Con l’Europa l’Italia faccia come Quinto Fabio Massimo. Temporeggi

Con l’Europa l’Italia faccia come Quinto Fabio Massimo. Temporeggi
Oggi per l’Italia il primo obiettivo è comprare il tempo. Approfittando dello spiraglio che si è aperto in seno alla Commissione europea. Disposta, a quanto sembra, a concedere un respiro di sei mesi. Il doppio rispetto al normale iter che avrebbe dovuto portare al verdetto finale circa l’eventuale decisione sulla procedura d’infrazione

Forse vale la pena di vestirsi, nei confronti dell’Europa, dei panni di Quinto Fabio Massimo: il cunctator. Quel suo temporeggiare contro un nemico terribile, qual era Annibale il Cartaginese, sceso in Italia, durante la seconda guerra punica con l’idea di soggiogare Roma, la cui potenza militare non aveva ancora raggiunto il suo apogeo. La sua tattica, poi imitata da altri generali romani, era quella dell’attesa. Per scegliere il il momento più propizio per la necessaria resa dei conti. Tattica tutt’altro che indolore, in quanto consentiva al nemico di spadroneggiare nei territori occupati. Meglio comunque perdere qualche battaglia, ma, alla fine, vincere la guerra.

TEMPOREGGIARE

Oggi per l’Italia il primo obiettivo è comprare il tempo. Approfittando dello spiraglio che si è aperto in seno alla Commissione europea. Disposta, a quanto sembra, a concedere un respiro di sei mesi. Il doppio rispetto al normale iter che avrebbe dovuto portare al verdetto finale: circa l’eventuale decisione sulla procedura d’infrazione. Nel frattempo, non esistendo pasti gratis, mettere in campo una mini manovra, specie se relativamente indolore da un punto di vista sociale. Meno da un punto di vista economico, visto che quelle risorse potevano essere meglio utilizzate, invece di essere congelate nelle pieghe del bilancio. Comunque, come insegna la storia da cui siamo partiti, il Temporeggiatore un prezzo lo deve pagare. Ed allora non resta che soprassedere, dopo aver ricordato in che cosa consisterà l’intervento (a quanto se ne può sapere) che si sta mettendo a punto.

I primi 2 miliardi sono quelli già congelati, lo scorso autunno. Su disposizione della stessa Commissione europea. Dovranno essere trovati 400 milioni per evitare il taglio sul trasporto pubblico locale ed altri 30 per le spese sociali. Una mini spending review. Altri 2,2 miliardi deriveranno dagli utili di Banca Italia e Cdp, girati direttamente nelle casse dello Stato. Poi ci sono le entrate straordinarie (1,25 miliardi) per la maxi-multa a carico del gruppo Kering ed infine i 3 o 4 miliardi legati al recupero di imponibile, grazie alla fatturazione elettronica. Ed infine i risparmi dovuti al minor tiraggio del Reddito di cittadinanza e Quota cento. Tirando le somme si dovrebbe giungere ad un rapporto deficit-Pil intorno al 2 per cento, tacitando, almeno per l’anno in corso, le preoccupazioni della Commissione europea.

INCOGNITA 2020

Resta l’incognita 2020. Ma per dipanare questa complicata matassa, c’è ancora tempo. Ecco il vantaggio del temporeggiare. È, infatti, per lo meno discutibile che la Commissione, diretta da Jean Claude Juncker, possa dettare legge in proposito. La patata bollente dovrà passare nelle mani della nuova Commissione, una volta ricomposto il puzzle delle nomine. Ed in quell’occasione si vedrà quale saranno gli orientamenti complessivi. Che il Fiscal Compact non goda di buona salute è dimostrato dal voto contrario espresso in proposito dal Parlamento europeo. Ed allora si trattava di un Parlamento a salda maggioranza popolari-socialdemocratici. Nei nuovi equilibri politici, sorti dopo le elezioni, è facile prevedere che il rigorismo abbia subito colpi ulteriori. Sarà quindi interessante scoprire come si orienteranno tutte le istituzioni europee, una volta terminata la scelta dei relativi vertici.

C’è quindi uno spazio d’iniziativa che l’Italia dovrebbe occupare con la maggior celerità possibile. Potrebbe essere questo il pane per i denti di Claudio Borghi. Ed il suo iperattivismo, non sempre produttivo. Più che occuparsi di mini-Bot, oro della Banca d’Italia ed altre amenità. Forse, in modo più produttivo, dovrebbe coltivare le ragioni che hanno portato il Parlamento europeo ad esprimere quel rifiuto netto nei confronti del Fiscal Compact. Le ragioni ci sono tutte. A partire dal mancato rispetto dell’articolo 16 del Trattato istitutivo. Se la Commissione non ha alcuna intenzione di procedere a valutare i risultati conseguiti, dopo i primi cinque anni di applicazione, la Camera dei deputati può svolgere un ruolo di supplenza. Ricorrendo ai normali strumenti di analisi ed indagine. Si convochino, allora, a Roma, nell’ambito di una grande indagine conoscitiva, i vari responsabili europei, con cui verificare ciò che la Commissione europea ha pervicacemente rifiutato di fare. Sarebbe un modo intelligente per cogliere umori, tessere alleanze, costruire una possibile alternativa, senza subalternità e velleità di sorta. E dare un senso compiuto al temporeggiare. Tanto più se si arriverà alle prossime elezioni politiche. Per le quali l’eventuale finestra di fine anno, salvo improvvise ed imprevedibili accelerazioni, sembra essere destinata a chiudersi. Complice il generale agosto.

ultima modifica: 2019-06-28T12:10:57+00:00 da Gianfranco Polillo

 

 

 

 

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