Sul sito del Federal Bureau una pagina dedicata alla mega-inchiesta di 35 anni fa che sgominò il giro di droga negli Stati Uniti e portò all'arresto del boss Badalamenti grazie alla collaborazione con la procura di Palermo e di Giovanni Falcone

Pizza Connection. L’Fbi celebra i trentacinque anni dalla storica inchiesta sul traffico di droga negli Usa. All’indagine collaborarono a più riprese anche alcuni appartenenti alla magistratura italiana, tra i quali vanno ricordati in particolar modo i magistrati Giovanni Falcone e Gioacchino Natoli, già membri del pool antimafia a Palermo. Fu grazie a quell’inchiesta che si arrivò all’arresto del padrino Gaetano Badalamenti che – ricordano sulla propria pagina web dal Federal Bureau – aveva continuato a guidare segretamente uno dei cartelli della droga più prolifici al mondo. È proprio in quegli anni che le autorità italiane e quelle statunitensi hanno iniziato a collaborare fattivamente per il contrasto alla criminalità organizzata arrivando poi a catturare, grazie al blitz in Brasile nel 1984 del super-poliziotto Gianni De Gennaro, anche l’uomo-cardine di Cosa nostra. Quel Tommaso Buscetta, decisivo per portare Giovanni Falcone a scopire tutte le connessioni sotterranee della piovra siciliana.

“Badalamenti – ricorda l’Fbi nel celebrare la ricorrenza di Pizza Connection – non sapeva che le autorità spagnole, lo stavano osservando da vicino. L’8 aprile, Badalamenti e Alfano si sono avventurati nelle strade di Madrid e sono stati rapidamente presi in custodia. Suo figlio è stato arrestato poco dopo. Il giorno successivo, l’Fbi ha condotto un rastrellamento accuratamente coordinato di quasi 30 membri e collaboratori della mafia che hanno lavorato con Badalamenti negli Stati Uniti”.

“Tra gli arrestati – rammenta l’Fbi – c’era Salvatore Toto Catalano, proprietario di una panetteria nel Queens e una figura importante nella famiglia Bonanno con sede a New York. Catalano è stato il principale nesso di Badalamenti con la mafia americana e il capo del suo equipaggio statunitense, un gruppo di immigrati siciliani noto come “Zips”.

Il caso, soprannominato “The Pizza Connection” dai media, a causa dell’uso frequente delle pizzerie come fronti per la vendita di farmaci, è stato enormemente complesso e laborioso. L’agente dell’Fbi sotto copertura Joe Pistone, che si era infiltrato nella famiglia criminale di Bonanno nel 1976, fornì informazioni cruciali che contribuirono a mettere in moto il caso. Nel corso del tempo, l’inchiesta si è trasformata in un massiccio sforzo multi-agenzia e multinazionale, con contributi chiave provenienti dal Dipartimento di Polizia di New York, dalla Drug Enforcement Administration (DEA), dalle dogane statunitensi e dalle autorità internazionali (inclusi gli uffici legali internazionali dell’FBI ) in Italia, Spagna, Svizzera, Turchia, Brasile, Canada, Gran Bretagna, Germania e Messico.

“Il caso – sottolinea ancora l’Fbi – ha portato anche alcuni benefici duraturi. Fortificando le partnership, ha contribuito a spianare la strada all’espansione della rete di uffici legali degli addetti dell’Fbi, così vitale oggi nell’affrontare le minacce globali come il terrorismo e il crimine informatico”. L’ex direttore dell’Fbi, Louis Freeh, aveva definito Pizza Connection come “la prima grande indagine per perseguire le imprese criminali transnazionali da parte del Federal Bureau” e “una svolta storica per la cooperazione di polizia internazionale e per le azioni di contrasto coordinate”. Senza mezzi termini l’Fbi parla chiaramente di quella inchiesta come “uno spartiacque e, 35 anni dopo, continua a pagare dividendi per la polizia e la sicurezza pubblica”.

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