L’eredità del gollismo finisce nel Qatar. L’ultimo calcio di Platini

L’eredità del gollismo finisce nel Qatar. L’ultimo calcio di Platini
La parabola di Michel Platini, idolo della nazionale francese e della Juventus, talento indiscutibile in campo e, a quel che abbiamo visto, anche fuori dal terreno di gioco, in qualità di capo supremo dell’Uefa e vice-presidente della Fifa

L’eredità morale del gollismo finisce nella polvere. L’eredità politica era già sepolta da un pezzo, esattamente dal 6 maggio 2012 quando Nicolas Sarkozy perse le elezioni presidenziali contro François Hollande. Da allora i tentativi di resuscitarlo, sempre – in un modo o nell’altro – intorno alla figura dell’ex-presidente, sono andati tutti a vuoto. E la predilezione per la corruzione pubblica, l’affarismo privato, la mancanza di senso dello Stato che hanno segnato l’ultima (o penultima, se si vuole) classe dirigente che si richiamava al padre più nobile che la Francia abbia avuto nel dopoguerra, hanno affossato una storia, per quanto travagliata, comunque alta e nobile in chi l’ha incarnata dopo l’uscita di scena del Generale fino all’apparizione di una serie di parvenu ambiziosi, dediti al politicantismo nutrito di personalismi e di egoismi di casta dei quali l’esempio più significativo è stato Sarkozy.

La sua parabola è finita nelle aule giudiziarie e in uno squallido distretto di polizia. Da luoghi dove s’indaga e si giudica sul malaffare è stata scagliata l’ultima pietra su una cricca di potere con la chiamata in causa niente di meno che di Michel Platini, idolo della nazionale francese e della Juventus, talento indiscutibile in campo e, a quel che abbiamo visto, anche fuori dal terreno di gioco, in qualità di capo supremo dell’Uefa e vice-presidente della Fifa.

IL GOL DEL NUMERO 10

Anche lui, il mitico numero 10, ha tentato di fare gol nel modo peggiore, così come i suoi sodali, da Sarkozy in giù hanno cercato di bucare la difesa non di una squadra, ma di uno Stato, assicurandosi una fortuna che è durata poco, perché costruita sulla sabbia. La vicenda, è nota. Platini sarebbe stato, secondo gli inquirenti che gli hanno imposto il fermo di polizia a Nanterre – lo stesso luogo dove il 1 luglio 2014 il suo amico Sarkozy venne interrogato  per un caso di corruzione – il deus ex machina dell’attribuzione dei Mondiali di calcio del 2022 all’Emirato del Qatar. Con lui sono coinvolti nell’affaire, due esponenti di primo piano della “Repubblica Sarkozista”- un sistema di potere ben congegnato (ma fino d un certo punto) attraverso il quale si governavano gli affari francesi cercando di ricavarne benefici privati, per se stessi, per una ristretta cerchia o per il partito, l’Ump – Claude Guéant, noto come il “cardinale”, ex ministro dell’Interno e segretario generale dell’Eliseo, e Sophie consigliera dell’allora presidente della Repubblica, ministro dello Sport. Guéant, interrogato come “sospetto libero” compare  in tutti gli scandali giudiziari nei quali Sarkozy è stato coinvolto, a cominciare da quello dei finanziamenti elettorali fatti arrivare dalla Libia da Gheddafi al presidente il quale sappiamo come lo ringraziò anni dopo creando una delle più grandi sciagure moderne nel Mediterraneo.  Sophie Dion, sarkozista fedele fino a condividere tutte le imprese politiche più spericolate del suo leader, ex deputata dell’Alta Savoia, secondo gli investigatori ha avuto un ruolo di primo piano nell’affare quatariota.

L’ABBANDONO DELLA UEFA

Questi personaggi, unitamente ad altri “minori” sembra che abbiano fatto viaggiare molte valigette di pelle, non proprio contenenti biancheria intima, tra l’Europa e l’Emirato nel 2010 quando si stava per decidere l’assegnazione dei Mondiali. Platini, per la posizione che occupava, avrebbe avuto un ruolo chiave nella faccenda partecipando anche ad una riunione riservatissima e decisiva all’Eliseo, presente Sarkozy, nella quale  sarebbe stato pianificato il tutto. I particolari in cronaca, come si dice. Certo è che l’ex-campione fu costretto sulla base di indagini giudiziarie a lasciare la presidenza dell’Uefa e fino ad oggi ha cercato di discolparsi come ha potuto, ma la chiamata a Nanterre lo ha rigettato indietro nel tempo e quel che uscirà dall’inchiesta non sarà piacevole per nessuno, tantomeno per lui, travolto forse da una ambizione che si è sovrapposta perfino alla sua comprovata intelligenza, non solo calcistica.

ULTIMO COLPO AL GOLLISMO

Politicamente l’ultimo colpo al gollismo, come spesso è accaduto nella storia, glielo hanno assestato due personaggi che più diversi non potrebbero essere: un politico di lungo corso ed un ex-calciatore da tutti (perfino dagli avversari che non digerivano la sua arroganza) osannato quando magicamente muoveva  la palla. Ed è il colpo più micidiale perché esso è il finale di un dramma politico che si è consumato in circa quindici anni durante i quali i gollisti sono riusciti ad eleggere un presidente (2007) e a perdere tutto in un’orgia di potere degna di scenari cinquecenteschi. Leader veri o presunti sono stati bruciati uno dopo l’altro dalle dispute intestine ruotanti attorno alla gestione del potere. L’atto grottesco lo mise in scena François Fillon, candidato due anni fa all’Eliseo, quando venne colgo con le mani nella marmellata per uno scaldaletto di bassissima lega. L’ultima  rappresentazione è incominciata a Doha, dove nessuno avrebbe potuto immaginarlo, fino a  concludersi a Nanterre.

Per una curiosa coincidenza tutto è cominciato in un paese arabo ed in un altro paese arabo finisce. Nel mezzo una guerra – e questo è il lato tragico – in conclusione un aspetto per così dire ludico segnato dallo svolazzare tra due mondi  di milioni di franchi svizzeri, o dollari, o euro (ognuno si rifaccia alla valuta che gli viene più comoda) che hanno fatto vincere la lotteria (pilotata) dei Mondiali al Qatar contro Messico, Stati Uniti ed altri Paesi candidati ad ospitarli, grazie al voto decisivo francese, memore degli affari che a Parigi l’uomo forte qatariota Tamim ben Hamad al-Thani, padrone di tutto, anche del PSG, cospicuamente dispiega con complicità politiche di altissimo livello. Ricordiamo la “caduta” di Sarkozy e della sua personale Repubblica post-gollista che al tempo dei fatti abbiamo raccontato su Formiche. net.

I FINANZIAMENTI LIBICI A SARKOZY

Nel novembre 2016, al tempo delle primarie dei Républicains – la più disastrosa delle esperienze politiche di Sarkozy dopo la sconfitta nel 2012 contro François Hollande – l’intermediario libico-libanese Ziad Takieddine affermò di aver consegnato tra la fine del 2006 e gli inizi del 2007 cinque milioni di euro in contanti prima a Claude Guéant, capo di gabinetto di Sarkozy e poi direttamente all’allora ministro dell’Interno che si preparava alla scalata presenziale. Per di più, l’ex-ministro libico del petrolio, Choukri Ghanem, morto in circostanze piuttosto oscure, nel 2012 aveva già dichiarato l’esistenza di finanziamenti libici a Sarkozy, mentre il noto (in Francia ed ovviamente in Libia) uomo d’affari Bechir Saleh, che rimase anni fa ferito in una misteriosa aggressione a Johannesburg, aveva confidato a “Le Monde” che Gheddafi, senza nessuna riserva, andava dicendo di aver finanziato Sarkozy. Dunque, il presidente aveva o no interesse a liberarsi in qualche modo di Gheddafi fino a scatenare contro di lui un’insensata guerra che oltretutto andava a detrimento di un partner importante dell’Unione europea come l’Italia? L’interrogativo era e resta inquietante.

IL FALLIMENTO POLITICO

Oltre al dato giudiziario, ce n’è uno politico. Sarkozy, già percepito dopo la sconfitta contro Hollande dal suo stesso mondo di appartenenza, come la personificazione del tradimento più grave recato al gollismo, è da tempo considerato come un uomo che ha tradito perfino se stesso. Nel suo Témoignage, manifesto-programma fondante l’azione di rinnovamento del vecchio Rassemblement gollista, scriveva: “Io sponsorizzo una globalizzazione umana, che prometta l’emancipazione e il progresso dell’uomo e rifiuti ciò che lo schiavizza. La globalizzazione è un’occasione unica per generalizzare il rispetto dei diritti dell’uomo e della democrazia, rendere la conoscenza accessibile a tutti e permettere a milioni di uomini e donne di accedere allo sviluppo, tutte cose di cui ci dimentichiamo”. Lo sosteneva nel 2006: cinque anni dopo, il 19 marzo 2011, portava l’inferno in Libia e bruciava sull’altare della sua ambizione e, si sospetta, dei suoi personali interessi, ciò che aveva sostenuto poco prima di dare l’assalto all’Eliseo, riducendo il Mediterraneo in un mare in fiamme, percorso da canaglie e da “dannati della terra”, mentre il Paese aggredito diventava un immenso campo di concentramento per profughi da “vendere” o farne miliziani assoldati dalle fazioni in lotta. Un macello, insomma.

GLI INTELLETTUALI FRANCESI

Alcuni autorevoli intellettuali francesi sostennero la legittimità dell’operazione in Libia: primo fra tutti il solito porta-bandiera dei diritti umani “alla sua maniera”, Bernard-Henry Lévy che non si pose in quell’occasione in problema delle conseguenze della dissennata “campagna di Libia”. Sarkozy, personificazione dell’arroganza di una destra poco credibile, ondivaga, alla perenne ricerca della mossa vincente senza mai crederci troppo, nell’autunno del 2016 avrebbe voluto perfino vestirsi come Marine Le Pen, se ne avesse avuto la possibilità, pur di essere simile alla leader del Front National alla quale tentò di rubare i temi politici per riconquistare il partito che lo stava abbandonando. Il giochetto non gli riuscì e non gli rimase che contare i dipartimenti e le città che lo avevano “tradito”, dopo che lui aveva tradito il suo stesso elettorato, buttando a mare sovranismo ed europeismo in salsa gollista, defiscalizzazione e lotta all’immigrazione illegale, riformismo e rinnovamento sociale per farsi sostanzialmente i fatti suoi che non hanno mai conciso con quelli della Francia e neppure con quelli degli alleati dell’Unione.

Non aveva messo nel conto che il francesi, ed in particolare coloro che lo avevano sostenuto, non avevano ancora dimenticato quel brutto giorno, nel quale, convocati i partner europei all’Eliseo, si alzò dalla tavola dove stavano consumando il sorbetto alla fine di un pranzo piuttosto indigesto e annunciò al mondo, con rumorosi raid aerei, l’attacco alla Libia, complice il suo compare Cameron e con la benedizione discreta di Obama. Il disastro che ne seguì – qui brevemente rievocato – fu l’epilogo della sua permanenza al vertice della politica francese: regalò la presidenza ad Hollande e si portò via le inchieste giudiziarie ferme in ragione  della posizione che occupava, ma riaperte un istante dopo. Ha passato più tempo negli ultimi anni con giudici ed avvocati che con elettori ed militanti.

UN LEADER INFEDELE

Sarkozy è stato un leader (o presunto tale) sostanzialmente infedele con chi ne ha favorito l’ascesa, a cominciare da Jacques Chirac e finendo con i suoi compagni di partito. Non ha mai espresso un’idea politica originale e convincente se non quando ha tentato di scippare un po’ di sovranismo a Charles Pasqua, un pizzico di nazionalismo dalla retorica gollista, un briciolo di identitarismo dalla destra lepenista. Di suo avrebbe voluto metterci quel tanto di liberalismo che consentisse ai francesi di vivere un po’ meglio, ma non gli è stato possibile poiché le politiche stataliste incoerentemente perseguite mal si sposano con le leggi del mercato. E semmai avesse voluto tentare ardite combinazioni era altrove che doveva guardare, magari al di là della destra e della sinistra, alla nazione come il Generale gli avrebbe consigliato. Per di più non ha capito che adulterare idee e passioni prevalenti dell’elettorato allungandole, come si fa con il vino cattivo, ricorrendo a massicce dosi di politically correct, salvo poi rinnegarlo, non fa acquistare simpatie. Avrebbe dovuto lavorare alla costruzione di un fronte articolato identitario e nazionalconservatore quando ne aveva la possibilità, prima di perdere la faccia insomma.

Un volta disse – come riporta la drammaturga francese di origini iraniane, Yasmine Reza autrice di un reportage su Sarkozy al tempo della sua scalata, L’alba, la sera o la notte -: “Ho fatto tutto quello che dovevo. Ho fatto tutto fino in fondo”. Chissà se c’è qualcosa che non rifarebbe, a nessun costo. Probabilmente neppure la riunione segreta con i suoi più stretti collaboratori e con L’incauto Michel Platini rinnegherebbe oggi alla luce di quanto è venuto fuori.

Il Generale è un ricordo che turba i sonni dei suoi tardi epigoni che ne hanno usurpato la memoria, ma non  ne hanno certamente  offuscato la gloria.

ultima modifica: 2019-06-19T10:20:31+00:00 da Gennaro Malgieri

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