Cina e Silicon Valley, così Microsoft ha supportato la censura di Pechino

Cina e Silicon Valley, così Microsoft ha supportato la censura di Pechino
Il Financial Times svela la collaborazione fra ricercatori della Microsoft e l'università affiliata all'esercito cinese. Le tecnologie al centro delle ricerche vengono riutilizzate dal governo centrale a fini di censura e sorveglianza. Anche nello Xinjian la repressione degli uiguri è finanziata dalla Silicon Valley

C’è anche il marchio di Microsoft sullo stato di sorveglianza Orwelliano del governo cinese. Uno scoop del Financial Times ha svelato un pericoloso intreccio fra i ricercatori dell’azienda fondata da Bill Gates e l’esercito cinese. Il reparto di ricerca Microsoft Asia, scrive Yuan Yang, avrebbe prodotto lo scorso anno ben tre papers in collaborazione con l’Università nazionale cinese per la Tecnologia di Difesa (Nudt), un ateneo controllato dalla Commissione militare centrale, organo apicale delle forze armate dell’ex Celeste Impero. Oggetto di una delle tre ricerche un metodo innovativo per tracciare mappe ambientali a partire dall’analisi dei volti umani. Metodo che, dicono in coro gli esperti, ha vaste applicazioni e può essere utilizzato a fini di sorveglianza e censura. Gli altri due paper si sarebbero invece concentrati sulle nuove frontiere della lettura ottica per i computer. Apparentemente estranea a strumentalizzazioni, anche questa branca di ricerca, spiega al FT Elsa Kania del Center for New American Security, “può essere usata per la censura”.

La scoperta del quotidiano finanziario britannico ha già sollevato un acceso dibattito negli Stati Uniti sulle cautele che dovrebbero accompagnare la condivisione di know-how e tecnologie dual-use con organismi legati a Stati che di quelle tecnologie si avvalgono per costruire sistemi di sorveglianza sui cittadini. Un cambio di passo si è verificato a partire dagli atenei americani, che hanno iniziato recentemente a mettere in discussione le loro partnership con i centri di ricerca cinesi.

È il caso dell’Mit (Massachusetts Institute of Technology) che solo un anno fa annunciava in pompa magna l’avvio di una collaborazione con il colosso dell’AI cinese SenseTime, leader nel mercato del riconoscimento facciale e che la scorsa settimana ha invece annunciato una revisione delle partnership cinesi “ad alto rischio”, compresa quella con l’azienda hi-tech Huawei. L’intervento di Microsoft a difesa dei suoi ricercatori, il cui lavoro, si legge in un comunicato, “si adegua perfettamente alle leggi americane e locali”, non è bastato a spegnere le polemiche. È il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz a lanciare l’allarme: “le aziende americane stanno rischiando sempre più di sponsorizzare le atrocità contro i diritti umani del Partito comunista cinese”.

In effetti il caso Microsoft non è isolato. Come rivelato da Foreign Policy una settimana fa, ci sono altre aziende a stelle e strisce a dare manforte alla sorveglianza cinese tramite la condivisione di know-how. Nell’occhio del ciclone c’è lo Xinjian, la regione nel Nord Ovest della Cina dove il governo centrale e l’etnia Han mantengono in un regime di apartheid quasi un milione di uiguri, una minoranza musulmana originaria dell’Asia centrale. Pechino li chiama campi di “rieducazione” contro il terrorismo, ma le immagini satellitari fornite da innumerevoli ong per i diritti umani e da un’inchiesta della Bbc mostrano ben altro spettacolo: torture, isolamento, indottrinamento politico sono all’ordine del giorno.

Una realtà su cui il Dipartimento di Stato americano ha chiesto ai Paesi alleati di esporsi condannando i crimini cinesi sull’etnia uigura. Peccato che le compagnie di cui il governo centrale si avvale per spiare, sorvegliare e tracciare i movimenti dei cittadini uiguri siano legate a doppio filo a decine di aziende americane. SenseNets, che solo un mese fa, come rivelato dal ricercatore olandese Victor Gevers, ha rilasciato online un database di riconoscimento facciale per spiare 2,5 milioni di cinesi nella provincia dello Xinjian, negli ultimi anni ha profumatamente investito in start-ups americane di robotica come Exyn e Bito.

Microsoft non è l’unico gigante della Sylicon Valley ad aver collaborato, più o meno direttamente, con la censura made in China. Anche la sua diretta rivale, la Apple di Tim Cook, è finita più volte nel mirino delle ong per i diritti umani per un clamoroso appiattimento sulle richieste della Città Proibita. Fu lo stesso ceo a difendere, nell’agosto 2017, la decisione di Apple di ritirare dal mercato le applicazioni che permettevano ai cittadini cinesi di accedere liberamente al web scavalcando la censura tramite i Virtual Private Networks (Vpn).

ultima modifica: 2019-04-11T11:53:03+00:00 da Francesco Bechis

 

 

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