Dazi e spread, che cosa frena gli investimenti privati in Italia secondo Confindustria

Dazi e spread, che cosa frena gli investimenti privati in Italia secondo Confindustria
Dopo tre anni di crescita, le iniziative private si sono arenate. Colpa delle tensioni commerciali, magari anche dei casi Atlantia e Ilva. Ma soprattutto di mesi a tutto spread che hanno costretto le banche a centellinare i finanziamenti. E pensare che già sei mesi fa il ministro Tria aveva lanciato l'allarme

Erano i primi di febbraio quando il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, lanciò l’allarme sugli investimenti privati in Italia. “Oggi il principale interesse nazionale è ristabilire la fiducia nei confronti dell’Italia, la fiducia dei cittadini e degli investitori, italiani e stranieri. Dobbiamo sbloccare tutti i cantieri”. A distanza di qualche mese non è cambiato molto. L’Italia continua a scontare un deficit di spesa privata nelle piccole e grandi infrastrutture. E pensare che lo stesso Documento di economia e finanza approvato lo scorso aprile, prevede un aumento degli investimenti pubblici nel prossimo triennio, dall’attuale 2,1% del Pil registrato nel 2018 fino al 2,6% nel 2022. Già, pubblici, ma i privati? Dove sono?

SPINTA ESAURITA?

A capire che cosa impedisca di togliere il freno a mano in Italia, ci ha pensato il Centro studi di Confindustria, che questa mattina ha pubblicato in alcune slide una sua analisi della situazione. Premesso che secondo gli esperti coordinati da Andrea Montanino (qui una sua recente intervista a Formiche.net) “gli investimenti in Italia avevano ripreso ad aumentare da inizio 2015 grazie a un recupero guidato dalla spesa in macchinari e mezzi di trasporto, sospinto dagli incentivi”, dall’estate dello scorso anno “la crescita degli investimenti, però, si è sostanzialmente fermata, nonostante la risalita di quelli in costruzioni”. Perché?

CHE COSA SPAVENTA I PRIVATI

Secondo Confindustria a portare sulle secche gli investimenti privati ha contribuito un mix di fattori. “Il freno agli investimenti delle imprese è venuto sia dall’esaurirsi della spinta degli incentivi, sia dal netto peggioramento delle attese di domanda, crollate da inizio 2018. Ciò ha riflesso il peggioramento dello scenario domestico e le crescenti tensioni commerciali internazionali, ovvero la guerra a suon di dazi tra Cina e Usa.  Non è tutto.

COLPA (ANCHE) DELLO SPREAD

C’è lo zampino anche dello spread. “A queste difficili condizioni si è aggiunto un vincolo stringente sui volumi di credito disponibili: le imprese italiane stanno chiedendo più credito alle banche, per finanziare i progetti produttivi. Tuttavia, dal lato dell’offerta si è avuto un irrigidimento, da metà 2018, a riflesso del rialzo dei rendimenti sovrani, che ha accresciuto il costo della raccolta bancaria e svalutato i portafogli di titoli”. In altre parole, lo spread. Coi bilanci bancari gonfi di 370 miliardi di Btp, le impennate di questi mesi hanno intaccato il valore dei titoli, costringendo le banche a stringere nuovamente i cordoni della borsa. “Gli istituti stanno scaricando tali oneri in minori volumi, maggiore richiesta di garanzie, costi addizionali, non sui tassi di interesse. Perciò, le imprese italiane sono tornate a subire un calo dei prestiti da inizio 2019 e hanno meno risorse per investire”.

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L’ESTERO DICE POCA ITALIA

A rafforzare la tesi di un rallentamento degli investimenti privati in Italia, anche i dati Eurostat sugli investimenti esteri in Italia, commentati l’altro giorno da Emilio Colombo, docente di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, aprendo i lavori della tavola rotonda “Perché investire in Italia? Opportunità lacci e lacciuoli” alla BicoccaGli investimenti diretti esteri in Italia “sono meno dell’1% del Pil, considerando il periodo 2013-2018, e sono tra i più bassi d’Europa. A frenare gli investitori internazionali sono soprattutto un eccessivo costo del lavoro, scarso supporto alle pmi, scarsa propensione all’innovazione, eccessivo carico fiscale, scarso investimento nella rete infrastrutturale”. Negli ultimi cinque anni, in media, i flussi degli investimenti internazionali diretti sono stati pari al 2,5% del Pil in Spagna, all’1,55% in Francia, all’1,8% in Germania e al 3,7% nel Regno Unito.

TRA ILVA E ATLANTIA

Certamente non può giovare un immagine di un Paese che troppo spesso cambia le regole in corsa. Ne sanno qualcosa a Taranto, dove i nuovi proprietari dell’Ilva, Arcelor Mittal, si è vista togliere nel giro di 24 ore lo scudo penale contro i reati nell’ambito del risanamento dell’area (qui l’intervista all’economista Carlo Alberto Maffè). Per non parlare del caso Atlantia, dove il governo ha annunciato la volontà politica di revocare le concessioni dopo la tragedia del Ponte Morandi, mentre le Borse erano aperte. E il titolo è quotato.

ultima modifica: 2019-07-08T10:00:25+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

 

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