Pubblichiamo la lettera aperta dell'ambasciatore d'Ucraina in Italia Yevhen Perelygin alla delegazione italiana presso il Consiglio d'Europa sul reintegro della delegazione russa

Quando io, ancora giovane diplomatico, nella metà degli anni ’90, mi occupavo dell’ingresso dell’Ucraina nel Consiglio d’Europa, e già più tardi, negli anni 2000, rappresentavo l’Ucraina in questa Organizzazione in qualità di Ambasciatore, per me il Consiglio d’Europa era viva rappresentazione dei valori europei e del primato del diritto.

Questo mi è stato insegnato più volte durante gli incontri indimenticabili con il noto politico spagnolo ed europeo, il presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Miguel Angel Martinez, la presidente dell’Apce dalla Germania Leni Fischer e certamente con Antonio La Pergola, il presidente della Corte Costituzionale dell’Italia nonché il primo presidente della Commissione di Venezia per la Democrazia attraverso il diritto.

Ma le epoche si susseguono, mutano pure gli orientamenti e i valori di quelle comunità ed organizzazioni internazionali che, per i padri fondatori, rappresentavano il sogno di uno spazio europeo unitario di democrazia e dei diritti umani.

Pertanto, dopo l’approvazione da parte dell’Assemblea Parlamentare del 25 giugno 2019 della Risoluzione che ha assicurato il ritorno vittorioso della delegazione russa all’Assemblea (a seguito del ricatto aperto da parte della Federazione Russa e della sua cinica rinuncia ad adeguarsi alle norme basilari del diritto internazionale nonché allo statuto del Consiglio d’Europa), per i membri dell’Assemblea ormai la tutela dei diritti dell’uomo e la garanzia del primato del diritto non sono più una questione di identità europea! Con questa decisione vergognosa la Russia è stata incoraggiata a continuare il suo attuale modello di comportamento.

Mi rammarico di notare che, proprio nel 70° anniversario del Consiglio d’Europa, la sua Assemblea parlamentare ha perso la sua credibilità e non può più svolgere il ruolo affidato a questa Organizzazione dai suoi fondatori.

Un dispiacere e una delusione particolare per me è stato il voto della Delegazione Italiana all’Assemblea.

Non voglio qui fare un lungo elenco delle Risoluzioni adottate dalla stessa Assemblea Parlamentare, ma vorrei solo di ricordarvi, Egregi Onorevoli, che in almeno dieci Risoluzioni (NN 1988 dell’anno 2014; 2028, 2063, 2067 del 2015; 2112, 2132, 2133 del 2016; 2145 del 2017; 2198, 2119 del 2018; 2259 del 2019) è stato richiesto alla Parte russa di attuare pienamente gli accordi di Minsk; utilizzare la sua influenza sui gruppi armati illegali filo-russi per la stessa fine; ritirare le sue truppe dal territorio ucraino; rilasciare tutti i prigionieri, in particolare civili e quelli detenuti nella Federazione Russa; immediatamente invertire l’annessione illegale della Crimea; sostenere tutti gli obblighi previsti dal diritto internazionale in quanto potenza occupante e garantire il rispetto dei diritti umani e della sicurezza di tutte le persone che vivono nella Crimea occupata; revocare il divieto al Mejlis (Consiglio supremo) del popolo Tataro di Crimea come ordinato dalla Corte internazionale di giustizia; rilasciare tutti i prigionieri ucraini catturati ed imprigionati nella Federazione Russa e nella Crimea annessa; rilasciare immediatamente i militari ucraini; assicurare la libertà di passaggio nel Mare di Azov e nello Stretto di Kerch nonché rispettare la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Mi permetto intanto di porvi una sola domanda: che cosa di tutto ciò fu realizzato dalla Russia? Per quali passi costruttivi della Russia ad essa è stata concessa una tale indulgenza? Che cosa hanno fatto i promotori di questa iniziativa per liberare i prigionieri politici ucraini torturati in Russia? O, addirittura, quali iniziative sono state promosse per far uscire i militari russi dai terrori ucraini occupati?

Domande retoriche a cui difficilmente avrò una risposta.

Da più di cinque anni l’Occidente cerca di dialogare con la Russia aiutando l’Ucraina a contenere questa aggressione. Quale è il resultato di questo “dialogo”? La risposta è: la Crimea occupata, più di dodicimila morti ucraini in Donbass inclusi i bambini, migliaia di orfani e vedove di guerra, più di ventiseimila feriti e un milione e mezzo di persone sfollate all’interno.

A tutt’oggi, il regime di Mosca continua ad uccidere gli ucraini (solo in questo mese di giugno l’Ucraina ha perso circa dieci suoi difensori) e a fornire le sue formazioni armate nell’est dell’Ucraina con le armi attraverso il confine ucraino-russo. Nel Donbass, adesso, sono presenti decine di migliaia di soldati dell’esercito russo, alcune centinaia di carri armati russi, sistemi lanciamissili e artiglierie varie, oltre all’equipaggiamento elettronico militare. Tutto ciò, ovviamente, trasportato illegalmente in Ucraina dalla Russia, così come precisano e dichiarano i rapporti della Missione di monitoraggio dell’Osce (dislocata nella zona del conflitto). Solo nell’arco di quest’ultimo anno la Russia ha inviato carichi militari in Ucraina per circa cento volte.

Mi sembra ovvio che giustificare con il pretesto del “dialogo” quelli che stanno calpestando in modo cinico e brutale i principi fondamentali del diritto internazionale è un indicatore di doppi standard morali e politici, ma anche una bomba a orologeria. Lo affermo perché se oggi noi non riconosciamo l’ordine mondiale e le frontiere riconosciute di uno Stato europeo come l’Ucraina, domani questa sorte può toccare tutta l’architettura europea.

I politici europei, inclusi quelli italiani, avrebbero dovuto essere coscienti del pericolo per l’Europa odierna nel sostenere l’approccio russo di poter cambiare le frontiere esistenti internazionalmente riconosciute, sfidare l’ordine internazionale in modo impunito, nonché ricordare le pesantissime conseguenze di tale politica nel passato per la storia europea.

Nella speranza che voi possiate continuare il vostro impegno nell’Assemblea parlamentare in favore della tutela dei valori innegabili della vita umana e dei principi basilari del diritto internazionale, approfitto dell’occasione per inviarvi i miei più cordiali saluti.

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