Al centro studi americani di Roma per festeggiare i 70 anni della Nato, l’ambasciatore Lewis Eisenberg ha ricordato “lo spirito di partnership” e i “valori di democrazia e libertà” che legano Stati Uniti e Italia. Eppure, oltre i valori contano i fatti. Gli impegni su F-35, 2% del Pil per la difesa, Cina e sanzioni alla Russia sono più che importanti per Washington

Le alleanza internazionali si fondano su valori condivisi, ma si reggono su impegni concreti e atteggiamenti fattivi. F-35, spese per la difesa e sanzioni alla Russia non sono elementi superflui su cui si può tentennare a lungo, così come le inclinazioni verso la Cina (qui il focus). Anzi, hanno un peso più che importante sulla tenuta della partnership con il nostro maggiore alleato, gli Stati Uniti. Lo ha chiarito senza troppi giri di parole l’ambasciatore americano in Italia Lewis Eisenberg, aprendo a Roma, al Centro studi americani, l’evento “Nato at 70” organizzato per celebrare i sette decenni dell’Alleanza Atlantica. Citando a più riprese le parole del presidente Donald Trump e del segretario di Stato Mike Pompeo, il diplomatico ha ricordato i valori alla base del rapporto transatlantico, ma anche gli impegni che da essi discendono.

LE SPESE PER LA DIFESA

La priorità per difende i valori di libertà e democrazia su cui si poggia la Nato è “investire nella nostra sicurezza”, ha notato Eisenberg. L’accento è d’altronde stato posto da Trump sin dal suo insediamento, con le pressanti richieste agli alleati sugli obiettivi definiti nel summit in Galles del 2014: investire il 2% del Pil nella difesa e il 20% di questo in nuovo tecnologie entro il 2024. Eisenberg ha ricordato “i grandi progressi” fatti negli ultimi anni dai Paesi europei e dal Canada, con gli aumenti registrati dal 2016 (“un extra di 41 miliardi di dollari”) e quelli previsti fino al 2020, pari a complessivi “100 miliardi di dollari”. Eppure, “il presidente Trump continuerà a sottolineare tale obiettivo”, ha specificato Eisenberg, con un riferimento che non è parso casuale per il nostro Paese. Secondo il rapporto presentato solo pochi giorni fa dal segretario generale Jens Stoltenberg, infatti, l’Italia è ferma all’1,15% del Pil, con poche prospettive di aumenti nei prossimi anni.

L’ITALIA E L’F-35

Ad aumentare le preoccupazioni per un bilancio già risicato è poi la sua composizione interna. Rispetto agli altri Paesi dell’Alleanza, si nota una certa sproporzione, con un’altissima percentuale dedicata al personale a detrimento delle voci esercizio e investimento. Eppure, ha fatto notare l’ambasciatore statunitense, “investire in difesa vuol dire dare priorità alla modernizzazione”. Quale programma la incarna di più? Facile: l’F-35, un dossier particolarmente caro all’amministrazione Trump. “L’Italia e il sito allo stato dell’arte di Cameri sono nel cuore del programma Joint Strike Fighter”, ha ricordato l’ambasciatore, invitando chi ancora non l’avesse fatto a visitare lo stabilimento novarese, l’unica Final assembly and check out facility (Faco) europea, chiamata ad assemblare i velivoli italiani e olandesi.

I RISCHI DI UNA RIDUZIONE DEI PIANI D’ACQUISTO

Il velivolo di quinta generazione, ha aggiunto Eisenberg, “rappresenta una tecnologia rivoluzionaria, e speriamo sinceramente che l’Italia possa avere vantaggi nel realizzarla”. Ma i piani del governo sulla partecipazione nazionale non sono ancora chiari. Dopo la valutazione tecnica promossa dal ministero della Difesa e dopo le rassicurazioni sui pagamenti per le consegne già avvenute, il dossier è ora nella mani del premier Giuseppe Conte, che lo tratterà probabilmente direttamente con il presidente Trump. Eppure, i programmi nel campo della difesa hanno bisogno di stabilità programmatica e finanziaria di lungo periodo, aveva già sottolineato il Quirinale dopo il recente Consiglio supremo di difesa voluto dal presidente Sergio Mattarella. E se ci fossero nuovi tagli rispetto ai 90 velivoli attualmente previsti? “L’Italia, in qualità di partner e non di semplice acquirente – ha spiegato Eisenberg – rischierebbe di sprecare un’opportunità incredibile per rafforzare ulteriormente la propria industria della difesa e spingere in avanti la propria economia”.

OK IL DIALOGO CON LA RUSSIA, MA A CERTE CONDIZIONI

Poi, il riferimento alla Russia, ancora in cima alla liste delle minacce rivolte alla Nato. Più volte da Washington sono arrivate segnali di preoccupazioni per un atteggiamento spesso ambiguo da parte dell’esecutivo italiano, soprattutto al momento del suo insediamento, quando il dibattito sul “contratto del governo” si concentrò su come inserire l’eventuale rimozione delle sanzioni imposte a Mosca. Il dialogo va bene, ha spiegato l’ambasciatore americano, ma le sanzioni verranno rimosse solo quando Mosca farà dei passi in avanti. Passi che per ora non sono riscontrabili sul fronte del Trattato missilistico Inf, con l’uscita degli Stati Uniti quale “unica via” per rispondere alle violazioni dei russi.

NESSUN TENTENNAMENTO SULLE SANZIONI

Eppure, nonostante l’assertività dell’Orso russo, “c’è ancora qualcuno che si oppone alle sanzioni”. Ma questo qualcuno, ha chiesto Eisenberg alla platea, “accetta l’invasione della Crimea? Accetta la presenza di truppe russe nell’est dell’Ucraina, la stessa che ha prodotto una delle peggiori crisi umanitarie in Europa? Giustifica l’invasione della Georgia nel 2008? Ed è in grado di soprassedere al fatto che assassini sostenuti dal Cremlino abbiamo utilizzato un agente nervino militare sul suolo britannico?”. Da una risposta ovvia (e determinante per la tenuta dell’alleanza con gli Usa), si conferma la convinzione che le sanzioni restino “il nostro migliore strumento diplomatico per riportare la Russia al rispetto dei valori che condividiamo con l’Europa”. Il dialogo, ha detto concludendo il diplomatico, “si è dimostrato insoddisfacente”. Per questo, “rimuovere ora le sanzioni, senza alcuni cambiamento positivo nel comportamento russo, manderebbe il messaggio sbagliato e incoraggerebbe altre provocazioni da parte di Mosca”.

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