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Come bilanciare salute e sanità? Parla Paola Binetti

IN SCIENZA E COSCIENZA

Il Servizio sanitario nazionale italiano è riconosciuto come uno dei migliori al mondo. Dalla sua c’è il principio di cura universale, garantita a tutti senza distinzioni. Questo non significa, però, che non soffra di mali drammatici come la difformità di trattamento su base regionale o di ritardi normativi ormai strutturali. Di tutto questo e molto altro ne abbiamo parlato con la senatrice e psichiatra Paola Binetti, intervistata in ambito del progetto “In scienza e coscienza”, nato dalla collaborazione fra Fondazione Roche e Formiche, con l’obiettivo di interrogarsi – e interrogarci – sul dibattito in merito alla libertà prescrittiva del medico e ai vincoli economici imposti dalla limitatezza delle risorse e dalla necessità di Regioni e aziende ospedaliere di gestire il contenimento della spesa sanitaria: come bilanciare le migliori cure con la sostenibilità finanziaria?

 

Il principio universalistico della sanità riconosciuto in Costituzione viene rispettato nonostante le necessità legate alla sostenibilità finanziaria?

Il principio universalistico riconosciuto nella prima versione della nostra Costituzione è stato in qualche modo modificato con la riforma del Titolo V dal momento in cui siamo passati dal Servizio sanitario nazionale a una sorta di 20 Sistemi sanitari regionali. A questo punto la responsabilità sanitaria è diventata delle Regioni, perciò noi abbiamo Regioni in cui l’assistenza è eccellente, altre in cui è pienamente soddisfacente, altre ancora in cui è appena soddisfacente e infine Regioni in cui l’assistenza è pessima. Non a caso, il decreto Calabria prende il nome proprio dall’obiettivo di cambiare profondamente in modo in cui è gestita la sanità in Calabria. Io credo, quindi, che il principio universalistico come affermazione di base è presente ancora in tutto il nostro sistema ma, avendo davanti 20 sistemi, chiaramente abbiamo davanti un arco di possibilità che vanno dall’eccellenza all’insufficienza.

L’Innovazione tecnologica in campo sanitario rientra fra i punti trattati nel DEF 2019. Lo trova soddisfacente?

Che l’innovazione tecnologica rientri nel Def lo trovo pienamente soddisfacente, che l’effettiva innovazione tecnologica sia diventato un fatto concreto lo dubito. Innovazione tecnologica significa, per esempio, il rinnovo degli impianti o delle modalità che permettono un diagnostica in tempi più brevi e con contorni più precisi, e quindi con la possibilità di intervenire in maniera più puntale. Ancora una volta le ragioni possono ritrovarsi nel fatto che le Regioni si regolano ognuna in maniera autonoma e poi perché per avere un vero rinnovamento tecnologico non basta che una tecnologia sia teoricamente disponibile sul mercato, ma è necessario disporre delle risorse economiche per acquisirla e le risorse umane per gestirla.

Crede che in Italia si faccia abbastanza per il rispetto del consenso informato e per la tutela della privacy?

Io credo che non si faccia abbastanza. Però va detto che definire il “come fare” è molto complesso. Ad esempio tutelare la privacy di un paziente che necessita di una pluralità di competenze e, dunque, di medici che gli si dedicano è molto difficile. Poi, per quanto riguarda il rispetto del consenso informato, questo non può essere limitato a una firma ma deve essere inquadrato in una qualità relazionale stabile e continuativa di fiducia e conoscenza reciproca che molto spesso manca.

Parliamo ora di condotta del medico: quale comportamento auspicato nel caso in cui gli strumenti di diagnosi siano sofisticati, ma le cure possibili non siano disponibili o rimborsate dal SSN? Lei crede che il nostro SSN stia operando nel modo giusto affinché chiunque abbia accesso alla migliore cura possibile? C’è una reale accessibilità alle cure innovative in Italia?

Allora partiamo dal presupposto che il Servizio sanitario nazionale italiano è riconosciuto tra i migliori al mondo; è di gran lunga superiore a quello statunitense in cui la prima cosa che chiedono quando si mette piede in ospedale è: che assicurazione sanitaria hai? E se non si ha un’assicurazione non si può usufruire di assistenza. Noi abbiamo un sistema gratuito che cura non soltanto gli italiani ma tutte le persone che sono sul nostro territorio. Per di più abbiamo una norma che permette nell’Unione europea quella che noi chiamiamo “medicina transfrontaliera”, cioè il paziente può spostarsi in Europa portando con sé l’assicurazione che il Paese ricevente è tenuto ad accettare. Quindi abbiamo una mobilità europea, e non dimentichiamo che l’Ue costituisce nel suo complesso un territorio di assoluta avanguardia nel mondo intero, che permette al paziente di muoversi e di ottenere ciò che serve e che è più e meglio modulato secondo quelli che sono i suoi bisogni. L’Italia da questo punto di vista in chiave di proposta normativa fa moltissimo, la legge sulla medicina transfrontaliera è tra le più avanzate al mondo. Poi che un paziente si possa scontrare con quelle che noi chiamiamo “molestie burocratiche”, questo dipende da quei fattori umani nei quali si riflettono egoismo, incompetenza, inadeguatezza al ruolo contro cui non finiremo mai di combattere con tutte le nostre forze.

Crede che le limitazioni nella libertà prescrittiva imposta dal contenimento della spesa possano inficiare lo sviluppo delle carriere dei nostri medici? C’è un rischio di “fuga dei camici”?

È necessario che in un contesto sanitario, penso ad esempio a una Regione, si gestiscano le risorse a disposizione nel miglior modo possibile per i pazienti. Molto spesso questo si traduce nell’allungamento dei tempi di attesa perché, superato il numero massimo di determinati interventi, ad esempio l’installazione di protesi di vario genere, i pazienti entrano in una lista di attesa che potrebbe arrivare fino all’anno successivo oppure si dovrebbe spostare dal Servizio sanitario a quello assicurativo, ammesso che disponga di una seconda assicurazione. Il tema è che i costi della sanità aumentano in maniera esponenziale. Se penso alla medicina personalizzata, che si sta imponendo con successi più che notevoli, i costi sono altissimi non solo per il soggetto, che nella sua individualità mai riuscirebbe a permettersela, ma anche per la stessa Asl. Dobbiamo dunque trovare altri modi per sostenere la sanità per garantire a tutti le migliori cure e i migliori medici possibili.

Lei ha di recente chiesto notizia, attraverso un’interrogazione, dello stato dell’arte dell’aggiornamento del Piano nazionale malattie rare, ormai scaduto nel 2016, anche in vista della bozza già esistente. Crede che il ministero abbia un atteggiamento lassista in merito? E cosa si dovrebbe e potrebbe fare in tal senso?

Il Piano è scaduto nel 2016 e noi già ai tempi della Lorenzin insistevamo affinché venisse pubblicato il nuovo Piano nazionale delle malattie rare (tuttavia va dato atto alla Lorenzin di aver pubblicato il primissimo Piano nazionale delle malattie rare). Il dottor Urbani, che è il Direttore generale del ministero della Salute, qualche giorno fa ha riunito un tavolo di esperti per iniziare a lavorare e produrre il nuovo Piano nazionale. Certamente i ritmi di lavoro mi sembrano molto lenti, soprattutto se paragonati al livello di aspettative dei pazienti e delle loro famiglie. Mi auguro che, preso atto del ritardo enorme (perché i Piani nazionali si pubblicano ogni tre anni e qui l’ultimo che abbiamo è quello del 2013-2016), entro il 2019 si riesca a pubblicarlo, ma ne dubito. Nella storia di questi piani nazionali c’è una finestra di troppo che ha lasciato soli molti pazienti e le loro famiglie.

#inscienzaecoscienza

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