Il dipartimento di Stato americano dà il via libera al programma che innervosisce Pechino: la Cina non si rassegna all'autonomia dell'isola. Il 31 marzo sono stati vissuti dieci minuti di crisi nei cieli della "linea mediana"

Ieri il dipartimento di Stato americano ha informato il Congresso del via libera dato a un programma di addestramento per piloti di F16 e addetti a terra (logistica e manutenzioni) taiwanesi.

Il training si terrà alla Luke Air Force in Arizona, saranno coinvolti due appaltatori esterni (URS Federal Services e L3), ha un valore di 500 milioni di dollari e rinnova un contratto già esistente, ma la sua portata intrinseca è ben più importante. Perché significa che Washington sta aumentando apertamente il supporto militare a Taiwan isola che per la Cina è una provincia ribelle e su cui qualche mese fa il presidente Xi Jinping ha incentrato un discorso aspro con un finale piuttosto chiaro: prima o poi ce la riprenderemo, fosse anche con le armi.

La decisione americana si inserisce nel combinato disposto con cui l’amministrazione Trump sta trattando il dossier cinese: un confronto globale strategico tra le prime due potenze (economiche, tecnologiche, commerciali e potenzialmente anche militari) che è fatto di contatti su alcuni fronti – come i trade talks per un accordo sul commercio – e scontro aperto su altri. La pratica Taiwan è uno dei campi in cui Washington pressa più la Cina.

Un funzionario da Foggy Bottom spiega alla CNN che la decisione del dipartimento “è coerente con il Taiwan Relations Act e il nostro sostegno alla capacità di Taiwan di mantenere una capacità di autodifesa sufficiente”, che è esattamente quello che Pechino detesta. Taiwan armata e protetta dagli americani. “La vendita proposta sosterrà la politica estera e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti” dice la nota dell’Agenzia di cooperazione per la sicurezza del Pentagono; altro passaggio odioso per il Dragone: la politica estera americana legata al rafforzamento militare di Taiwan.

La ROCAF, Republic of China Air Force (solo il nome indispettisce Pechino, secondo cui l’isola non è affatto una repubblica indipendente), ha in servizio 113 caccia multiruolo F-16. Sono il pezzo migliore dell’aviazione, e hanno ricevuto l’aggiornamento alla versione “V” con il nuovo sistema radar. Nei mesi passati si è parlato anche di un interessamento taiwanese all’acquisto di altri sessantasei F-16V, nell’ambito di un aumento del 5,7 per cento del budget militare previsto per quest’anno, ma il dipartimento di Stato americano ha sottolineato che il programma di addestramento previsto – voli, esercitazioni, lavori a terra – non è collegato ai piani di acquisto di Taiwan (però, chiaramente, possibile che lo sia. Ndr).

Il 31 marzo i cieli taiwanesi sono stati scenario di un episodio più o meno unico nel suo genere: secondo la ROCAF, due jet da combattimento J-11 cinesi hanno attraversato il confine all’interno delle acque dello Stretto di Taiwan, noto come “linea mediana” che separa i due paesi. Dieci minuti di crisi, con gli F-16 taiwanesi alzati in volo con capacità di ingaggio fino al rientro degli aerei cinesi.

Segnalazione simile, ma senza violazioni dello spazio aereo, è stata diffusa lunedì (stavolta impegnati due J-11 e due Su-30). Non a caso, la presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha detto che la decisione americana arriva in modo “puntuale”, proprio “il giorno dopo che gli aerei da guerra cinesi hanno ancora rischiato di sabotare la stabilità nello Stretto di Taiwan e nella regione, e danneggiare lo status quo”.

Da quando Tsai è stata eletta nel 2016, la retorica di Pechino contro Taiwan s’è via via inasprita: il presidente americano Donald Trump aveva telefonato all’omologa taiwanese in una delle prime conversazioni con un leader straniero appena entrato allo Studio Ovale.

Il confronto con Taipei non è solo di carattere simbolico: sul piano pratico, Taiwan è coinvolta nella penetrazione (attraverso finanziamenti e catena del debito) all’interno di alcuni paesi come Isole Salomone, Kiribati, Palau. Appartengono a quella che viene definita la seconda catena di isole, lineamento geografico oltre il quale la Cina vorrebbe espandersi verso il Pacifico orientale – oltre la prima catena, quella del Mar Cinese – ma dove incontra la sfera d’influenza americana rappresentata dal Compact of Free Association (Cofa).

Le acque dello stretto sono un lineamento geopolitico delicatissimo su cui gli Stati Uniti più di una volta hanno inviato navi da guerra per marcare presenza e sostegno ai diritti rivendicati da Taiwan (ça va sans dire che Pechino vede certe mosse come un atto di guerra informale).

Il 24 marzo il cacciatorpediniere della Us Navy “Curtis Wilbur” e il cutter della Guardia costiera “Bertholf” hanno solcato lo Stretto di Taiwan: una dichiarazione politica del Pentagono diceva che le navi americane avevano preso quella rotta secondo la visione di “un Indo-Pacifico libero” (Indo-Pacifico è la semantica che adesso la strategia americana usa per indicare le attività in quel macro-quadrante) e nel rispetto delle leggi internazionali.

Il ministero degli Esteri cinese aveva intimato a Washington “di gestire con cautela e appropriatamente la questione di Taiwan per evitare di danneggiare le relazioni sino-americane e la pace e la stabilità nello stretto”.

(Foto: Rocaf)

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