I numeri di Haftar? Non bastano a prendere Tripoli. Parola di Jean

I numeri di Haftar? Non bastano a prendere Tripoli. Parola di Jean
Il generale italiano fa i conti all'uomo forte della Cirenaica e ragiona sul nuovo perimetro dello stallo in Libia, nella consapevolezza che gli Usa hanno mutato orizzonti

Khalifa Haftar ha sottovalutato le forze di Al Serraj. Ecco spiegato lo stallo in Libia secondo il generale Carlo Jean, che riflette da un lato sul nuovo perimetro dello scontro libico, nella consapevolezza che gli Usa hanno mutato orizzonti. E dall’altro sui numeri a disposizione delle truppe che due mesi fa avevano annunciato una guerra-lampo, mentre oggi si ritrovano bloccate in un puzzle complicatissimo per via delle influenze esterne che vi partecipano.

A due mesi dall’attacco a Tripoli la guerra in Libia vive una fase di stallo: come uscirne?

È in una fase di stallo perché le forze leali ad Al Serraj, ovvero Misurata e le brigate di Tripoli, hanno ricevuto notevoli rinforzi da parte della Turchia e soldi dal Qatar. Per cui stanno muovendo al contrattacco a sud di Tripoli, anche se le truppe di Haftar per adesso non sono arretrate ma hanno respinto gli attacchi.

Perché gli annunci di Haftar di un ingresso-lampo a Tripoli si sono rivelati poco realistici?

A mio avviso il problema fondamentale risiede nel fatto che, sicuramente, hanno sottovalutato la coesione delle forze a sostegno di Serraj. Pensavano di poter fare ciò che avevano realizzato a sud della Libia, comprando milizie e tribù, prendendo così possesso di Tripoli senza combattere.

La chiave, in prospettiva, potrebbe essere un’Italia capace di fare da contraltare a Egitto, Francia, Emirati e Russia?

Non è uno scenario possibile. L’Italia secondo me non può prendere parte in maniera decisa a favore dell’uno o dell’altro, perché in questo momento perderebbe il proprio status principale: ovvero la neutralità che ci consente, almeno potenzialmente, di avere un ruolo di mediazione. Tanto più che l’Italia mantiene ottimi rapporti sia con la Noc che con la Banca Nazionale Libica, che distribuisce i proventi del petrolio a tutte le fazioni, alle milizie e agli enti governativi di Tobruk e Tripoli.

La mossa degli Usa di riportare Africom a Misurata, ovvero nel cuore delle forze anti-Haftar, che prospettive ha?

Gli Stati Uniti hanno modificato notevolmente la propria posizione in Libia, passando da un sostegno all’azione internazionale svolta soprattutto dal numero uno delle Nazioni Unite, in scia al governo di national accord, ad una posizione maggiormente equidistante, verosimilmente convinti del fatto che l’estorsione di Serraj nel Fezzan possa avere un’azione importante per l’attività americana contro il terrorismo nel Sail, in particolare nel Niger. Lì vi è una base Usa con i droni armati che intervengono efficacemente contro quelli che sono considerati terroristi islamici.

Quali i limiti mostrati dal governo riconosciuto dall’Onu?

Di non avere forza propria e di dover basarsi sulle milizie. Serraj conta su Italia e Gran Bretagna, anche sulla Germania con cui però ha avuto uno scontro relativo alla Siemens, che avrebbe fornito attrezzature radio ad Haftar.

Karim Mezran, senior fellow dell’Atlantic Council, da queste colonne ha detto che Haftar non sarà mai un uomo vicino all’Italia né coltiverà i nostri interessi. È così?

Mezran è sempre stato contrario ad Haftar, da quando il generale si è insediato nella zona di Bengasi dove ha costituito un contropotere rispetto al processo sostenuto dalla comunità internazionale che aveva portato poi all’accordo internazionale per la stabilizzazione della Libia, con la nascita del governo Serraj. A mio avviso è un punto interrogativo: sicuramente Haftar sa benissimo che data la vicinanza e gli interessi che ha l’Italia, svolgeremo sempre un’azione importante nel Paese, anche grazie al fatto che l’unica ambasciata occidentale aperta in Libia è quella italiana. Aggiungo che l’Eni continuerà ad essere legato a doppio filo alla Noc, che ha ancora il monopolio dell’esportazione petrolifera. Non per niente la conquista da parte di Haftar dei principali campi petroliferi ha inciso sulla produzione nazionale libica che continua, indipendentemente da questa seconda guerra civile.

Si rivede l’Isis a Derna e Jufra: se la guerra continua si fa un assist ai jihadisti?

L’Isis non riuscirà più a costituire una sorta di mini Stato, così come fatto a Sirte, ma farà solo azioni di guerriglia come le due esplosioni a Derna. Dimostrano che anche in Cirenaica le truppe di Haftar non hanno il pieno controllo del territorio, ma continuano ad esserci nuclei di jihadisti e rivoltosi che contrastano l’azione di Haftar.

Ha ancora senso l’embargo sulle armi alla Libia?

Come tutti gli embarghi anche questo ha senso e gli Usa non intendono toglierlo. Ricordiamo che in caso di cessazione ci sarebbe l’esigenza di una presa di campo per schierarsi con uno dei due contendenti. Ciò è estremamente difficile nell’attuale situazione anche perché la Libia è diventata una nazione completamente frammentata e dominata dalle varie milizie che sono legate soprattutto alle città. Basti pensare che agli ottomila uomini di Haftar vanno aggiunti i ventimila pagati dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. Con questi numeri il generale non riuscirà mai a controllare un territorio ampio come quello libico, né città grandi come Tripoli che conta un milione e trecentomila abitanti.

twitter@FDepalo

 

ultima modifica: 2019-06-05T11:40:54+00:00 da Francesco De Palo

 

 

 

 

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