Sanità, accesso alle cure e malati di serie B. Parla Gaudioso (Cittadinanzattiva)

Sanità, accesso alle cure e malati di serie B. Parla Gaudioso (Cittadinanzattiva)
L’Italia è ormai divisa in tante parti. E l’elemento che ci preoccupa di più nella sanità è lo scollamento fra i diritti sanciti sulla carta e quelli realmente tutelati. L'intervista ad Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva

IN SCIENZA E COSCIENZA

Nonostante il Servizio sanitario nazionale italiano sia fra i migliori al mondo, alcune dinamiche distorsive, accompagnate da un’assenza di programmazione, ne stanno minando le fondamenta. L’universalità, punto cardine del nostro sistema, sta iniziando a cedere, generando uno scollamento fra diritti sanciti e garantiti e allargando la forbice fra pazienti di serie A e pazienti di serie B. Per capire cosa fare e quali misure attuare per innescare un’inversione di tendenza, ci siamo confrontati con Antonio Gaudioso, segretario generale di Cittadinanzattiva, in occasione del progetto “In scienza e coscienza”, nato dalla collaborazione fra Fondazione Roche e Formiche con l’obiettivo di interrogarsi – e interrogarci – sul dibattito in merito alla libertà prescrittiva del medico e ai vincoli economici imposti dalla limitatezza delle risorse e dalla necessità di Regioni e aziende ospedaliere di gestire il contenimento della spesa sanitaria: come bilanciare le migliori cure con la sostenibilità finanziaria?

Secondo lei, con tutti questi discorsi sul bilancio, sulla governance, sui tagli, non stiamo perdendo un po’ di vista il paziente e le sue necessità, che dovrebbero essere prioritarie?

Sicuramente sì, soprattutto se il tema degli aspetti economici viene sganciato da una visione d’insieme. La mia impressione, e non da oggi, ma ormai da qualche anno, è che l’aspetto economico sia visto in una prospettiva difensiva del sistema, senza un disegno complessivo da qui ai prossimi 15-20 anni. Il combinato dell’invecchiamento della popolazione e delle nuove terapie innovative, oltre alla frammentazione del Servizio sanitario nazionale, richiede assolutamente un progetto per il futuro in cui il fattore economico deve  essere senz’altro uno degli aspetti, ma non l’unico, e dove il diritto alle cure delle persone deve restare l’elemento centrale.

Ma la salute, oggi, è uguale per tutti? O si va sempre più allargando la forbice fra malati di serie A e malati di serie B? 

Purtroppo, e non è una mia considerazione, ma ci sono chiare evidenze, l’Italia è ormai divisa in tante parti. E l’elemento che mi – e ci – preoccupa di più è proprio lo scollamento fra i diritti sanciti sulla carta e quelli realmente tutelati. Ci troviamo in un contesto in cui per effettuare una mammografia devi attendere 20 giorni in alcune zone del Paese e 200 giorni in altre, per cui chi si trova in zone arretrate è costretto a pagare di tasca propria una prevenzione o una cura che invece dovrebbe garantirgli il SSN. Tra l’altro, qualora il paziente non abbia le disponibilità per farlo, e parliamo, ad esempio, di uno screening oncologico, le conseguenze si dipanano in ogni direzione, dalla salute del paziente in primis, che rischia di morire di una malattia che probabilmente avrebbe potuto curare, se diagnosticata per tempo, fino all’economia pubblica, che dovrà poi accollarsi i costi per le terapie di un malato che si sarebbero potuti risparmiare.

Innovazione e medicina di precisione rappresentano grandi opportunità, ma dati gli elevati costi sembrerebbero non poter essere destinate a tutti. Chi deve decidere, e sulla base di cosa, chi è destinato a ricevere una terapia e chi, invece, può o deve rimanerne escluso?

Partiamo intanto dal fatto che in Italia la presenza dell’Aifa come unico buyer ci garantisce un grandissimo risparmio. Per ogni nuova terapia, ad ogni modo, andrebbe valutato l’impatto sul bilancio, non solo nel breve, ma anche nel lungo periodo. Spesso, infatti, una terapia, seppur particolarmente costosa, consente un risparmio sul lungo termine; abbatte i costi sia in termini di ospedalizzazione, sia di terapie curative posteriori, sia di previdenza sociale. Detto ciò, è evidente che pensare a un Fondo sanitario nazionale o a nuove risorse per il SSN è sempre una buona cosa. In Italia, del resto, le risorse destinate alla sanità sono fra le più basse d’Europa in termini di rapporto tra investimenti e Pil, con una logica difensiva e di contenimento piuttosto che proattiva. Manca completamente una cultura orientata alla prevenzione come strumento di anticipazione delle patologie che ci potrebbe far risparmiare un’ampia fetta di risorse oggi usate impropriamente. Tra l’altro, quando si parla di terapie innovative, è talmente tanta la preoccupazione legata ai costi delle stesse che si dimentica che grazie a queste ultime si riesce a cambiare e a migliorare la vita delle persone. Invece quando ne parliamo sembriamo sempre affranti dal costo che hanno, e mai dalla portata straordinaria che portano con loro e dell’urgenza di renderle accessibili a tutti.

Sappiamo che gli strumenti di diagnosi sono sempre più sofisticati, tanto da identificare sottopopolazioni di pazienti per cui determinate terapie potrebbero risultare particolarmente efficienti. Ma se queste terapie risultassero poi non coperte dal SSN nazionale, come può o deve agire un medico? Evitare la diagnosi conscio dell’impossibilità di cura, o effettuare la diagnosi e poi tentare una via per garantire le cure a carico del SSN?

Il medico ha sempre il dovere di andare fino in fondo e questo è un elemento essenziale del rapporto di fiducia tra cittadini e professionisti. Il medico ha il dovere di andare fino in fondo con la diagnosi e rendere edotto il paziente sulle migliori terapie a disposizione, così com’è dovere del paziente e delle associazioni di rappresentanza, dei cittadini e dei medici dibattersi affinché vi sia un’effettiva garanzia di accessibilità a queste diagnosi e, successivamente, alle relative terapie. D’altra parte, vi sono un’altra serie di problemi legati a cure o diagnosi già pienamente disponibili che molto spesso non vengono erogate a causa delle lunghissime di liste d’attesa o per semplice disorganizzazione. Cito, ad esempio, i test per la cosiddetta Brca mutazione 1 e 2 in campo oncologico. Questi danno la possibilità di scoprire con largo anticipo se una persona è a rischio di contrarre determinati tumori. Per effettuare questi test, però, in alcune Regioni ci vogliono 20 giorni, in altre oltre 8 mesi. È superfluo dire che un tumore preso con 8 mesi di ritardo, diventa un problema perché, nella migliore delle ipotesi, costa moltissimi soldi; nella peggiore, la morte del paziente.

Abbiamo assistito a un deterioramento del rapporto fra medico e paziente, con una diminuzione della fiducia da parte dei malati nei confronti degli operatori sanitari. Perché? E di chi è la responsabilità? Dei medici? Delle istituzioni? Dei malati? 

Per molti anni – bisogna ammettere – i medici hanno avuto difficoltà a calarsi in una professione medica che stava radicalmente cambiando. Negli ultimi 15-20 anni, l’aziendalizzazione ha reso molto più complesso il ruolo del medico, che deve esercitare la propria professione nel rispetto del giuramento di Ippocrate, ma al contempo deve fare i conti con la scarsità di risorse. Per cui, se un tempo il rapporto medico-paziente era di fiducia completa, con il malato che si affidava ciecamente al proprio terapeuta, oggi le persone usano sempre più spesso Internet e i social network per informarsi. I medici, dunque, devono trovare un modo per riconquistare la fiducia dei propri pazienti e cercare di adottare un mindset che sia aderente alla nuova realtà.

Cittadinanzattiva promuove l’attivismo dei cittadini per la tutela dei diritti, la cura dei beni comuni, il sostegno alle persone in condizioni di debolezza. Che suggerimento darebbe ai cittadini, affinché possano vedersi riconoscere quei diritti che percepiscono come lesi nel campo della sanità?

Gli direi di non arrendersi mai. Quando un diritto riconosciuto non è tutelato, abbiamo il dovere di batterci affinché venga rispettato, non solo per noi, ma anche per le persone che verranno dopo di noi. Ritengo che impegnarsi in prima persona sia la cosa migliore per prendersi cura del nostro Sistema sanitario nazionale e fare in modo che quest’ultimo si prenda cura di noi, com’è giusto che sia.

 

ultima modifica: 2019-07-31T09:18:29+00:00 da Alessandra Micelli

 

 

 

 

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