Il rischio nucleare di Trump con l’Iran: o vince (e può farlo), o Teheran si fa la bomba

Il rischio nucleare di Trump con l’Iran: o vince (e può farlo), o Teheran si fa la bomba
Conversazione di Formiche.net con il professore Matthew Kroenig. L'accordo del 2015 è moribondo, fu un errore. Corea del Nord? La Cina non vuole che Kim usi le armi nucleari, ma farà di tutto per proteggerlo

Nucleare e guerra non vanno necessariamente a braccetto. Un imponente arsenale nucleare può anche aiutare a evitarla, con le dovute precauzioni. È quanto sostiene nel suo ultimo libro, “The logic of American nuclear strategy” (Oxford University Press) Matthew Kroenig, senior fellow dell’Atlantic Council e professore alla Georgetown University, esperto di armi nucleari di fama mondiale con un passato alla Cia e al Dipartimento della Difesa, già consigliere per la Sicurezza nazionale del candidato repubblicano Marco Rubio. Formiche.net lo ha incontrato a Roma per capire come si applica in pratica la sua teoria ai sommovimenti geopolitici che disturbano il sonno di Donald Trump, dall’escalation con l’Iran alla minaccia russa, dall’espansionismo cinese all’incognita Corea del Nord.

Kroening, una premessa: che si dice a Washington D.C. dell’Italia gialloverde?

I rapporti fra Italia e Stati Uniti sono solidi. C’è una lunga storia in comune, c’è la Nato. Ma a fare la differenza sono soprattutto i singoli rapporti personali. L’Italia esercita un enorme soft power in America.

Però da un anno a questa parte la politica estera italiana è stata uno slalom continuo fra Cina, Russia e Stati Uniti. Preoccupa questa ambivalenza?

Forse il cittadino medio americano non se ne cura, ma a Washington esperti e policymakers temono che l’Italia stia flirtando troppo con queste due potenze. La priorità numero uno degli Stati Uniti è il ritorno della competizione egemonica con Cina e Russia. La firma del memorandum sulla Belt and Road Initiative rende l’Italia vulnerabile a un piano cinese di influenza politica. Un po’ come si fa con un fratello minore, il governo americano rimane alleato con quello italiano ma ciononostante è convinto che l’Italia stia prendendo pessime decisioni.

A proposito di Russia, in molti a Washington sono convinti che una guerra nucleare non sia un’ipotesi surreale. Lei è d’accordo?

Sono molto preoccupato. Era dagli anni ’80 che non correvamo un così alto rischio di una guerra nucleare con la Russia. Il Cremlino è convinto che, qualora si trovasse a perdere una guerra con la Nato, riuscirebbe a spaventare e inibire gli Stati membri con l’uso di piccole armi nucleari. L’amministrazione Trump ha cercato di prendere di petto il problema sviluppando due nuove armi nucleari a corto raggio.

Cioè esistono anche ordigni nucleari con effetti limitati?

Certo, ci sono armi nucleari che possono essere sganciate su Lafayette park senza che la Casa Bianca venga scalfita.

Gli Stati Uniti vantano una superiorità strategica sugli avversari?

Assolutamente. Nel mio ultimo libro spiego perché le armi in dotazione agli Usa sono diverse da quelle possedute da tutte le altre potenze nucleari che le usano per deterrenza. Il motivo è semplice: il governo americano con quell’arsenale deve difendere almeno altri trenta Paesi alleati, fra cui tutti i membri Nato.

Insomma, ad oggi l’arsenale americano non ha paragoni.

L’economia americana permette al governo di sviluppare tecnologie impareggiabili. Cina e Russia ancora non sono riusciti a costruire sottomarini nucleari, temono che la marina militare americana possa intercettarli e distruggerli, e fanno bene. C’è poi un elemento morale che differenzia le armi americane da quelle cinesi o russe.

Quale?

Le persone credono che le armi nucleari americane siano programmate per radere al suolo Mosca o Pechino. La verità è che il governo americano non ha mai più programmato di usare queste armi contro obiettivi civili. È il principio alla base della nostra strategia di “counterforce”, che prevede l’uso di armi nucleari solo contro obiettivi militari: silos, basi aeree e marittime. Ogni missile che viene abbattuto direttamente in Cina o in Russia è un missile che non raggiunge la Corea del Sud, l’Italia o il suolo americano. Per riuscirci, devi avere una più robusta postura nucleare.

Qual è invece la strategia seguita da Mosca e Pechino?

I cinesi applicano una strategia “countervalue”. Se scoppiasse un conflitto nucleare con gli Stati Uniti, prenderebbero di mira le più grandi città americane per uccidere il maggior numero di persone. Il governo russo segue una linea ibrida che prevede sia obiettivi militari che civili. Purtroppo non essendo democrazie i governi cinese e russo non pubblicano una strategia nucleare ufficiale e dunque c’è un notevole deficit di trasparenza.

Poi c’è l’Iran. Quante speranze ha di sopravvivere l’accordo sul nucleare del 2015?

Pochissime, forse nessuna. Gli europei hanno provato a salvarlo, ma la verità è che questa è una partita fra Iran e Stati Uniti. Se troveranno un compromesso, il resto del mondo si adeguerà; ma se non lo faranno, quell’accordo è morto.

Trump ha firmato il ritiro Usa due anni fa. I sostenitori di quell’accordo però lo accusano ancora oggi di aver ribaltato il tavolo senza avere prove contro il governo di Rohani.

C’è una grande differenza che sfugge all’opinione pubblica. Un conto è avere un programma nucleare pacifico e usare i reattori per fare ricerca, un altro è fabbricare carburante per i reattori nucleari attraverso l’arricchimento dell’uranio e del plutonio. Se puoi farlo per i reattori, puoi farlo anche per le armi nucleari. Da settant’anni a questa parte la politica di non proliferazione americana ha cercato di tracciare una linea netta fra queste due ipotesi. Il problema non sono i reattori, ma il carburante per attivarli.

Cosa è andato storto?

L’accordo con l’Iran inizialmente doveva tener conto di questa divisione. Obama decise infine che era stato troppo severo e permise agli iraniani di arricchire l’uranio. Fu un errore.

Siamo sicuri che Trump abbia un piano per rinegoziarlo?

Io credo di sì. Trump si considera un grande uomo d’affari, non vede l’ora di riuscire a rinegoziare l’accordo. Se lo facesse, incasserebbe un’enorme vittoria politica.

E se non funzionasse? Quanto tempo ci mette l’Iran a fabbricare una bomba nucleare?

Se il leader supremo decidesse di trascinare il Paese in un’escalation nucleare e desse avvio all’arricchimento dell’uranio, l’Iran avrebbe una bomba pronta nel giro di un anno, secondo le stime più rosee.

Che dire invece di un altro Paese che ama giocare con il nucleare, la Corea del Nord? Perché i negoziati con gli Usa si sono arenati?

Kim vuole avere la botte piena e la moglie ubriaca. Non vuole rinunciare al suo arsenale nucleare ma chiede al contempo alla comunità internazionale di allentare le sanzioni. La Corea del Nord continua a violare il Trattato di non proliferazione nucleare che ha sottoscritto. Ha senso farlo per Kim così come ha senso per il resto del mondo cercare di bloccarlo al più presto.

La Cina darà una mano a Trump?

Il governo cinese preferirebbe che la Corea del Nord non avesse armi nucleari o missili. Il problema è che questa non è la loro priorità strategica. In cima all’agenda di Xi c’è la sopravvivenza del regime di Pyongyang. I cinesi hanno il terrore di un collasso della Corea del Nord. Si ritroverebbero un’imponente ondata migratoria e dovrebbero fare i conti con una Corea unita, democratica, alleata con gli Stati Uniti, probabilmente anche con il dispiegamento di truppe americane al confine.

ultima modifica: 2019-05-13T10:40:32+00:00 da Francesco Bechis

 

 

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