Un convegno per approfondire il pensiero di don Luigi Sturzo, programmato a Caltanissetta per sabato 22 giugno, sarà l'occasione per parlare di uno spazio politico, il centro, di cui oggi si sente la mancanza

Diciamo tutti la stessa cosa quando parliamo di democrazia? Davvero c’intendiamo tra di noi, oppure sentiamo il bisogno di precisare il significato delle parole che usiamo – specie se hanno un peso politico –, magari aggiungendo qualche aggettivo ben calibrato, che connoti il senso che vogliamo dare al termine in questione rispetto a come lo intendono gli altri? Per esempio, anche noi distinguiamo tra un populismo buono e un populismo cattivo? E quando discutiamo attorno alla libertà, che è l’ideale fondamentale d’ogni impegno politico degno d’esser considerato tale, stiamo attenti alle declinazioni che ne scaturiscono, senza confondere un programma liberale con una concezione libertaria e men che meno con una visione libertina?

IL CONVEGNO SU STURZO

Solo chi ancora vuol credere, o far credere, che non esistono più né destra né sinistra e chi ha a tedio un centro capace di segnare innanzitutto i confini che permangono tra lui e le altre due sponde politiche, reputa oziosi e persino capziosi interrogativi del genere. Che, invece, sono messi a dibattito tra i relatori – storici delle dottrine politiche e dei partiti come Giorgio Vecchio, Vittorio De Marco, Paolo Acanfora e altri, assieme a politologi come Giuseppe Sangiorgi e a politici di lungo, anzi lunghissimo, corso come Ciriaco De Mita – che hanno accettato l’invito del Centro Studi sulla Cooperazione “A. Cammarata” a confrontarsi in un convegno su don Luigi Sturzo, programmato a Caltanissetta per sabato 22 giugno, manco a dirlo nell’auditorium del seminario diocesano. Non a caso il titolo del convegno – Popolo, Democrazia, Libertà – mette in fila le parole-chiave del lessico sturziano che si può implicitamente rintracciare nel discorso sui “Problemi della vita nazionale dei cattolici italiani” pronunciato nel 1905 dal pro-sindaco di Caltagirone e destinato a essere sviluppato nel prosieguo della sua lunga battaglia per una democrazia che, amava ripetere specialmente dopo esser tornato dall’esilio, o è “solidale” o non sarà mai.

IL PERCHÉ DEL CONVEGNO

L’ennesimo convegno sturziano, si potrà osservare, in un anno come quello corrente, tutto consacrato a ricordare il centenario della nascita del Partito popolare italiano (18 gennaio 1919) e il sessantesimo anniversario della morte del suo principale fondatore e ispiratore (8 agosto 1959). Una giornata di studio, però, che – per come è stata pensata – vuol risultare un momento di formazione alla consapevolezza storica, politica e sociale e non certo una kermesse celebrativa, buona soltanto per rastrellare i voti degli ultimi sparuti e spauriti nipotini del popolarismo sturziano e per cederli paradossalmente in donazione agli eredi del populismo qualunquista che all’epoca complicò la vita al segretario del Ppi (il quale definiva il populismo clerico-fascista come un “atteggiamento politico parlaiuolo e follaiuolo”). Del resto, anche la distinzione tra esecutori testamentari ed eredi potrà rivelarsi un efficace criterio ermeneutico per rivisitare e reinterpretare utilmente il pensiero di Sturzo.

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