Finiremo come la rana bollita di Chomsky? I timori di Clini sul clima

Finiremo come la rana bollita di Chomsky? I timori di Clini sul clima
“Apartheid climatica”. È questa l'espressione utilizzata dalle Nazioni Unite per dare un’immagine politica della vulnerabilità delle economie povere ed emergenti. Ma forse sarebbe più appropriato individuare gli effetti del cambiamento climatico come possibile origine di conflitti e guerre, anche a livello planetario

Nella primavera del 1990 ho partecipato al Summit internazionale sul Global Change convocato dalla Casa Bianca ed ho ascoltato il discorso del presidente Bush, che aveva messo in evidenza – nonostante le incertezze e i dubbi – l’allarme degli scienziati sui rischi di un aumento non controllato della temperatura anche a causa delle emissioni di anidride carbonica.

Nel 1990 erano considerati segnali pericolosi due dati forniti dall’osservatorio di Mauna Loa dell’Agenzia degli Stati Uniti per l’Atmosfera e gli Oceani (Nooa): l’aumento della temperatura media del pianeta di circa mezzo grado a partire dall’inizio del secolo, e la concentrazione in atmosfera di CO2 che aveva raggiunto 355 parti per milioni con un aumento del 10% rispetto al 1990.

DA DOVE ARRIVA L’ALLARME DELL’ONU SUL CLIMATE CHANGE

Dopo quasi 30 anni, l’osservatorio di Mauna Loa ha rilevato che tra il 1990 e il 2019 la concentrazione in atmosfera di CO2 ha superato abbondantemente la soglia critica delle 400 parti per milione (412) con un aumento di quasi il 20%, mentre la temperatura media del pianeta è cresciuta di oltre mezzo grado con un trend di crescita doppio rispetto a quello dei primi 90 anni del 1900. La concentrazione in atmosfera di CO2 superiore a 400 parti per milione era considerata un limite non superabile per evitare aumenti della temperatura non prevedibili e controllabili.

Tutto questo è avvenuto e avviene nonostante la firma della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici nel 1992, il Protocollo di Kyoto nel 1997, l’Accordo di Parigi del 2015.

Sulla base delle valutazioni della stessa Noaa, questi dati segnalano un trend di crescita della temperatura ben oltre i 2°C indicati come obiettivo dall’Accordo di Parigi, con conseguenti modificazioni dei regimi climatici e l’intensificazione di eventi climatici estremi che mettono a rischio in molte regioni del pianeta da un lato la struttura e la stabilità dei sistemi di approvvigionamento idrico, agricolo ed energetico e dall’altro la sicurezza delle zone costiere soprattutto nelle zone più povere o di recente sviluppo.
E sempre negli Usa, la prestigiosa National academy of sciences aveva pubblicato il 6 agosto 2018 il Rapporto “Trajectories of the Earth System in the Anthropocene”, il quale rileva che anche l’aumento di “soli” 2°C della temperatura media, ovvero l’obiettivo dell’Accordo di Parigi, non assicura dal rischio di “un effetto domino incontenibile che potrebbe trasformare il pianeta in una serra inabitabile”.

Mentre molte istituzioni scientifiche ritengono plausibile un aumento della temperatura entro la fine del secolo compreso tra 3°C e 4°C, il Pentagono Usa ha recentemente richiesto al Congresso un aumento del budget per mettere in sicurezza molte basi militari esposte al rischio di inondazioni e distruzioni a causa dei cambiamenti climatici.
Insomma, l’allarme sulla scarsa efficacia delle misure adottate dalla comunità internazionale per contrastare i cambiamenti climatici lanciato nei giorni scorsi dal relatore speciale delle Nazioni Unite sull’estrema povertà Philip Alston è fondato e va preso molto sul serio.

L’allarme è crudo e drammatico, e certamente la risposta della comunità internazionale non può essere quella di un ennesimo Summit sul clima senza decisioni e azioni conseguenti.

COSA SI PUÒ FARE ADESSO

Non ci vuole molta fantasia per individuare le prime due azioni necessarie per intervenire in modo efficace da un lato sulla riduzione delle emissioni di carbonio e dall’altro sulla messa in sicurezza delle aree più vulnerabili del pianeta.

La riduzione delle emissioni di carbonio, possibile solo con la limitazione dell’impiego dei combustibili fossili, può essere “trainata” da una carbon tax globale per favorire lo sviluppo delle fonti rinnovabili e l’impiego “transitorio” del gas naturale in sostituzione di carbone e olio. Le opzioni tecniche ed economiche sono sul tavolo dei negoziati internazionali ormai da anni, come quelle formulate dall’Agenzia internazionale dell’energia o dalla Cina. Ma intanto l’estrazione e l’impiego di olio e carbone continuano a crescere.

L’Agenzia internazionale dell’energia ha individuato una “traiettoria” di decarbonizzazione che combina misure economiche e tecnologiche con un investimento globale entro il 2050 di circa 45mila miliardi di dollari. Una bella somma, ma inferiore ai 68mila miliardi di dollari previsti per le estrazioni e la lavorazione dei combustibili fossili.

La Cina ha proposto la realizzazione della Global Energy Interconnection per mettere “in rete” tutte le fonti rinnovabili del pianeta e sostituire entro il 2050 almeno l’80% dei combustibili fossili. Investimenti stimati: 50mila miliardi di dollari. Sarebbe ora che le proposte e i progetti per la decarbonizzazione dell’economia del pianeta fossero in cima alla lista delle priorità globali.

La protezione delle zone vulnerabili del pianeta, ovvero l’adattamento ai cambiamenti climatici, è l’altra priorità globale. Alston ricorda che “Il cambiamento climatico minaccia di annullare gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà”. Gli eventi estremi, come inondazione e frane da un lato e lunghi periodi di siccità dall’altro, riguardano tutte le regioni del pianeta. Ma quelle più povere e meno organizzate, o quello che hanno uno sviluppo recente e sono dunque più fragili, sono sicuramente più esposte e vulnerabili. Basti pensare all’Africa, dove sono previsti gran parte dei possibili nuovi 120 milioni di poveri “climatici” entro il 2030. Senza considerare i segni già ora inquietanti dei possibili conflitti per l’acqua a seguito della crisi climatica nel Plateu del Tibet, dal quale dipendono le risorse idriche per Cina, India, Pakistan, Sud Est Asiatico.

Alston parla di “Apartheid climatica”, per dare un’immagine politica della vulnerabilità delle economie povere e emergenti. Ma forse sarebbe più appropriato individuare gli effetti del cambiamento climatico come possibile origine di conflitti e guerre, anche a livello planetario considerando le aree del pianeta interessate dall’apartheid climatica.

È evidente che la prevenzione e la riparazione dei danni del cambiamento climatico sono una misura urgente e strategica per la pace. Secondo stime della Banca Mondiale, tra il 2020 e il 2050, saranno necessari dai 70 ai 100 miliardi di dollari all’anno per l’adattamento alle mutate condizioni climatiche e ambientali nei Paesi in via di sviluppo nel caso in cui l’aumento della temperatura si fermasse a 2°C. E questo è lo scenario più ottimistico. Le risorse oggi a disposizione sono peanuts.

IL PRINCIPIO DELLA RANA BOLLITA

Per concludere, vorrei ricordare il “Principio della rana bollita” di Noam Chomsky:“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita”. Non siamo rane, speriamo.

 

ultima modifica: 2019-06-27T10:00:59+00:00 da Corrado Clini

 

 

 

 

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