Il Ramadan non ferma Haftar. E Conte vede Serraj

Il Ramadan non ferma Haftar. E Conte vede Serraj
Serraj arriverà a Roma con una delegazione che una fonte a lui vicina definisce "di carattere militare" e terrà incontri alla Difesa; ma l'Italia ha più volte chiesto di deporre le armi, e lo stesso farà oggi. Soprattutto sulla Libia c'è un embargo imposto dalle Nazioni Unite

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, riceverà a Roma Fayez Serraj, che guida il governo internazionalmente riconosciuto in Libia (noto con l’acronimo inglese Gna, che sta per Governo di accordo nazionale). Una visita lampo organizzata per chiedere un aiuto ulteriore all’Italia, affinché  “si impegni molto di più e soprattutto in maniera più visibile per difendere le ragioni del governo sostenuto dalle Nazioni Unite ma abbandonato dalla comunità internazionale”, dicono dalla Libia. L’Italia è da sempre sul fronte sostenuto dall’Onu: questa visita si inserisce su una traiettoria intrapresa fin dal 2015, anno di designazione di Serraj, quando il 28 dicembre fu accolto a Palazzo Chigi da Matteo Renzi. Era la prima uscita europea del premier onusiano libico.

Il meccanismo progettato dall’Onu quattro anni fa per arrivare a una rappacificazione politica della Libia e guidato da Serraj ha trovato diversi ostacoli in passato, ma adesso sta vivendo la fase più critica. Da un mese sta facendo i conti con l’aggressione del signore della guerra della Cirenaica, Khalifa Haftar, che ha lanciato una campagna armata verso Tripoli per destituirlo con la forza e istituire un qualche sistema di governo basato su una sorta di “uomo forte”, un nuovo rais.

Per questo Serraj considera l’Italia un elemento esterno cruciale su cui trovare sponda contro “l’aggressione fallita, una follia che va fermata e punita”, dicono fonti libiche del suo ambiente.

IL PIANO DI HAFTAR

Il problema sostanziale del piano di Haftar, sostenuto da alcuni Paesi che per varie ragioni non sposano il progetto onusiano, è che l’autoproclamato Feldmaresciallo dell’Est non ha la forza per conquistare la capitale, e tanto meno per controllare il Paese. Per questo la campagna su Tripoli è entrata in stallo, è diventata una guerra di posizione che miete vittime civili, e anche per questo l’Italia s’è molto esposta per chiedere lo stop ai combattimenti – che potrebbero produrre per Roma problematiche di interesse nazionale e sicurezza come la riapertura di flussi migratori di massa, recrudescenze terroristiche, compromissione del mercato energetico locale (dove l’Eni ha un business importante), la destabilizzazione di carattere regionale.

Haftar, non è un ufficiale di successo, visto che la sua carriera alla corte dell’ex rais Gheddafi si chiuse quando fu cacciato dopo una devastante sconfitta nella missione in Ciad. Mentre contro di lui, – con una determinazione pro-Serraj sfumata – si sono mosse quasi tutte le più importanti milizie tripoline (comprese quelle su cui Haftar contava per un cambio di casacca) e soprattutto le forze di Misurata, città-stato molto potente che esprime il vice di Serraj, Ahmed Maitig (i misuratini sono i miliziani che hanno spazzato via il Califfato dalla Libia, nella dimensione statuale conquistata a Sirte; a Misurata, in quell’occasione, l’Italia inviò un ospedale militare come assistenza ai miliziani feriti dai baghdadisti).

LA POSIZIONE ITALIANA E LA VISITA DI SERRAJ

Stante la situazione, il governo italiano ha intrapreso una via di mediazione corposa, da una parte sostenendo l’iniziativa della Nazioni Unite, e dunque Serraj, dall’altra cercando contatti con la Cirenaica e con gli attori esterni che proteggono e sostengono l’azione di Haftar, come l’Egitto e gli Emirati Arabi. Un “dialogo inclusivo”, come l’ha definito tre giorni fa il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi (che sarà con Conte all’incontro con Serraj), dove però l’Italia riconosce il Gna e questo non ammette “una equidistanza nel momento in cui si riconosce un governo come legittimo” sebbene i contatti con gli haftariani procedano.

Serraj dovrebbe arrivare a Roma con una delegazione che una fonte a lui vicina definiva “di carattere militare”, che avrebbe tenuto incontri alla Difesa; l’Italia ha più volte chiesto di deporre le armi, e lo stesso farà nell’incontro in programma tra oggi e domani, e soprattutto sulla Libia c’è un embargo imposto dalle Nazioni Unite.

Una delegazione simile ha accompagnato Serraj in Turchia la scorsa settimana, con tanto di photo-opportunity dal sapore propagandistico davanti a mezzi militari turchi. Difficile che lo stesso avverrà a Roma, però, e per questa ovvia posizione pacifista dell’Italia, secondo un’altra fonte libica Serraj potrebbe rinunciare a portare con sé alcuni dei capi miliziani che lo difendono, perché questi non accettano facilmente il cessate il fuoco e le mediazioni davanti all’attacco di Haftar.

Ankara, insieme a Doha, è la parte di mondo sunnita che sostiene il Gna all’interno del meta-conflitto che si snocciola in Libia. Si tratta di un confronto – con scontri proxy – all’interno del mondo islamico sunnita, dove combattono le visioni più islamiste, anche collegate all’interpretazione di Islam e politica della Fratellanza musulmana (che ha esponenti nella squadra di Serraj), e quelle più universalistiche (anti-islamiste al punto di considerare la Fratellanza un gruppo terroristico). Semplificando: Turchia e Qatar sul primo blocco, Emirati e Arabia Saudita nel secondo.

Anche in questo quadro complesso si inserisce l’Italia, che ha buone relazioni con tutti gli attori esterni che giocano un ruolo in Libia, ha avuto contatti con Qatar, Turchia ed Emirati proprio per parlare di Libia, pur cercando di proiettare sulla crisi – e sulla sua risoluzione – un forma di interesse nazionale indipendente.

Conte s’è intestato il dossier, che però segue il sistema di lavoro articolato ereditato dal governo precedente: il premier cura i rapporti diretti con Serraj, mentre ha scelto di condividere con i servizi dell’Aise le relazioni con la Cirenaica; il ministero dell’Interno e gli Esteri, nonché l’ambasciata di Tripoli (che è ancora attivissima nonostante gli scontri tra pro e anti Haftar si svolgono a poche decine di chilometri dal centro della capitale) seguono con più assiduità le relazioni con il Gna, legati soprattutto a figure come Fathi Bashagha, incaricato agli Interni da Serraj, e il suo collega a capo della diplomazia Taha Siyala, e da Maitig, che ormai si muove a Roma con continuità.

LA RUSSIA 

Il vice di Serraj tra l’altro in settimana sarà a Mosca, dove dovrebbe incontrare il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, e il super-consigliere del Cremlino per l’area Medio Oriente e Nord Africa, il viceministro Mikhail Bogdanov. Attualmente la Russia sulla Libia è una sorta di swing state, perché sebbene in passato si sia palesemente mostrata alle spalle di Haftar, per il momento non ha particolarmente scoperto le carte, sostenendo di essere allineata con il progetto Onu.

Conte, la scorsa settimana a Pechino, ha avuto un incontro personale con Vladimir Putin da cui è uscito confermando le volontà russe per contribuire a forzare un cessate il fuoco e riavviare la strada dei negoziati. Pure Lavrov ha più volte ripetuto che non si può prendere il paese con le armi; e in una telefonata avuta mercoledì scorso con Siyala, Bogdanov ha ribadito che la Russia sostiene l’integrità territoriale libica e l’azione dell’inviato speciale dell’Onu per la crisi, Ghassan Salamé – che ha più volte condannato l’azione di Haftar per l’aggressione a Tripoli e le mire egemoniche. Sono dichiarazioni anche di rito, ma nel suo complesso c’è una serie di allineamenti pubblici che vanno registrati.

La Russia è per altro uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove, nonostante l’esposizione dell’Onu pro-Serraj, non si trova una quadra per chiedere il cessate il fuoco in Libia, anche perché sia i russi che gli americani, che altri Paesi prima, si sono rifiutati di votare una risoluzione proposta dal Regno Unito nelle scorse settimane.

LA RICHIESTA DELL’ONU

L’Onu ha chiesto di mettere in tregua i combattimenti almeno per questa prima settimana di Ramadan (che inizia oggi), ma Haftar ha risposto con un video messaggio letto dal suo portavoce (ieri pomeriggio) in cui chiede alla sue truppe maggiore sforzo, “il mese di ramadan è un mese di jihad, di guerra santa”, e “[dobbiamo] impartire al nemico una grande lezione […] fin quando non li sradicheremo dalla nostra amata terra”. Conte invece potrebbe proporre a Serraj di avviare lui il cessate il fuoco.

Nei prossimi giorni intensi saranno gli incontri e i contatti per la Libia, venerdì il CdS Onu si riunirà per parlare delle evoluzioni della crisi, mentre mercoledì al Palazzo di Vetro ci sarà la relazione del procuratore della Corte penale dell’Aia, Fatou Bensouda. Serraj ha ufficialmente denunciato Haftar alla Corte, accusandolo di crimini di guerra commessi nell’aggressione e Tripoli (tra gli elementi: bombardamenti aerei indiscriminati, alcuni dei quali potrebbero essere stati condotti tramite droni forniti da sponsor esterni).

ultima modifica: 2019-05-06T10:40:13+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

 

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