Haftar non ce l’ha con l’Italia. Ma la Libia non è più una partita dell’Occidente. Parla Frattini

Haftar non ce l’ha con l’Italia. Ma la Libia non è più una partita dell’Occidente. Parla Frattini
L'ex ministro degli Esteri e presidente della Sioi a Formiche.net: Haftar non deve tirare la corda, le milizie di Misurata e Zintan possono fermarlo. L'Italia? Non sarà toccata, ma ha perso credibilità come il resto dell'Europa. Trump non ci aiuterà, la partita è in mano agli arabi

Continua l’avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli. Di ora in ora le milizie del Feldmaresciallo stringono la cerchia attorno alla capitale. Fayez al-Sarraj è stato lasciato solo dalla comunità internazionale e da un’Europa schiantatasi sui veti francesi. L’Italia osserva da Palazzo Chigi con un vertice straordinario di governo convocato questo pomeriggio. “Contiamo quanto gli altri Paesi europei, cioè poco e niente ­– commenta scettico ai microfoni di Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi. L’ex titolare della Farnesina conosce bene il dossier libico e chiosa: “È una partita per procura fra Paesi arabi, l’Occidente oggi non ha voce in capitolo”.

Cosa vuole dimostrare Haftar?

Credo che Haftar punti a un posizionamento che gli permetta di arrivare alla futura conferenza internazionale più forte di prima, dimostrando che, se volesse, potrebbe avanzare a Tripoli senza incontrare opposizioni. Non deve tirare troppo la corda. Se Turchia e Qatar dovessero aumentare i finanziamenti alla Fratellanza Musulmana che controlla le milizie di Misurata e Zintan il Feldmaresciallo avrebbe la strada sbarrata.

La produzione di petrolio è a rischio?

Dal 2012 ad oggi l’unica entità nazionale che è sempre stata preservata è la Noc. Anche quando ha preso il controllo dei pozzi per un breve periodo Haftar ha sempre restituito la produzione alla Noc, perché sa che bloccarla distruggerebbe il suo Paese gettandolo in una paralisi petrolifera. Non conviene a nessuno tornare alle code chilometriche al benzinaio che vedevamo a Tripoli qualche anno fa, quando i libici realizzano di vivere da poveri in un Paese ricco di risorse iniziano i guai.

Come ne sta uscendo la comunità internazionale?

Sta facendo una pessima figura. Se l’Europa non si fosse divisa con il veto francese e la comunità internazionale avesse riconosciuto ad Haftar un ruolo all’altezza delle sue aspettative non ci troveremmo qui. L’errore fu commesso quando all’indomani dell’incontro con il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres ad Haftar venne riferito che la Difesa nazionale di un eventuale governo di coalizione sarebbe stata coordinata da un civile. Questo significa non conoscere gli arabi.

C’è spazio per un ruolo politico di Serraj in un governo Haftar?

Conosco il modo di ragionare dei Paesi arabi ed escludo tanto che Haftar voglia riconoscere un ruolo a Serraj quanto che Serraj sia disposto ad accettare un incarico subalterno. L’orgoglio libico gli impedirebbe di diventare ministro di un governo guidato da Haftar. Scommetterei piuttosto sul vicepremier di Serraj, Ahimed Maitig, che ha un forte legame con Misurata ed è portavoce di quelle istanze tribali senza le quali in Libia non vai da nessuna parte. A lui il generale potrebbe riconoscere un ruolo di leader nella Tripolitania.

L’impressione è che Serraj sia stato scaricato dalla comunità internazionale. Anche la Nato si è espressa molto tiepidamente sull’avanzata di Haftar…

Non mi stupisce la posizione della Nato, che ha informazioni di intelligence e ha capito che senza Haftar, che controlla la Cirenaica e il Fezzan, non c’è futuro in Libia. Il feldmaresciallo ha un esercito e detiene il controllo dei pozzi petroliferi, tutti devono fare i conti con lui. Sarraj è stato inventato dalle Nazioni Unite, ora ha perso ogni credibilità.

Il premier Conte ha garantito in aula che gli interessi italiani in Libia saranno tutelati. Lei ci crede?

Haftar non ce l’ha con l’Italia. Credo abbia apprezzato molto che in tempi non sospetti, quando non solo non sembrava l’uomo forte della Libia ma addirittura circolavano voci su una sua grave malattia, gli italiani abbiano prelevato all’aeroporto di Misurata anche i feriti delle sue milizie. Noi non abbiamo fatto distinzioni, a differenza di francesi e inglesi che formalmente sostenevano Tripoli e poi giocavano sottobanco dislocando unità speciali a Tobruk.

Che ruolo resta da giocare all’Italia?

L’Italia conta quanto gli altri Paesi occidentali, cioè poco e niente. Nessuno, neanche la Francia, può dare le carte sul presente e il futuro della Libia. Solo gli Stati Uniti potrebbero giocare un ruolo importante, mettendosi alla guida di un gruppo di contatto assieme a italiani e francesi con il coordinamento di altri Paesi mediterranei come Spagna e Grecia.

Anche se della famosa cabina di regia Italia-Usa non si è vista neanche l’ombra…

Iniziative rimaste sulla carta. Trump ha abbandonato al loro destino i curdi in Siria da un giorno all’altro, figuriamoci se ha intenzione di tornare in un luogo da cui Obama si è già ritirato. La verità è che quella libica è una partita per procura fra Turchia e Qatar da una parte ed Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita dall’altra, l’Occidente c’entra poco.

ultima modifica: 2019-04-12T10:50:28+00:00 da Francesco Bechis

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