La campagna elettorale israeliana si è conclusa, e l’ultimo sondaggio pre-elettorale vede in vantaggio il Likud di Netanyahu sul partito Bianco-Blu. Il blocco dell’attuale primo ministro però non conta un enorme vantaggio, giacché nelle ultime settimane diversi sondaggi hanno visto il primato della nuova coalizione Gantz-Lapid. Nel complesso, i partiti di destra e religiosi si sono visti attribuire dagli ultimi sondaggi circa 66 seggi, contro i 54 tra centristi e partiti arabi, un risultato che – se realizzato – richiederebbe a Netanyahu di formare un nuovo governo.

PERCEZIONI DA GERUSALEMME

È Netanyahu la scelta giusta per Israele? La stampa locale così come gli analisti sono estremamente divisi sull’argomento. Secondo alcuni, l’attuale leader – che ha perso diversi sostegni a seguito delle accuse di corruzione – ha mantenuto il Paese al sicuro, rafforzato le alleanze regionali e permesso una crescita significativa dell’economia, mettendo tuttavia in discussione alcuni pilastri della democrazia israeliana. Tra i meriti attribuiti dalla cittadinanza a Netanyahu, vi sono senza dubbio le numerose imprese compiute sul piano internazionale, come l’impegno contro il tentativo espansionistico dell’Iran, nonché contro le ambizioni nucleari degli Ayatollah stessi. Nonostante la sua fermezza, unita alla tendenza a voler scongiurare qualsiasi tipo di escalation militare, “Bibi” ha attivamente ostacolato il rafforzamento di Hamas, rafforzando le relazioni con le leadership palestinese e dunque impedendo un’escalation di conflitto con i gruppi terroristici palestinesi. Se, però, l’impegno contro la minaccia iraniana – così percepita a livello esistenziale – è condiviso sia dalla popolazione che dalle forze politiche dell’opposizione, i numerosi tentativi di appeasement nei confronti di Hamas hanno scontentato non poco la popolazione del sud. Nelle città di Sderot e Ashkelon, infatti, quelle che hanno maggiormente subito i danni causati dalle attività di “piroterrorismo”, nonché certamente dai razzi provenienti da Gaza, non hanno gradito la leggerezza con cui Netanyahu ha negoziato tregue e“cessate il fuoco” senza garantire uno scudo di sicurezza per le zone più esposte agli attacchi.

LA POLITICA ESTERA DI NETANYAHU

Benjamin Netanyahu ha costruito forti relazioni non solo politiche ma anche personali con alcuni dei più importanti leader al mondo: Donald Trump e Vladimir Putin sono la punta di un iceberg ben più grande che comprende anche numerosi capi di stato e governo con cui mai Israele si sarebbe aspettata di dialogare. Donald Trump, significativamente apprezzato in Israele, con i riconoscimenti di Gerusalemme (come capitale di Israele) e della sovranità israeliana sul Golan, ha fornito un indicativo assist alla “vecchia guardia”, non sottolineandolo chiaramente ma facendo intendere che una figura differente alla guida del Paese potrebbe non disporre dei medesimi vantaggi. Meno esplicito ma egualmente vicino a Netanyahu è il leader russo, Vladimir Putin, con il quale il dialogo non si è mai interrotto negli ultimi anni a causa della questione siro-iraniana. Israele non di rado è intervenuta con dei raid in Siria, con il beneplacito di Mosca la quale ha segretamente garantito a Gerusalemme la possibilità di difendere il Golan dall’espansionismo bellico delle milizie filo iraniane. È la figura di Netanyahu ad aver mantenuto un costante coordinamento con Vladimir Putin con lo scopo di impedire all’Iran di trincerarsi nella filo-russa Siria. E se non bastasse questo a qualificare l’appoggio di Putin nei confronti del Likud, pochi giorni fa l’esercito russo ha restituito a Gerusalemme i resti di un soldato israeliano, Zachary Baumel, ucciso in battaglia durante il conflitto Israelo-libanese, 37 anni fa. Senza dubbio, dunque, al momento gli Israeliani potrebbero scegliere di votare per Netanyahu perché convinti della sua indiscutibile rilevanza a livello internazionale.

LE FALLE DELL’ATTUALE GOVERNO

Non è tutto oro quello che luccica. Netanyahu, secondo quanto rivela la stampa locale, ha scontentato diverse fasce della popolazione a causa di alcune manovre poco popolari assunte in politica interna. In particolare l’attuale leader conta sul sostegno degli ultrareligiosi, alienandosi con tale scelta vaste parti della comunità ebraica della diaspora, nonché sacrificando gli interessi di tutte le correnti alternative della fede ebraica – tra cui le compagini più laiche, ovvero la maggioranza. Senza dubbio, però, i rivali più accaniti dell’attuale primo ministro sono i militari. Polizia, Intelligence e apparato bellico contrastano scelte e prese di posizione di Netanyahu ormai da anni, e presumibilmente sosterranno la candidatura dell’ex Capo di Stato Maggiore Benny Gantz. Il punto debole di Netanyahu potrebbe dunque essere proprio la rivalità storica che lo separa da laici e militari, una consistente fetta della popolazione. A rafforzare l’incertezza della cittadinanza vi è anche “l’inspiegabile” alleanza del leader con le fazioni di estrema destra, i Kahanisti di Otzma Yehudit, ultra nazionalisti che presentano come obiettivi di partito l’annessione totale della Cisgiordania, la cancellazione degli accordi di Oslo, nonché l’imposizione della sovranità israeliana sul Monte del Tempio (ovvero la spianata delle Moschee a Gerusalemme). Se, dunque, dall’opinione pubblica emerge un certo apprezzamento nei confronti dei successi di Netanyahu in ambito di politica estera e sicurezza nazionale, non si può dire lo stesso della forte crisi che caratterizzano il tessuto sociale, la laicità e la democraticità della Nazione stessa. In sostanza, prevalentemente a causa della poca esperienza politica del rivale principale di Netanyahu, Benjamin Gantz, quello che emerge da pools, analisti e clima generale, le elezioni che si terranno tra due giorni non riguardano la scelta tra due candidati (e due programmi) differenti, ma un referendum che riesamina interamente la figura di Netanyahu e la volontà o meno degli israeliani di sostenere un “governo” del cambiamento con tutte le sue incertezze.

IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO, VERSIONE ISRAELIANA

Le domande che circondano, invece, un eventuale futuro governo Bianco-Blu, al momento più concentrato sul rafforzamento dell’unità interna al Paese, è se questo possa essere in grado di proteggere il paese, che non ha mai smesso di percepirsi sotto minaccia esistenziale (precedentemente a causa degli Stati arabi circostanti, e al momento dell’aggressività iraniana). L’altro grande interrogativo è quello che riguarda le relazioni diplomatiche. Oltre all’improbabilità – rivelano gli analisti locali – che un esperto militare con scarsa esperienza politica sia in capace di tenere testa a figure dal pugno duro come Putin e Trump, esiste un’intera piramide di relazioni diplomatiche che Netanyahu ha accuratamente contribuito a costruire attraverso un iper-politico gioco di interessi. Gerusalemme ha, infatti, stabilito relazioni con nazioni precedentemente ostili, soprattutto in Africa e Sud America, grazie ad una serie di aiuti umanitari, tecnologici e sanitari che hanno contribuito a generare terreno fertile per numerose collaborazioni. La tecnologia prodotta in Israele è stata impiegata nella lotta all’Ebola, nella costruzione di sistemi di irrigazione che sostenessero il fabbisogno di alcune delle aree più aride del continente africano, contro la criminalità e il terrorismo in Sud America – in particolare verso le Farc – nonché per salvaguardare la sicurezza delle Olimpiadi in Brasile. Per ultimo, non è da sottovalutare il grande tema del rafforzamento dei rapporti con gli Stati Arabi. Dall’Oman all’Arabia Saudita, passando per gli stretti rapporti con Giordania ed Egitto, tutti questi tasselli – impensabili fino a pochi anni fa – fanno parte del puntellato mosaico politico dell’esperienza politica di Netanyahu. Un governo diverso dovrà, eventualmente, comprendere la strategia geopolitica alla base di questi rapporti di potenza, e decidere se abbracciarne la natura realista o fare un passo indietro. Senza dubbio queste elezioni segnano uno spartiacque per lo Stato ebraico, che di fronte alle urne sarà chiamato a decidere se restituire fiducia alla vecchia élite o se dare una possibilità alla nuova incognita isolazionista, populista, e centrista presentata dall’alternativa di “Resilienza per Israele”.

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