Quali sono i Paesi che la Francia considera avversari nello Spazio? Perché Emmanuel Macron ha spinto per una nuova strategia spaziale di Difesa? Cosa cambia per l’Italia e l’Unione europea? Lo abbiamo chiesto a Jean Pierre Darnis, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali (Iai) e responsabile del programma Tech-Rel dedicato all’impatto che le nuove tecnologie hanno sulle relazioni internazionali. Solo qualche giorno fa, il ministro della Difesa transalpino Florence Parly ha presentato la nuova “Strategia spaziale francese di Difesa”, accompagnata da 700 milioni di euro da aggiungere ai 3,6 miliardi già previsti per il settore fino al 2025. Ancora prima, il 13 luglio, era stato Macron ad annunciare il Commandement militaire de l’espace che sarà operativo dal prossimo settembre a Tolosa. Con uno staff iniziale di 220 persone opererà all’interno dell’Aeronautica militare e la trasformerà in Armée de l’Air et de l’espace.

Quali sono gli obiettivi del comando spaziale e come si inserisce nella Difesa francese?

La cosa più interessante è sul piano dottrinale. I francesi non hanno sistemi così da diversi dagli altri, ma hanno un pensiero strategico militare di portata globale. Di fronte alla creazione dello Space command americano, all’evoluzione delle attività cinesi nello spazio, al mantenimento di quelle russe e alla particolare sensibilità della presidenza Macron per il fattore tecnologico (considerato strategico non solo sul piano militare, ma anche industriale ed economico), la Francia ha elaborato una strategia di difesa spaziale. Tale presa di coscienza è durata un bel po’. L’annuncio era pronto dalla fine del 2018, frutto del lavoro svolto durante tutto l’anno. È stato poi ritardato a causa della crisi dei gilet gialli, durante la quale si volevano probabilmente evitare annunci di tenore troppo tecnocratico mentre il Paese era alle prese con il movimento di protesta.

È un approccio che viene da lontano dunque.

Sì, e nasce da un aspetto dottrinale che è stato dettagliato nel discorso del ministro della Difesa Florence Parly. La cosa più rilevante è che lo Spazio viene istituito come dimensione di difesa a sé, dopo terra, mare e aria. Può sembrare un dettaglio, ma per come ragionano i francesi è un aspetto molto importante. Una volta che lo Spazio viene definito come dimensione di difesa, seppur con un comando inserito all’interno dell’Aeronautica così da tenere buona la struttura, si procede in modo dottrinale portando avanti visioni, infrastrutture e capacità. In tal senso, sul problema di oggetti eventualmente ostili nello Spazio, si inserisce l’annuncio dello sviluppo di capacità di difesa “attiva”, che significa una capacità eventuale di distruzione di satelliti altrui. Questa è la vera novità.

Sembrerebbe una postura offensiva oltre che difensiva. È così?

Fino a poco tempo fa, c’era una tendenziale prudenza sul potenziale dispiegamento di armi spaziali o di assetti che da terra potessero colpire oggetti in orbita. Poi, con lo Space command, l’America trumpiana ha tolto questo tipo di pudore. Cina e Russia avevano inoltre già dimostrato la capacità di distruggere un satellite con un razzo, cosa che anche l’India ha fatto lo scorso marzo. I francesi hanno risposto nel modo che conoscono meglio: in maniera organizzativa. Su questo, tra le cose interessanti c’è il legame che la strategia identifica, giustamente, tra la dimensione spaziale, quella cibernetica e quella nucleare. D’altra parte, lo sviluppo generale spinge ad analisi di questo genere; la diffusione di infrastrutture tecnologiche spaziali e terrestri è un tutt’uno.

Ha parlato di Cina e Russia, ma chi sono gli avversari che la Francia avverte oltre l’atmosfera?

Credo che abbia in mente soprattutto i pericoli che possono arrivare proprio da Cina e Russia. Esiste di fondo l’idea che, se gli americani si dotano di determinati strumenti, anche i francesi lo devono fare per non perdere capacità. Tuttavia, la visione del nemico è rivolta probabilmente alle suddette potenze, le stesse che hanno già distrutto satelliti in orbita creando space debris e altri problemi, innescando altresì un ulteriore corsa alle armi spaziali.

Ritiene che si tratti di un trend consolidato? I conflitti saranno sempre più extra-atmosferici?

Direi di sì. Non sarà un cambiamento colossale, ma si intravede questo tipo di indirizzo. Tra l’altro, sono dinamiche che si potrebbero inserire nell’ambito della sicurezza, poiché riguardano anche aspetti civili. Porre il tutto sotto il termine “sicurezza” consentirebbe inoltre di mettere certi sviluppi sotto il cappello europeo. La Space surveillance awareness (Ssa), ad esempio, viene citata nella Strategia francese con l’elencazione degli attuali tre sistemi (i radar Graves e Satam, e i telescopi gestiti da Ariane Group e dal Cnrs, ndr), evidenziando che non bastano e che ne servono ulteriori. Eppure, su questo si dovrebbero rafforzare le capacità europee. Per avere uno strumento di osservazione paragonabile a quello americano, un approccio continentale appare necessario.

Nella Strategia presentata dal ministro Parly c’è un forte accento sul consolidamento dell’industria di settore. Si citano Germania e Italia come principali riferimenti per collaborazioni. È un invito a procedere insieme?

Prima di tutto è un messaggio chiaro per dire che la Francia non dimentica l’importanza delle collaborazioni in vigore e che la crescita dello Spazio nell’agenda della Difesa nazionale non deve essere percepita come qualcosa di contrario alle cooperazioni esistenti. Non so fino a che punto si tratti di un invito ad approfondire ulteriormente le collaborazioni. Nel campo dell’Osservazione della Terra esistono già programmi bilaterali con Italia e Germania, soddisfacenti sono tanti punti di vista, e per altri versi no. Non si è mai arrivati a pensare a sviluppare sistemi comuni, nonostante un programma come Copernicus, restando nel campo dell’Osservazione della Terra, abbia molte più potenzialità dei progetti bilaterali.

Perché?

Perché ognuno vuole guardare il Niger e non vuole che gli altri lo sappiano. Bisognerebbe tuttavia essere più saggi da questo punto di vista, e gli industriali lo sanno bene lavorando da tempo su programmi comuni. C’è un’inefficienza di sistema su cui la postura francese è neutra. Con la strategia dicono a Germania e Italia: “Noi abbiamo ben in mente quello che facciamo con voi e su questo vogliamo andare avanti”. Tuttavia, non assumono una posizione che supporti una nuova generazione europea di sistemi. Tra l’altro, con l’Italia i rapporti sono pessimi e non si vedono al momento opportunità per far sedere i due ministri della Difesa per un bilaterale che non viene programmato da anni.

E con la Germania?

La visione tedesca è più interessante. C’è stata la disponibilità di Berlino sulle questioni europee. Negli scorsi mesi, l’uscita di colei che poi è diventata ministro della Difesa (Annegret Kramp-Karrenbauer, ndr) sulla possibilità di sviluppare una portaerei con la Francia è apparsa leggera, ma dà il segno della volontà politica. Ciò potrebbe tradursi in un’apertura rilevante su tanti aspetti tecnologici.

Il progetto francese darà una spinta alla nascente Difesa comune nel campo extra-atmosferico?

Certamente i francesi la pensano così. Per Parigi, alzare il tiro istituzionale significa porre sul tavolo l’esigenza di elevarlo anche a livello comunitario. Su questo, il proseguimento di Galileo è una cosa acquisita. C’è la questione Copernicus, un programma civile che ha dimostrato ottimi risultati anche in applicazioni legate alla sicurezza. Ciò potrebbe richiedere un minimo di pensiero istituzionale sull’opportunità di una Space situational awareness (Ssa) europea, questione che a mio parere si trascina da troppo tempo.

Fa riferimento al fatto che lo sviluppo sul campo sia affidato dal 2014 a un consorzio tra Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito?

Sì. In passato, si è bloccata l’iniziativa dell’Agenzia spaziale europea per passare a una struttura inter-governativa tra questi cinque Paesi. Ciò rappresenta secondo me un problema, poiché impedisce un grosso investimento da parte della Commissione europea che ci sarebbe così come è stato per Galileo e Copernicus, dando lavoro a industria ed enti di ricerca.

Perché non si procede su questa strada?

Perché la ri-nazionalizzazione delle capacità ha messo un freno a questo tipo di logica. È però contraddittorio. Nella nuova strategia, la Francia certifica di aver bisogno di capacità Ssa per la difesa. Eppure, la Space situational awareness è importante non solo perché si possono guardare e monitorare satelliti cattivi od oggetti che possono minacciare le infrastrutture in orbita, ma anche perché, come negli Stati Uniti, presenta un enorme potenziale di business sul lato della navigazione satellitare, creando nuovi servizi per pilotaggio e messa in orbita. C’è un grande aspetto commerciale che l’Europa, con un approccio improntato alla difesa, sta trascurando. Al contrario, gli Stati Uniti hanno adottato un modello che lo tiene in notevole considerazione. In tal senso, la speranza è che l’iniziativa francese non irrigidisca ulteriormente il quadro. È una pazzia sul piano tecnologico e politico pensare che Francia, Germania e Italia si dotino ognuno singolarmente di capacità Ssa.

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