercati locali regolati da interessi particolaristici, del pensiero “bullionista” ancora imperversante (favorevole alla più ampia circolazione di moneta nei confini del territorio nazionale ed alla “cattura” di metalli preziosi) e del protezionismo pure più spinto (si pensi all’Atto di Navigazione che vietava l’import di merci non trasportate su navi di Sua Maestà Britannica) vigente sull’altra sponda della Manica. In breve, sempre nel contesto dell’epoca, un liberale nazionale favorevole ad uno Stato decisamente regolatore e, quindi, anche ispettore.

Come Faust, il Colbert economico aveva, però, due anime. Dato che era (si direbbe oggi) “un uomo del fare”, piuttosto che del teorizzare, non lasciò nessuno scritto organico; quindi, le sue anime vanno ricavate dai suoi “decreti”. L’anima liberale-regolatoria (nel quadro della Francia del Seicento) traspare dal rigore delle misure contro la contraffazione e la corruzione (della pubblica amministrazione e dei concessionari di esazione delle imposte). Quella nazionale-mercantilista dalla tariffa doganale e dagli incentivi (su base non discriminatoria, grande segno di modernità a quell’epoca) per l’industria francese.

Le due anime hanno dato origine a due filoni distinti; ambedue si riconoscono in Colbert, pure nella madre-Patria, ma non si amano; anzi, come avviene in molte famiglie, da oltre tre secoli litigano per l’eredità (il nome) dell’illustre antenato. Un filone ha sempre promosso la teorizzazione e razionalizzazione dell’intervento pubblico dell’economia; nella stessa Francia ha prodotto la “programmazione indicativa” ed il Commissariato al Piano, metodi e strumenti a cui si abbeverarono molti economisti italiani all’inizio degli Anni Sessanta. Un altro filone è quello dove a cui si ispirò Frédéric Bastiat. Liberista integrale, anzi integralista (nonché padre della roccaforte liberista viva e vegeta nell’Università di Aix en Provence), Frédéric Bastiat definì, prima degli economisti scozzesi, le condizioni essenziali per un mercato funzionante: una “soglia minima” di simmetria di posizioni e di informazioni. In breve, il mercato produce benessere solo se nessuno bara, almeno per quanto attiene alle regole di base. Per molti aspetti, fu un precursore degli “ordoliberali” tedeschi.

Il Rapporto Beffa è stato commissionato dall’allora Presidente della Repubblica francese, Jacques Chirac ad un gruppo di esponenti del mondo dell’industria, nonché di economisti, guidato dal presidente ed amministratore delegato dalla Compagnie Saint Gobain, Jean-Louis Beffa. Il documento (45 pagine a stampa fitta, con l’aggiunta di alcune appendici) proponeva “un rinnovamento della politica industriale articolato sulla promozione pubblica di programmi tecnologici industriali a lungo termine, con azioni da attuale principalmente allo stadio pre-correnziale, ossia della ricerca di base”. Al centro, vi era una politica di “campioni europei”, In un saggio scritto all’epoca, concludevo che probabilmente la pena prendere “rischi calcolati”, specialmente in quanto l’Italia (al pari di Francia e Germania) non ha alternative ad una strategia produttiva fondata su industria manifatturiera ad alto valore aggiunto: a differenza della Gran Bretagna, dell’Irlanda e di altri Paesi non disponiamo della dote naturale di una lingua internazionale (e di una tradizione mercantile-finanziaria anch’essa internazionale) da consentirci di trasformarci in una grande piazza mercantile. In un contesto di integrazione economica internazionale, settori come il turismo saranno sempre più ad alti costi relativi ed a basso valore aggiunto.

Mentre nel 2005 e negli anni immediatamente successivi, il Rapporto Beffa ha avuto una notevole eco in Italia (sono stati pubblicati brevi saggi e si sono tenuti dibattiti), il Rapporto Gallois, pubblicato il novembre 2012 è passato quasi inosservato nel nostro Paese. Il documento tratta temi molto simili ma dopo quattro anni di crisi (ed il cambio di inquilino all’Eliseo) e quando le previsioni indicavano una debole ma progressiva uscita dalla crisi. La stessa pubblicistica francese mostrava il Rapporto Gallois principalmente come un ponte verso (la politica industriale de) la Germania, glissando, però, sulle differenze , profonde e radicate, riassunte al para.2 di questa nota. A differenza di Beffa (da sempre nel settore privato), Louis Gallois era un alto funzionario pubblico: Commissario generale agli investimenti. Sulla base dell’incarico specifico – il documento intitolato Patto per la competitività dell’industria francese – la Francia ha poi adottato una serie di misure per cercare di rilanciare il settore industriale.

Occorre ricordare a chi all’epoca non seguiva questi temi che i due documenti- quello Beffa e quello Gallois – sono alla base del recentissimo Manifesto franco tedesco sulla Politica Industriale (febbraio) in cui si propone di Rivedere le regole di concorrenza della Ue per favorire il rafforzamento dei “campioni” industriali e tecnologici europei. Flessibilità nella valutazione delle fusioni di imprese tenendo conto che la concorrenza è sul terreno globale.

Un terzo aspetto riguarda il ruolo pubblico: “Va esplorata l’idea di un coinvolgimento temporaneo di soggetti statali in settori specifici”. È la prima volta che Francia e Germania affermano esplicitamente e adesso formalmente la necessità di procedere a una revisione così profonda delle regole antitrust europee che sono oggi volte ad assicurare condizioni di concorrenza nel mercato unico.

L’Europa “deve unificare le sue forze ed essere più unita che mai”, viene indicato nella prima riga del Manifesto franco-tedesco. Nelle cinque pagine ci sono delle idee, che rappresentano già una linea di azione diversa rispetto al passato. Successivamente lo scopo è aprire una discussione a livello dei capi di stato e di governo (la prossima riunione è prevista a marzo) e poi si definiranno proposte precise. L’idea è di procedere lungo le linee interpretative delle regole di concorrenza definendo chiari obiettivi di strategia industriale al 2030.Il cappello politico del manifesto è molto chiaro: la forza dell’Europa dipenderà fortemente dalla nostra capacità di restare una potenza globale manifatturiera e industriale in settori fondamentali nei quali la concorrenza mondiale è aspra: i settori legati all’intelligenza artificiale, quelli che stanno cambiando a grande velocità come auto e ferrovie, quelli più tradizionali ma essenziali come acciaio e alluminio. O si cambia musica, questo il messaggio, o favoriremo la graduale scomparsa della nostra base industriale.

Tre i pilastri della nuova politica industriale europea, all’interno della quale Francia e Germania intendono rafforzare il loro sforzo industriale, progettuale e catalizzatore di investimenti. Il primo pilastro riguarda gli investimenti nell’innovazione. Va previsto uno spazio di finanziamento più forte di quello previsto per i prossimi anni in progetti tecnologici in grado di fare leva e attrarre il capitale privato per soddisfare il bisogno di capitale delle start-up e delle società innovative, sostenendo progetti di eccellenza (sanità, energia, clima, sicurezza ed economia digitale). Per diventare leader globali nell’intelligenza artificiale Francia e Germania intensificheranno la cooperazione tra loro creando una rete comune per ricerca e innovazione per coordinare il trasferimento della ricerca al business nei settori sanità, trasporti e robotica.

Già è stato definito un progetto di comune interesse europeo sulla microelettronica, ne definiranno un secondo per una nuova generazione di batterie. Entro il 2019 identificheranno i consorzi che includeranno produttori auto per prendere una decisione entro questo trimestre. Obiettivo: avere il via libera della Commissione entro giugno. Altri settori di cooperazione europea idrogeno, processi industriali a basso contenuto di carbonio, sanità intelligente, sicurezza informatica.

Se non ci svegliamo e non siamo propositivi, inutile lamentarsi che Bruxelles (e simili) non ci tengono in conto.

ultima modifica: 2019-03-20T09:50:47+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

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