L’ambizione più grande di Trump. Ecco il piano di pace per Israele e Palestina

L’ambizione più grande di Trump. Ecco il piano di pace per Israele e Palestina
Pronto l’impiego di cinquanta miliardi di dollari di investimenti per dieci anni nei territori palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, oltre che in aree di Egitto, Giordania e Libano

Washington sarebbe ormai pronta a presentare alcuni aspetti del piano di pace per il conflitto israeliano-palestinese, messo a punto dal genero di Trump, Jared Kushner. In particolare, è stato rivelato l’impiego di cinquanta miliardi di dollari di investimenti per dieci anni nei territori palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, oltre che in aree di Egitto, Giordania e Libano.

UN PIANO DI PACE (USA)

L’obiettivo generale è quello di dare notevole impulso all’economia locale, per cercare – in questo modo – di disinnescare le ataviche tensioni presenti nella zona. Questi elementi saranno ufficialmente presentati la settimana prossima in Bahrein, durante un workshop economico principalmente sponsorizzato dalla Casa Bianca. La conferenza è stata infatti concepita come un modo per cominciare a reperire gli investimenti necessari al progetto: investimenti che dovrebbero risultare in parte di natura privata e in parte derivanti dallo sforzo degli Stati arabi.

STRATEGIA SU LARGA SCALA

I settori coinvolti saranno i più disparati: dalle infrastrutture al turismo, passando per le telecomunicazioni. Un certo spazio viene dato poi anche alla sanità. In particolare, secondo il piano, verranno fornite “nuove risorse e incentivi per trasformare il settore sanitario palestinese e garantire che il popolo palestinese abbia accesso alle cure di cui ha bisogno all’interno la Cisgiordania e Gaza. Questa visione aumenterà rapidamente la capacità degli ospedali palestinesi garantendo loro forniture, medicine, vaccini e attrezzature”.

 

In sostanza, il fine principale sembrerebbe essere proprio quello di “migliorare la qualità della vita del popolo palestinese”: il piano si propone infatti di realizzare indirettamente delle istituzioni più efficienti, con particolare attenzione poi alla magistratura e alla società civile. Si tratta di un obiettivo ambizioso, che ha sempre rappresentato uno dei punti centrali della politica estera di Donald Trump. Ed è dai tempi della campagna elettorale del 2016 che il magnate newyorchese sostiene di essere la persona giusta per mettere fine all’annosa questione del conflitto israeliano-palestinese.

IL PRECEDENTE DI OBAMA

Con questa mossa, Trump punta oggi a una progressiva stabilizzazione della regione mediorientale. Non dimentichiamo che, esattamente come per Barack Obama, anche per questo presidente il Medio Oriente rappresenti uno scacchiere terribilmente problematico. Uno scacchiere rispetto a cui il presidente americano vuole evitare coinvolgimenti militari troppo diretti (si pensi solo a come Trump si stia muovendo in contesti quali l’Iran o la Siria). Una stabilizzazione dell’area costituisce quindi un fondamentale obiettivo oggi per la Casa Bianca: un obiettivo che potrebbe consentirle un notevole risparmio in termini di risorse ed energie. Senza considerare poi l’impatto positivo che una eventuale risoluzione del conflitto israeliano-palestinese potrebbe produrre per Trump nel corso della campagna elettorale in vista della rielezione. In tal senso, è chiaro che, su questo dossier, il magnate si giochi non poco in termini di credibilità politica e internazionale.

Certo: i problemi sul tavolo non sono affatto pochi. Innanzitutto, svariate polemiche sono sorte – nei mesi scorsi – sul fatto che ad occuparsi di questo piano sia principalmente stato proprio Kushner: un fattore che ha infastidito non poco le alte sfere dell’establishment di Washington e che fu tra le cause dei frequenti attriti tra lo stesso Trump e il suo ex segretario di Stato, Rex Tillerson.

IL NODO INVESTIMENTI

In secondo luogo, bisognerà capire se il presidente americano riuscirà a reperire adeguati investimenti privati: nelle scorse settimane, buona parte del mondo di Wall Street ha mostrato una certa freddezza nei confronti del workshop del Bahrein. Infine, non bisogna trascurare il fatto che le indiscrezioni sinora uscite sul piano abbiano lasciato particolarmente scettico il fronte palestinese. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen, ha non a caso commentato: “La situazione economica” dei palestinesi “non deve essere discussa prima di quella politica. Finché non ci sarà una soluzione politica non faremo nessun accordo economico”.

Del resto, uno dei punti maggiormente controversi del piano riguarda proprio la sua componente più squisitamente politica. Una componente che la Casa Bianca non avrebbe intenzione di rivelare prima della fine di settembre: probabilmente per tutelare la traballante posizione di Benjamin Netanyahu in Israele. Trump continua a vedere nel premier israeliano infatti un alleato di ferro: proprio oggi, tra l’altro, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, John Bolton, ha incontrato lo stesso Netanyahu.

I due hanno affrontato principalmente la questione iraniana con Bolton che ha ribadito lo strettissimo legame che intercorre tra Stati Uniti e Israele. In tutto questo, stando a quanto recentemente riportato dal New York Times, parrebbe che Kushner voglia rinunciare alla classica soluzione a due Stati: una soluzione caldeggiata dalle amministrazioni americane precedenti oltre che da molte nazioni arabe (come la Giordania). Secondo molti analisti una simile scelta non farebbe che complicare le cose, laddove i difensori del piano replicano, evidenziando l’inutilità di una strategia che negli anni scorsi non ha fatto che produrre fallimenti. In tal senso, è chiaro come l’approccio di Trump sia di natura prevalentemente economico-commerciale. Una scommessa in piena regola, che potrebbe portare il presidente americano a sbattere. Ma anche a fargli conquistare una vittoria senza precedenti.

ultima modifica: 2019-06-23T10:00:22+00:00 da Stefano Graziosi

 

 

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