Huawei, Washington mantiene la promessa (ma non cambia idea sul rischio cinese)

Huawei, Washington mantiene la promessa (ma non cambia idea sul rischio cinese)
Il Dipartimento del Commercio si è detto pronto ad approvare - se ciò non pone rischi per la sicurezza nazionale - le vendite di alcuni prodotti Usa a Huawei, a seguito di puntuali controlli di sicurezza. Ma i dubbi americani sul 5G restano, così come la fragilità della parziale tregua

L’annuncio, un po’ a sorpresa, era arrivato dal presidente Usa Donald Trump durante il G20 di Osaka e ora l’amministrazione si accinge a compiere il primo passo di una scelta tesa sia alla distensione dei rapporti con la Cina sia alla non eccessiva penalizzazione delle aziende americane. Nel caso in cui non ci siano minacce alla sicurezza nazionale, il governo degli Stati Uniti rilascerà licenze per le aziende americane che vorranno fare affari con il colosso delle telco Huawei, compagnia della Repubblica Popolare al centro dello scontro globale tra Washington e Pechino.

L’ANNUNCIO DI ROSS

A dare la notizia è stato il segretario al Commercio Wilbur Ross, lasciando però – sottolinea Reuters - l’incertezza su quali prodotti riceveranno il disco verde. È stato il suo stesso dipartimento a inserire il gigante di Shenzhen in una ‘lista nera’. Una condizione che, ha spiegato il politico americano, non cambierà, per il momento: le licenze autorizzate saranno adeguatamente selezionate dopo attente procedure di controllo, ma ci saranno.

LA MOSSA AMERICANA

Una mossa, quella di Trump e della sua amministrazione, che va letta in due modi. Da un lato l’inquilino della Casa Bianca va incontro a Pechino e ai suoi colossi tech, in primis Huawei, simbolo della contesa che si sta consumando tra Washington e Pechino sul delicato terreno delle reti ultraveloci di nuova generazione, il 5G. Dall’altro, in questo modo, il presidente americano potrà contribuire a ‘sanare’ una situazione che – aveva raccontato nelle scorse settimane il New York Times – avrebbe visto in queste settimane aziende leader nel settore dei semiconduttori, come Intel e Micron, trovare il modo di evitare il ban facendo leva sull’etichettatura delle merci, rendendole così non fabbricate in America e quindi vendibili se non contengono tecnologia che possa rappresentare un rischio per la sicurezza nazionale. Le tech cinesi lavorano da anni, con risultati non all’altezza delle aspettative secondo gli addetti ai lavori, alla realizzazione di chipset proprietari, ma dipendono tutt’ora da quelli Usa, anche se stanno tentando con fatica di diversificare la catena di approvvigionamento.

LE PRESSIONI

Non è un mistero che dopo l’inserimento di Huawei (secondo produttore di smartphone al mondo dopo la sudcoreana Samsung e prima dell’americana Apple) nella blacklist, l’industria dei semiconduttori abbia esercitato molte pressioni sul governo degli Stati Uniti affinché potesse vendere almeno articoli non considerati “sensibili”, e Huawei potesse acquistarli all’estero, dopo attenta analisi. Un modo, secondo l’industria, di non fare in modo che anche le imprese americane siano eccessivamente penalizzate dal braccio di ferro tecnologico tra i due Paesi.

LA POLITICA

Se la mossa di Trump, infatti, fa parte di uno sforzo per riavviare colloqui commerciali in stallo con la Cina (e per non scontentare l’industria tech nazionale), dall’altro il consulente economico della Casa Bianca Larry Kudlow ha chiarito che gli acquisti da parte del governo degli Stati Uniti rimarrebbero off-limits (così come qualsiasi azione che coinvolga il 5G) mentre i requisiti di licenza sono stati attenuati solo per merci “generali”, che a detta sua implicano “nessuna influenza o conseguenze sulla sicurezza nazionale”. Segno che una tregua totale è al momento molto lontana e che Washington non ha messo da parte tutti i dubbi sui potenziali rischi derivanti dall’utilizzo di tecnologia cinese nelle nuove reti mobili ultraveloci.

GLI SCENARI

Permangono – come evidenzia un’analisi del New York Times – profonde frizioni tra i due Paesi. Ad esempio non è ancora chiaro se la Cina accetterà di inserire negli accordi, come invece richiesto dall’amministrazione Usa, modifiche alle sue pratiche commerciali previste dalla legge sull’intelligence che prevede l’obbligo per le aziende della Repubblica Popolare di collaborare con la madrepatria. Inoltre il segretario al Commercio Wilbur Ross, che guida politicamente questo processo di controllo, ha spiegato che l’amministrazione è molto attenta alla “fusione” (così la chiama) che sta avvenendo tra l’esercito cinese e le attività civili del Paese. Nuovi sviluppi sono poi attesi ad ottobre, quando il Dipartimento del commercio americano emetterà la “interim final rule”, ovvero una decisione finale sull’operatività delle aziende inserite nella black list, la quale attuerà ufficialmente l’ordine esecutivo.

ultima modifica: 2019-07-10T18:48:51+00:00 da Rebecca Mieli

 

 

 

 

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