Pechino conferma il business sul petrolio con Teheran in smacco a Washington e intanto attacca gli Stati Uniti, incolpandoli per aver messo il dossier nucleare iraniano in crisi. Ma c'è anche una lettura secondaria: un allineamento per trattare

Mentre le potenze europee hanno ripreso la scelta iraniana di oltrepassare i limiti fissati dal Jcpoa sulla percentuale di arricchimento di uranio – sebbene con sfumature diverse: minacciosi gli Stati Uniti, severi Germania e Regno Unito, duri i francesi che però hanno aperto a una trattativa – la Cina è entrata nel dossier sposando una linea completamente diversa.

“Il bullismo unilaterale” degli Usa è “un tumore che si diffonde e sta creando più problemi e crisi su scala globale”: ha rotto il silenzio così, oggi, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, commentando la situazione con l’Iran. “Le pressioni degli Usa [sull’Iran] sono la causa alla radice della crisi sulla questione nucleare”. Pechino incolpa gli Stati Uniti per essere usciti dall’accordo Jcpoa, che anche la Cina ha firmato con Teheran nel 2015 in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Colpe: perché la reintroduzione del sistema sanzionatorio, consequenziale al ritiro dall’intesa, avrebbe prodotto le attuali scelte aggressive da parte del governo iraniano. Almeno secondo i cinesi.

Decisioni – l’aumento della percentuale di arricchimento e delle quantità di uranio arricchito conservate – che servono per stressare il dossier e spingere gli altri firmatari a prendere una posizione più convinta, ha spiegato nei giorni scorsi Teheran. L’occhio è rivolto soprattutto all’Europa, dove gli iraniani chiedono a Bruxelles la costruzione di un sistema di protezione effettivo per chi fa business con la Repubblica islamica, qualcosa che preservi le ditte europee dalla ritorsione extraterritoriale delle sanzioni secondarie americane e permette di lavorare serenamente. Il pressing iraniano si rivolge all’Ue perché in Cina, e Russia (altro Paese del sistema 5+1 che ha firmato l’intesa), spazi ci sono già.

Ma la questione, per Pechino, non riguarda solo il dossier iraniano, anzi: il Dragone sembra sfruttare la situazione come superficie politica in cui lavorare su dinamiche globali, marcando differenze con Washington. I cinesi fanno passare l’idea di essere controparti affidabili, che non si ritirano dagli impegni e seguono una proiezione strategica. Cercano di scavare un solco tra gli Usa e i Paesi Ue – che sono rimasti spiazzati dalla decisione trumpiana sull’uscita, dicono di voler restare nel Jcpoa, ma non hanno forza politica sufficiente per prendere decisioni contro la posizione.

È il terreno perfetto per la Cina. Dimostrazione di quanto la questione commerciale – momentaneamente in stand by dopo l’intesa tra leader all’ultimo G20 – sia solo un capitolo del confronto Usa-Cina. Gli americani usano campi come i diritti civili in Xinjiang, o dossier sensibilissimi come Hong Kong e Taiwan, o ancora il Mar Cinese, per accomodare i tizi dello scontro; la Cina utilizza le sue armi, la penetrazione economico-geopolitica, il ruolo global. Una guerra anche di nervi. Una narrazione chiara, ma potrebbe anche esserci qualcosa di diverso.

IL PETROLIO E UNA CONTRO-NARRAZIONE

L’Ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema della teocrazia iraniana, ha colto la palla al balzo un paio di giorni fa e fatto sapere che la Cina continuerà ad acquistare petrolio iraniano. L’agenzia italiana Nova rilancia un articolo del cinese Nanyang Post sulle parole di Khamenei, ed intuisce il significato del giro di spin politico dietro a certe dichiarazioni.

Spiegazione tecnica: gli appalti sono stati decisi da un accordo commerciale tra il governo cinese e l’Iran. Peso politico: Khamenei sottolinea come le posizioni di Russia e Cina siano diverse dagli altri quattro firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano – vale a dire dalle controparti occidentali. Solo Mosca e Pechino collaborano con Teheran “in conformità con i requisiti dell’accordo”, dice il giornale cinese citando la Guida. Dimensione pratica: gli Stati Uniti hanno reintrodotto le sanzioni per ammazzare il mercato del petrolio iraniano, principale asset statale per Teheran, ma la Cina continua a far affari con la Repubblica islamica.

La lettura secondaria, adesso – pura speculazione. Quando gli Stati Uniti reintrodussero le sanzioni sul petrolio iraniano, lasciarono alla Cina e ad altri sette Paesi importatori da Teheran un’esenzione aperta per non far alzare troppo il prezzo del petrolio a seguito della controazione dall’Iran. Le esenzioni sono state abolite, ma mantenere la possibilità – seppure in modo informale – di export verso i cinesi potrebbe servire sia per non accelerare l’aumento dei prezzi (gli Usa vogliono valori alla pompa bassi in vista delle presidenziali, l’Opec+ ha deciso per il taglio delle produzioni e la crescita del costo del greggio), sia per non isolare troppo l’Iran (con cui la Casa Bianca vorrebbe aprire nuovi negoziati: una chance, insomma). Un allineamento che potrebbe essere una lettura più profonda, e seguire i buoni esiti dell’incontro al G20 tra i presidenti cinese e americano. In questo quadro, le dichiarazioni dure dei vari attori in gioco servirebbero solo ad accontentare la superficie popolare delle trattazioni. Ma siamo puramente nel campo speculativo: le dichiarazioni sono fatti, invece. Però sia gli Stati Uniti, sia Teheran sia Pechino, potrebbero aver interesse a nuove trattative.

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