Tav, il valore della lettera all’Ue (che ridimensiona le manifestazioni in Val di Susa)

Tav, il valore della lettera all’Ue (che ridimensiona le manifestazioni in Val di Susa)
La missiva inviata dalla struttura del ministero dei Trasporti, con la quale l’Italia ha detto sì alla TAV, sembra davvero chiudere un trentennio di no alle grandi opere

Da simbolo del no a tutto che ha animato il dibattito ideologico contro le grandi infrastrutture da Tangentopoli ad oggi, a emblema di un Paese che si vuole rimettere in moto investendo su crescita e sviluppo, senza bloccare i cantieri.

La lettera inviata ieri a Bruxelles dalla struttura del ministero dei Trasporti, con la quale l’Italia ha detto sì alla TAV mettendo fine ad almeno un ventennio di proteste estenuanti (sulla scorta delle quali è nato il Movimento Cinque Stelle), sembra davvero chiudere un trentennio di no alle grandi opere, un lungo periodo nel quale l’emotività e l’irrazionalità hanno impedito qualsiasi confronto politico. Il valore simbolico di questa lettera ridimensiona il peso anche della manifestazione NO TAV di oggi in Val di Susa, una iniziativa legittima ma fragile perchè nel frattempo è stato detonato il suo valore ideologico.

Con il referendum per chiudere le centrali nucleari nel 1987 si è dato avvio di fatto ad un lungo periodo di conflittualità, acuito dal 1992 con l’accelerazione sempre maggiore contro le opere pubbliche e la necessità di intensificare i controlli e disciplinare le procedure (Antonio Di Pietro nel 1997 divenne ministro delle Infrastrutture), confluito poi nella “deriva” ambientalista con le battaglie dal 2007 in poi contro trivelle e gasdotti, che hanno aperto la strada al no a tutto.

In mezzo il fallimento di Italia ’90, i campionati del mondo di calcio che non hanno lasciato in dote alcun impianto sportivo perché progettati e concepiti già vecchi (chi scrive non è a favore di tutte le infrastrutture ma solo di quelle utili e che soddisfino i criteri dell’interesse generale), e la Legge Obiettivo (2001), la cui finalità era quella di riportare in agenda il tema delle infrastrutture come leva strategica dello sviluppo. Poco per un Paese che negli ultimi trenta anni ha realizzato solo il 13% di nuove infrastrutture e che, Alta Velocità ferroviaria a parte (a proposito quando il Paese si decide di ricordare come merita un civil servant come Lorenzo Necci?) di nuove grandi infrastrutture ne ha realizzate davvero pochine.

Quello che la lettera del Ministero ha messo nero su bianco era già contenuto nelle affermazioni del Commissario straordinario di governo per la Torino-Lione Foietta, che a dicembre 2018 aveva ribadito un concetto tanto evidente quando chiaro e cristallino: a parlare sono solo gli atti.

“Non c’è nessun atto che blocchi l’opera, affermò Foietta, ad ora, solo parole in libertà. Ci sono invece gli impegni presi per gli appalti”.

E a nulla, in tal senso, sarebbero serviti gli ulteriori approfondimenti in termini di costi e benefici voluti dal Ministro Toninelli perché questo progetto della TAV non solo è strategico per la Ue, ma è il risultato di 280 incontri promossi con gli amministratori e le comunità locali dai tempi del I Governo Prodi. Semmai le istituzioni a suo tempo hanno peccato per il troppo silenzio, lasciando colpevole spazio alla protesta, che la rete e i social network hanno trasformato in dissenso.
Il richiamo di Foietta faceva seguito a quello di uno dei Commissari Ue, che ricordava allora il valore della TAV Torino-Lione nel quadro dello sviluppo infrastrutturale europeo, il cui ritardo nella realizzazione può essere sanzionato con lo stop dei fondi.

Ancora una volta, insomma, ad essere sotto i riflettori sarebbe stata la reputazione e l’affidabilità dell’Italia, perché tutti questi no, tutte queste conflittualità esasperate sui territori, si traducono in un costo economico e soprattutto producono un deficit forte in termini di credibilità del nostro Paese, che invece ha bisogno di tornare a pesare a livello internazionale, per attrarre investimenti, giocare un ruolo decisivo nella gestione delle crisi umanitarie del Sud Europa, e contare nella complicata partita energetica che vede proprio il Mediterraneo al centro delle strategie di Usa, Russia e Cina.

Dare centralità al tema delle infrastrutture nell’agenda di Governo significa stimolare un percorso strutturato che avvii la costruzione di un ecosistema dinamico per rilanciare gli investimenti nel settore, che devono contemplare anche le opportunità legate alla Digital trasformation.

Il si alla TAV, pertanto, ristabilisce un equilibrio di fondo, che solo il tempo ci dirà se avrà contribuito a modificare definitivamente la percezione delle infrastrutture nella pubblica opinione.

ultima modifica: 2019-07-27T17:00:57+00:00 da Stefano Cianciotta

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