Se dice addio al “one country, two systems”, Hong Kong perderà l’appoggio Usa

Se dice addio al “one country, two systems”, Hong Kong perderà l’appoggio Usa
L'approvazione della nuova legge per l'estradizione sarebbe un passaggio determinante per lo scivolamento sotto l'egida della Cina. Al di là delle proteste interne, le conseguenze internazionali sarebbero ben più importanti

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, edulcora i toni ma ha rimarcato anche ieri l’intenzione di approvare, entro l’inizio di luglio, una legge che consentirebbe l’estradizione verso la Cina continentale per gli imputati di determinati crimini gravi (omicidio e stupro), nonostante oltre un milione di persone sia sceso in strada per protestare contro il provvedimento visto come controverso e molto influenzato da Pechino.

LIMARE L’INDIPENDENZA

Chi si oppone alla legge – le opposizioni politiche coadiuvate da svariate organizzazione per i diritti – ritiene la nuova regolamentazione pericolosa, perché esporrebbe i cittadini di Hong Kong al sistema giudiziario cinese, considerato eccessivamente restrittivo non solo dalle visioni liberali della città semi-autonoma. Un altro elemento che ne limerebbe l’indipendenza costruita dal “Un paese, due sistemi”, la definizione dottrinale con cui i cinesi hanno accolto, nel 1997, la restituzione della città-isola da parte degli inglesi, garantendo continuità territoriale con salvaguardia dell’indipendenza giuridica collegata al capitalismo e al sistema democratico di Hong Kong (“Ora sarà il popolo di Hong Kong a governare Hong Kong. Questa è la promessa. E questo è il suo inevitabile destino”, disse l’ultimo governatore coloniale britannico dell’isola, Chris Patten, nello storico discorso con cui riconsegnò la sovranità alla Cina).

SMOTTAMENTO VERSO PECHINO

La paura dei critici è che se la Cina dovesse trovarsi davanti una tale concessione, potrebbe alzare il livello delle sue pressioni usando accuse anche pretestuose per richiedere l’estradizione di quelli che Pechino considera nemici politici (e inoltre, si teme che l’estradizione potrebbe iniziare solo per reati gravi, ma poi essere allargata anche ad altre imputazioni richieste dal governo cinese). Lam si difende, “niente pressioni da Pechino”, e sostiene di aver già previsto dei meccanismo di protezione a favore dei diritti politici e religiosi. Sarà, ma lo scorso mese Han Zheng, membro dell’Ufficio politico del Partito Comunista Cinese, ha appoggiato apertamente la nuova legge sull’estradizione da Hong Kong, sostenendo che tra i crimini ci rientreranno anche quelli contro la sicurezza nazionale cinese al di fuori del territorio centrale. I target per la Cina potrebbero essere vari, dai funzionari dissidenti ai businessman accusati di reati fiscali perché non allineati al governo: molti di questi si sono rifugiati a Hong Kong perché lo ritenevano un porto protetto, visto che il paese in precedenza si era sempre rifiutato di accettare le richieste di estradizione arrivate dalla Cina.

UNA DICOTOMIA CHE FERMA IL PAESE

La questione sfocia ovviamente nella problematica dell’indipendenza dell’isola dalla Cina, al centro del dibattito pubblico e politico. Ci sono sostenitori (anche per interessi) della linea di avvicinamento (fagocitazione) tenuta dalla Cina comunista, c’è un’opposizione che chiede più libertà. “La mai risolta disputa tra la leadership cittadina appoggiata dal governo di Pechino e l’opposizione che chiede più democrazia ha paralizzato l’abilità del governo di prendere decisioni difficili e di completare importanti progetti di costruzione”, scrisse due anni fa il New York Times. Il governo cinese ha aumentato le proprie ingerenze approfittando del caos prodotto dalla crisi finanziaria: il contraccolpo interno è stato lo sviluppo di movimenti di attivisti – i giovani di Scholarism un paio di anni fa, il Movimento degli Ombrelli nel 2014 – che non accettano compromessi su eventuali riduzioni di libertà imposte, sotto traccia, dalla Cina (come per l’inserimento nei programmi scolastici di testi che esaltano la magnificenza del Partito cinese). Questa dicotomia, secondo diverse analisi (per esempio sul Post), è quello che ha portato Hong Kong a essersi “invecchiata” di vent’anni dopo l’indipendenza, e non a essersi ulteriormente sviluppata.

LA PROPAGANDA CINESE

Mentre domani, giorno in cui la legge sull’estradizione verrà votata dal Consiglio legislativo (il parlamento locale, ndr), i cittadini di Hong Kong sono chiamati dal Fronte per i Diritti Umani e Civili – il movimento ombrello che ha organizzato la protesta di due giorni fa – a una nuova manifestazione per le strade dell’isola, Pechino muove la sua propaganda. Accusa una regia occulta per mano di “potenze straniere” dietro alle proteste, con un richiamo patriottico e nazionalista che dovrebbe smuovere gli animi liberali e indipendenti dei locali. Non parla ufficialmente il governo, ma la linea è affidata al China Daily – un quotidiano edito in lingua inglese e controllato dall’ufficio Informazione del Consiglio di stato cinese – che accusa i manifestanti di essere in parte manipolati, “fuorviati dalle intenzioni dei cambiamenti”, altri mossi da “una propria agenda politica”. Non sfugge il riferimento ad alcune riunioni che uomini delle opposizioni hanno tenuto al dipartimento di Stato di Washington nelle scorse settimane.

E GLI USA?

Tra chi si oppone alla legge, e più in generale allo scivolamento verso la Cina, ci sono le voci che sottolineano come il rapporto di semi-indipendenza da Pechino abbia permesso a Hong Kong di usufruire di un trattamento speciale da parte degli Stati Uniti sotto l’aspetto economico e commerciale. Un bene da tenere protetto in un momento in cui l’amministrazione Trump ha lanciato un’agguerrita campagna anti-cinese che trova sfogo proprio nel campo di battaglia commerciale, e che nel caso dell’estradizione di Hong Kong rientra anche uno dei punti di scontro con Pechino sui diritti. Ieri la portavoce del dipartimento di Stato – l’apparato del governo statunitense che si occupa di portare avanti certe tematiche – ha espresso profonda preoccupazione per quel che sta succedendo nel paese, minacciando proprio come “la continua erosione” del sistema di autonomia “One country, two systems” potrebbe minare lo “special status” che gli americani garantiscono – fin dal 1995, con il framework legale previsto dallo United States Hong Kong Policy Act – all’isola. La questione diventa internazionale e potrebbe riguardare, adesso, il ruolo di Hong Kong nel mondo.

(Foto: Twitter, @ToppSamantha, Claudia Mo, parlamentare di Hong Kong molto critica con la Cina, durante le proteste)

ultima modifica: 2019-06-11T13:13:22+00:00 da Emanuele Rossi

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