In Europa il sovranismo c’è già, i cattolici guardino avanti. Parla Mauro (Popolari per l’Italia)

In Europa il sovranismo c’è già, i cattolici guardino avanti. Parla Mauro (Popolari per l’Italia)
Conversazione con Mario Mauro già vicepresidente del Parlamento europeo, oggi presidente dei Popolari per l’Italia. "Basta immaginare che il tribuno di turno possa sopperire ai doveri che discendono dal saper gestire la complessità del reale"

Cattolici e politica. Se le attese per una formazione unitaria e di chiara ispirazione cristiana, che si presentasse alle elezioni europee per catalizzare le attenzioni di chi crede nella Dottrina sociale della Chiesa, riconoscendosi nella storia del cattolicesimo liberale italiano, è al momento pressoché svanita, complice l’esplosione della Lega di Matteo Salvini e la presenza ancora viva del Movimento fondato da Beppe Grillo e passato in mano a Luigi Di Maio, c’è comunque chi questo obiettivo lo persegue comunque, con tenacia. Tra questi vi è l’onorevole Mario Mauro, già ministro della Difesa del governo Letta e vicepresidente del Parlamento europeo, oggi presidente dei Popolari per l’Italia, che ieri all’Hotel Nazionale a Roma, a due passi da Montecitorio, ha presentato i candidati del suo partito, che raccoglie Popolari, Democratici e Cristiani insieme in Europa, e che è formalmente collegata al Partito Popolare Europeo. In questa conversazione con Formiche.net l’ex senatore, nato a San Giovanni Rotondo e cattolico da sempre, ci spiega tutte le ragioni di questa scelta, moderata e centrista, nell’epoca del populismo, leghista o pentastellato.

Perché c’è bisogno oggi, nell’attuale panorama politico, di una forza popolare e cristiana?

In Italia la situazione che si è venuta a creare con la nascita del primo governo populista europeo in un grande paese ci fa capire che il quadro è radicalmente cambiato. C’è una nuova sinistra, quella del Movimento 5 stelle che si è sostituita a quella tradizionale, e c’è una nuova destra, che è la Lega di Salvini, diventata campione del nazionalismo dopo avere espresso per anni contenuti contro la nazione. Ma purtroppo, e bisogna sottolinearlo, non c’è un nuovo centro. Non c’è ancora una realtà fatta di concretezza e passione civica, tipica dei cattolici liberali italiani, che tanto ha dato alla storia del nostro paese. Noi, alle europee, tentiamo di fare un gesto concreto attraverso il quale chi non si sente oggi rappresentato dai partiti italiani, approfittando della sfida delle europee, possa cominciare un nuovo percorso.

Da alcuni anni a questa parte i cattolici nella politica italiana hanno vissuto la loro diaspora. Dispersi tra i vari partiti, però, troppo spesso non sono riusciti a far valere la propria voce. Perché?

Il problema non riguarda solo i cattolici ma tutti coloro che hanno abdicato alla cultura costituzionale del nostro paese, immaginando che il tribuno di turno, si chiami Renzi o Salvini, possa sopperire ai doveri che discendono dal saper gestire la complessità del reale. Con una realtà come Forza Italia che ha del tutto rinunciato a fare opposizione in parlamento e che è pronta ad accodarsi a una politica e a un’antropologia, quella espressa dal ministro Salvini, che ha poco a che fare con i valori in cui crede il Ppe, è chiaro la partita si è chiusa. Perché sono in molti dall’area di centrodestra che preferiscono spostarsi verso l’originale, il leader della Lega. La questione è innanzitutto questa. Dire “prima gli italiani” è una cosa buona e giusta, perché bisogna avere a cuore il popolo della propria nazione, ma io ho imparato nella mia esperienza che questa attenzione e cura nasce dal fatto di avere idee, nel mio caso dai valori cristiani, capaci di essere più comprensive dei problemi che si manifestano nella realtà. Oggi abbiamo una situazione internazionale drammatica, abbiamo il dovere di pretendere la sicurezza dei nostri cittadini, e le misure di questo governo non risolvono né un problema né un altro.

In Libia la crisi sembra sempre più una bomba che rischia di esplodere anche sul versante italiano. Come si sta muovendo il governo italiano, qual è il suo giudizio?

Il governo italiano si è comportato in questa circostanza come una massaia che tornando a casa e trovando la cucina allagata pensa di risolvere il problema con asciugamano e stracci, senza cercare la causa della perdita, qual è rubinetto o il tubo che perde, e rimediare. Continua ad accanirsi su chi arriva, poi in parte riesce a non fare arrivare e in parte no, poi non riesce a mandarli via, e continuano i problemi di sicurezza, e questo fa capire il livello di approssimazione con cui si fanno le cose. I partiti populisti hanno avuto un grande ruolo nell’evidenziare il ritardo della politica tradizionale nell’affrontare i problemi, ma non sembrano averne uno altrettanto efficace nel risolverli. Credo che chi verrà deluso, non debba fare marcia indietro guardando al passato ma debba guardare avanti generando esperienze nuove che utilizzino una cultura politica di riferimento e la Dottrina sociale della Chiesa per avere insieme integrazione e sicurezza.

Sempre sul versante libico, in mezzo a questa situazione complessa l’Europa può dare una risposta migliore a livello di politica estera, esiste cioè un’autocritica a livello europeo?

L’Europa non ha una politica estera. Perché, e mi viene da sorridere, quello che domina è il sovranismo. L’Europa non è una realtà federale, non ha politiche demandare a un livello sovranazionale. In Europa dominano i sovranisti ma i veri sovranisti non sono Salvini o Le Pen, ma sono stati in passato i francesi con Sarkozy come oggi con Macron. Non essendoci ancora regole definite di politica estera e difesa, si fanno valere le proprie tradizioni di nazione e il rapporto del più forte col più debole. Non lo dico solo io ma anche l’ex presidente della Commissione Prodi che ha parlato di una “giungla” in Europa, proprio per questo bisogna completare il progetto europeo. I sovranisti dovrebbero accelerare il progetto di integrazione europea, non rallentarlo. Se ci tirassimo fuori da Shengen tutti quelli che arrivano in Italia dovrebbero rimanere qui, piuttosto che ricongiungersi con i loro parenti in Europa, e sarebbe un disastro.

In Italia, il Congresso di Verona ha riportato i temi della vita e della famiglia al centro del dibattito, polarizzando però fortemente le posizioni, tanto che il Vaticano stesso ha mostrato prudenza. A lei che impressione ha fatto?

Non ho nulla da eccepire rispetto a quello che ha detto la Santa Sede, nella sostanza sono i temi non del mondo cattolico ma del futuro, dell’Europa e del mondo tutto. La demografia, la centralità dei valori della persona e il rispetto della persona umana fin dal concepimento è un problema del mondo. Il problema della famiglia, in una cultura così profondamente secolarizzata, è il problema del destino del mondo. Realmente credo che tutto il rumore che c’è stato attorno a Verona è servito per poter assegnare i partecipanti a opzioni politiche, ma è modo ingiusto di trattare chi a Verona ci è andato e chi è rimasto distante, perché i problemi ci sono tutti, e il nostro dovere è di fare una politica razionale capace di trovare risposte.

Molti sostengono ci sia la necessità dell’unità dei cattolici in politica, altri invece pensano che una forza appoggiata ad esempio dai vescovi italiani possa solamente restare esterna alle dinamiche partitiche e limitarsi a suggerire buone pratiche da spendere nella propria azione politica. Che ne pensa?

A me quello che interessa è che una nuova generazioni di giovani si impegni in politica e sia capace di contribuire anche meglio di come ho potuto fare io negli anni in cui ho servito le istituzioni. Questo è il cuore della questione. Che lo faccia in un partito di ispirazione cristiana lo trovo adeguato, e corrispondente agli ideali per cui ho messo in gioco la mia vita, che lo si faccia è cioè frutto dell’appartenenza al Vangelo, poi le modalità e l’organizzazione dell’offerta politica, di nazione in nazione e a seconda dei tempi, è ovviamente frutto delle circostanze.

Pensa che questo fermento dei cattolici in politica, questa volontà di ricostruire, possa sfociare nel prossimo futuro in qualcosa di concreto, di simile a una nuova Dc 2.0?

Io non starei a rivangare l’esperienza della Dc, che è stata talmente importante per la vita dell’Italia che forse andrebbe piuttosto riconsiderata in una chiave storica invece che accanirsi per sperare di utilizzare quei simboli per ottenere ancora un ritorno di carattere elettorale. Rimane però il problema che se ci sono stati statisti nella cultura del nostro paese, sono stati figli di quella storia. Allora credo che questo sia il frutto della formazione ma anche della presenza, cioè del tentativo di essere presenti in modo risolutivo nella situazioni in cui la politica ci interroga. Per questo noi abbiamo preso questa piccola iniziativa con un obiettivo molto chiaro, fare centro in Europa. Il nostro simbolo è una freccia tricolore proprio per chi ha questo ideale, fare in modo che la realtà del Ppe sia maggioritaria nelle istituzioni europee.

ultima modifica: 2019-04-19T10:30:29+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

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