Perché serve una Guardia costiera europea. L’opinione di Nones

Perché serve una Guardia costiera europea. L’opinione di Nones
Bisognerebbe prevedere un percorso con tappe predefinite e possibile orizzonte temporale triennale al termine del quale l’intera gestione delle attività SAR dovrebbe essere gestita dalla Guardia costiera europea. L’analisi di Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali

Mai come quest’anno si discute sulla mancanza di una Gce-Guardia costiera europea. Se i confini marittimi degli Stati membri sono anche i confini dell’Unione europea, non si vede come la loro sorveglianza e controllo non debba coinvolgere anche le istituzioni europee. Vi dovrebbe, quindi, essere una condivisione delle responsabilità e degli oneri diretti e indiretti che questa situazione comporta.

La Gce dovrebbe avvalersi delle capacità e competenze delle Guardie costiere nazionali con un processo di progressiva convergenza sul piano operativo (comprese le ROE, regole di ingaggio), addestrativo, logistico e di comunalità dei mezzi che, in futuro, dovrebbe portare ad attività congiunte e/o miste a bordo dei mezzi navali ed aerei che dovrebbero essere approvvigionati dall’Ue. Nella fase iniziale la Gce dovrebbe cominciare a sorvegliare i confini marittimi e gestire gli interventi nelle zone SAR più lontane, mentre resterebbero di competenza delle Guardie costiere nazionali le zone SAR più vicine. Ovviamente, le due attività dovrebbero essere gestite in stretto coordinamento e sulla base di uno specifico accordo europeo. Bisognerebbe prevedere un percorso con tappe predefinite e possibile orizzonte temporale triennale al termine del quale l’intera gestione delle attività SAR dovrebbe essere gestita dalla Gce.

Tutto questo potrà essere realizzato solo se vi sarà una forte decisione politica a livello europeo che coinvolga istituzioni europee e Stati membri. Nel contempo, però, si dovrà arrivare ad un accordo europeo sulla successiva collocazione dei profughi soccorsi, basandosi su criteri oggettivi (ad esempio il peso % del Pil europeo, corretto con il tasso di disoccupazione) perché, al di là del porto di sbarco, questi non potrebbero che essere considerati come profughi “europei” e sarebbe l’Ue a doverli gestire con le proprie risorse (controllo del relativo status, rimpatrio, collocazione negli Stati membri).

Una parallela iniziativa dovrebbe essere promossa dall’Ue al fine di realizzare uno o più campi di accoglienza sulla sponda sud del Mediterraneo (ai confini fra Tunisia e Libia, fra Egitto e Libia e in Turchia), dove dovrebbero essere portati quanti venissero fermati o soccorsi in qualsiasi modo nel Mediterraneo, evitando gli attuali problemi di individuazione di un porto sicuro.

I campi dovrebbero essere collocati sul territorio del paese ospitante ed essere gestiti internamente dall’Ue insieme al paese ospitante. La protezione e il controllo esterno dovrebbero essere assicurati da quest’ultimo con finanziamenti europei, mentre il controllo interno dovrebbe essere svolto da personale europeo. Tutti gli oneri finanziari dovrebbero essere a carico dell’Ue, con evidente vantaggio economico per il paese ospitante (prodotti alimentari, servizi, trasporti, indotto legato alla presenza di personale europeo, ecc.).

All’interno di questi campi dovrebbe essere fatta l’identificazione e registrazione con il riconoscimento dell’eventuale status di profugo e l’assegnazione al paese europeo di destinazione. Per gli emigranti si potrebbe operare una prima selezione, con il successivo trasferimento solo di quanti venissero autorizzati. Gli altri dovrebbero essere incentivati a rientrare nei rispettivi paesi, attraverso l’impegno ad assicurare loro forme di microcredito una volta rientrati e l’inserimento prioritario in un registro europeo di richiedenti il visto di ingresso a condizione che non tentino nuovamente l’ingresso nell’Ue.

La costituzione della Gce dovrebbe essere accompagnata anche dall’entrata in servizio di una classe di pattugliatori europei di nuova generazione, il cui sviluppo potrebbe essere finanziato in ambito EDF-European Defence Fund avendo questi mezzi anche una seppur limitata capacità militare. L’acquisizione, invece, dovrebbe essere fatta a carico del bilancio europeo. L’obiettivo potrebbe essere quello di avere due versioni (una normale e una potenziata per missioni più lunghe e/o in condizioni meteo-marine più dure), con il massimo di comunalità. Una flotta europea così prefigurata offrirebbe una buona opportunità di lavoro per i cantieri coinvolti, garantendo una produzione prolungata nel tempo e il seguente lavoro di manutenzione e supporto logistico. In questo modo, oltre tutto, si alleggerirebbero i bilanci delle Difesa degli Stati membri delle spese oggi sostenute per le rispettive Guardie costiere nazionali.

Sul piano operativo sarebbe necessario organizzare una struttura di comando europea che potrebbe dipendere dall’Alto Rappresentante. La catena di comando dovrebbe tener conto delle competenze europee e nazionali e consentire, come già oggi avviene in altri settori come l’osservazione della terra da satelliti o il trasporto aereo militare, di contemperare le esigenze comuni con quelle nazionali.

Per l’Italia questa proposta consentirebbe di:

– Non dover più gestire il problema del soccorso ai profughi autonomamente sulla base degli accordi e delle normative internazionali e bilaterali, ma farlo attraverso le Istituzioni europee.

– Ottenere che il Comando Operativo della Gce sia guidato dall’Italia e che la sede del Comando sia collocata in Italia.

– Offrire alla nostra industria cantieristica un’occasione importante di crescita nel settore dei pattugliatori.

Una proposta italiana in questa direzione consentirebbe di dimostrare che si vogliono davvero risolvere i problemi e che non si vogliono lascia marcire solo a fini elettorali interni. E che, anche in questo campo, non serve meno Europa, ma più Europa.

ultima modifica: 2019-07-10T10:10:14+00:00 da Michele Nones

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