Trump forza le dimissioni di Nielsen, il segretario alla Homeland Security spesso usata come capro espiatorio e accusata di essere troppo debole sull'immigrazione

Il segretario per la Sicurezza interna statunitense, Kirstjen Nielsen, si è dimessa domenica pomeriggio, dopo un colloquio alla Casa Bianca con il presidente Donald Trump, che su Twitter l’ha salutata freddamente, annunciando già il nome del successore: Kevin McAleenan, che attualmente ricopre la carica di commissario per la sicurezza delle dogane e dei confini.

Come ha lei stessa fatto sapere con un tweet, resterà in carica formalmente fino a mercoledì, “per assistere con una transizione ordinata e assicurare che le missioni chiave del Dhs non siano influenzate”. Si tratta della quarantunesima dimissione/licenziamento di un membro di alto profilo dell’amministrazione Trump.

Nielsen era stata nominata segretario (alla Homeland Security, Dhs è l’acronimo del dipartimento) a dicembre del 2017, sotto la forte raccomandazione dell’ex capo di gabinetto John Kelly – collaborava da diverso tempo con l’ex generale dei Marines, che ha lasciato anche lui il ruolo nell’amministrazione Trump a fine 2018.

Nielsen aveva finora agito secondo la linea presidenziale, sostenendo – seppure senza troppa convinzione, hanno raccontato più volte gli insider ai media americani – le controverse politiche riguardo ai confini: dal muro da costruire col Messico all’avvio delle pratiche per le separazioni famigliari imposte ai migranti che cercavano di varcare clandestinamente il confine meridionale (quello dove Trump ha dichiarato lo stato di emergenza, bloccato dal Congresso e vetoed dallo Studio Ovale, per ottenere lo sblocco di fondi extra da usare per la costruzione del Muro).

“Le frustrazioni stavano crescendo da entrambi i lati” ha detto una fonte ad Axios, sito tra i più informati sulla politica americana. Paula Reid della Cbs, tra le prima a segnalare che l’incontro con Trump di ieri sarebbe stato cruciale per la segretaria, ha scritto: “Può darsi che sia stato Nielsen che si è formalmente dimessa; ma le formalità non contano davvero. Trump voleva da mesi che Nielsen andasse via, perché la crede debole (virgolettato presidenziale, ndr) sull’immigrazione, per molteplici fonti con conoscenza diretta del pensiero del presidente”.

Secondo il New York Times, Nielsen aveva chiesto a Trump una riunione per pianificare “una via da seguire” al confine, “in parte pensando di poter avere una conversazione ragionata con il presidente sul suo ruolo”: pare sia arrivata alla Casa Bianca con un taccuino in cui aveva appuntato un elenco di cose da cambiare per migliorare il rapporto con il Prez, il quale invece a quanto pare in agenda aveva un solo appunto: qualcosa simile al “You’re fired!”, motto del suo “The Apprentice”.

L’incontro è stato definito “cordiale” dall’amministrazione, ma Trump “era determinato” nel chiedere le sue dimissioni, e – ovviamente – le ha ottenute. Si sa dai racconti dei presenti, fonti anonime dei media americani, che tempo fa, durante una riunione di gabinetto, Trump aveva già costretto Nielsen, davanti a tutti i colleghi di governo, a scrivere una lettera di dimissioni in bianco, che il presidente avrebbe potuto usare in qualsiasi momento.

La Casa Bianca ha accusato la sua segretario di non essere “abbastanza dura” (altra definizione di Trump) sul contenimento del flusso migratorio da Sud, argomento centrale nella retorica politica trumpiana, importante tiro elettorale per il 2020, esattamente come lo era stato nel 2016 (non a caso Trump ha cambiato già due, McAleenan sarà il terzo, segretari al Dhs, con il primo, Kelly, simbolicamente promosso a Chief of Staff, poi tagliato anch’egli).

Già dall’aprile dello scorso anno, era chiaro come Trump usasse la ministro della Homeland Security come capro espiatorio: il presidente, raccontano gli insider, la chiamava all’alba chiedendole anche azioni palesemente illegali – come per esempio impedire ai migranti di chiedere asilo – a cui lei rispondeva spesso ricordando le limitazioni che le leggi federali impongono anche al suo dipartimento: aspetto che Trump detestava. La posizioni su Nielsen sono state anche frutto dello scontro che la segretario aveva in corso con Stephen Miller, il falco che consiglia il presidente sull’immigrazione e su come usarla politicamente: Miller aveva studiato la strategia per addossare le colpe della situazione a Nielsen.

Di Miller anche l’idea circolata giorni fa, secondo cui l’amministrazione avrebbe avuto intenzione di nominare uno “zar per l’immigrazione”, una figura che avrebbe supervisionato interamente il dossier, indebolendo ovviamente il ruolo del segretario al Dhs. Segnale in più: anche Jared Kushner non amava Nielsen, tanto che ultimamente il genero-in-chief s’era inserito nelle discussioni su un argomento, l’immigrazione, che non gli compente come consigliere.

Il numero di immigrati arrestati o allontanati dal confine meridionale ha continuato a salire a livelli non visti da anni, secondo gli ultimi dati del Dipartimento a fine marzo, davanti a un aumento del numero di migranti dai paesi centroamericani che aveva portato il presidente a infuriarsi contro il Dhs e Nielsen, chiedendo di tagliare gli aiuti ai paesi dell’America centrale – anche se il finanziamento è di competenza del Dipartimento di Stato.

In un’immagine di come stavano andando ultimamente le cose: il 29 marzo, il giorno dopo che la Nielsen si era recata in Honduras per firmare un accordo regionale con i funzionari del Guatemala, del Salvador e dell’Honduras appunto, Trump ha tagliato i fondi del dipartimento di Stato per quei paesi.

Pochi giorni fa, da Calexico, in California, durante una visita di una nuova sezione del muro di confine con il Messico che sta facendo costruire contro il parere del Congresso, Trump ha detto che alcuni richiedenti asilo fanno parte di gang criminali e che “queste non sono persone, sono animali che stanno infettando il nostro Paese”(è la seconda uscita del genere per il presidente, dopo che lo scorso anno aveva sostenuto la necessità del rimpatrio forzato perché “non ci si crede a quanto siano cattive queste persone; non sono persone, sono animali”). Termini pesanti, che Nielsen potrebbe aver ritenuto inaccettabili, fanno notare alcuni ben informati osservatori.

Questo sebbene la segretario, pur con un passo meno estremista di quello che il presidente avrebbe voluto, avesse appoggiato la politica di tolleranza zero ai confini, anche per necessità di fare squadra. Questione che per altro gli era costata pure una richiesta di indagine formale da parte del legislatore democratico Jeff Merkley, che a gennaio aveva invitato l’Fbi ad aprire un’inchiesta sul conto della segretario per capire se avesse mentito al Congresso quando nel 2018 disse: “Non abbiamo mai avuto una politica per la separazione familiare”.

Colui che prenderà l’incarico ad interim, McAleenan, era anche uno dei tre funzionari del dipartimento della Sicurezza Nazionale che aveva invitato Nielsen a firmare il memorandum in cui si autorizzava la separazione delle famiglie di migranti alla frontiera in forma “di routine”.

Le dimissioni di Nielsen arrivano a pochi giorni da un altro passo simbolico di Trump sul dossier immigrazione: venerdì scorso ha ritirato la nomina di Ronald Vitiello a capo dell’Ice, l’agenzia per il controllo delle frontiere, perché voleva che si prendesse una direzione “più dura” rispetto a quella che Vitiello – entrato in ufficio a giugno – stava garantendo. Trump ha bisogno di un rilancio dal punto di vista di consenso elettorale: spinta che serve per attirare l’attenzione dei suoi elettori e soprattutto dei tanti indecisi in questa fase di fermento dei Democratici.

(Foto: Wikipedia, il giuramento di Nielsen, con John Kelly)

 

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