Usa fuori dall’Afghanistan ma con un occhio agli interessi strategici nel Paese. Conversazione con Claudio Bertolotti, analista del Cemiss e direttore di Start InSight, in libreria con “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga”

Secondo alcune informazioni ottenute dal Washington Post, gli Stati Uniti si stanno già preparando a ritirare parte delle truppe dall’Afghanistan come mossa all’interno di un negoziato con i Talebani per raggiungere un accordo di pace e porre fine a un impegno che per gli Usa dura da 18 anni. “C’è chiaramente la necessità per il presidente Donald Trump di tenere fede alle promesse elettorali in vista della rielezioni del 2020″, ci spiega Claudio Bertolotti, analista del Cemiss e direttore di Start InSight, tra i massimi esperti europei sull’Afghanistan, in libreria con “Afghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga” (editore Start InSight).

“Trump – continua Bertolotti – sta recuperando sul grande errore strategico di Barack Obama, che nel 2011 annunciò l’aumento delle truppe in Afghanistan a 140mila unità ma dando un tempo per il ritiro di 18 mesi. Alla scadenza, i soldati americani lasciarono il paese in massa e questo si portò dietro un sostanziale collasso delle strutture di sicurezza, con i talebani che avevano soltanto rimandato le loro offensive”.

RIDUZIONE DELLE UNITÀ NATO

Secondo Bertolotti comunque si tratterà di una riduzione, e non di un ritiro completo, che riguarderà soltanto una delle due missioni che gli americani hanno nel paese, quella che va sotto il nome Resolute Support e che si inserisce nel quadro Nato: “È una missione molto importante per l’aspetto della comunicazione e del collegamento con il comparto della sicurezza locale, anche se è stata modificata in corso. I militari Nato si occupano adesso di fornire il supporto alla pianificazione militare degli afghani, ossia non si trovano più a fare consulenza sul terreno o training, ma insegnano agli ufficiali a livello di corpo di armata a pianificare le attività”.

“Ma dobbiamo dire la verità – chiosa – circa la metà delle 300 mila unità di sicurezza del paese non è ancora in grado di lavorare in autonomia, ossia contrastare l’avanzata dei gruppi armati”. Un problema, la sicurezza, attorno a cui è ruotato anche parte dello scontro all’interno della diarchia Ghani-Abdullah.

COSA FARANNO GLI ALTRI PAESI?

Cosa succederà con il ritiro americano alle forze armate degli altri Paesi che compongono la missione? Gli americani chiederanno un bilanciamento con un aumento dell’impegno degli atri? “Fino a dieci mesi fa, Washington aveva chiesto un maggior impegno agli alleati all’interno di Resolute Support. Era stato accolto soltanto dal Regno Unito, che aveva raddoppiato il proprio contingente, ma da allora nessuno ha fatto più niente. Adesso credo sia lecito pensare che seguirà un rischioso ridimensionamento. Gli altri paesi chiederanno che si inneschi un effetto domino e che al ritiro americano ne corrisponda uno generalizzato”.

E dunque toccherà anche all’Italia? “Alla presentazione del mio libro meno di venti giorni fa, il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha parlato di una riduzione di 200 uomini italiani dopo le elezioni presidenziali afghane, che sono in programma per la fine di settembre”.

LE CONCESSIONI AI TALIBAN

Ecco, le elezioni? I Talebani non hanno mai concesso l’esercizio elettorale, ma stavolta qualcosa potrebbe cambiare, giusto? “È possibile, potrebbero concedere una sorta di contentino al governo e accettare le votazioni. Ma lo faranno in cambio di grosse concessioni ricevute dagli americani all’interno del dialogo di pace”. Di cosa parliamo? “Innanzitutto gli Usa hanno promesso l’eliminazione dei leader del gruppo ribelle da tutte le black list, e poi, soprattutto, hanno trovato un accordo con l’esecutivo afghano sulla partecipazione del gruppo nella power sharing del paese”.

Bertolotti spiega che questo sostanzialmente significa che in quel 40 per cento di territorio di cui i Taliban hanno il controllo, gli verrà concesso di fare ciò che vogliono, chiudendo un occhio anche su attività illegali come il narcotraffico, che attualmente rappresenta più della metà dei proventi del gruppo. Il narcotraffico afghano è un elemento centrale nel paese: l’Afghanistan contribuisce per il 92 per cento al mercato degli oppiacei nel mondo. Ed è anche un aspetto socio-economico: “Basta pensare che in un paese sostanzialmente agricolo si importa il grano, perché i talebani hanno costretto molte popolazioni rurali a coltivare papavero da oppio”.

LA DIPLOMAZIA TALEBANA

“I Talebani sono stati molto bravi in questi ultimi anni a crearsi vari canali negoziali per costruire un sistema che tuteli i propri interessi. Da un lato hanno avuto l’Iran, che ha sempre avuto interesse a mantenere, con aiuti al gruppo, un livello di conflittualità gestibile nel paese, in modo da tenere gli Stati Uniti impegnati. Poi ci sono stati gli Usa, appunto, un elemento determinate come abbiamo detto, tramite i negoziati di Doha. Ma hanno parlato anche con la Russia, soltanto quest’anno sono stati due volte in delegazione ufficiale a Mosca. E con la Cina”.

La Cina è uno degli elementi di interesse per la permanenza americana, giusto? “Corretto. I cinesi hanno grande interesse nella stabilizzazione del paese perché hannoacquisito la stragrande maggioranza delle concessioni per le attività estrattive, da cui tirano fuori materie prime di vario genere e terre rare utili nel comparto tecnologico. Però hanno un problema: estraggono ma non trasportano, per il momento stoccano perché il sistema infrastrutturale in Afghanistan non dà sufficienti garanzie di sicurezza, ecco perché vogliono stabilità, anche nel più ampio contesto del progetto BRI, e per cercarla hanno creato un tavolo di contatto con i Taliban”.

GLI INTERESSI STRATEGICI USA

Ma stante il quadro, i vari attori esterni e le varie sensibilità, gli Stati Uniti usciranno realmente dal paese? “Qui dobbiamo parlare dell’altra delle due missioni americane nel paese, ossia Freedom Sentinel, che è la prosecuzione dell’originaria Enduring Freedom”. Di cosa si tratta? “È una missione solo statunitense che ha obiettivi multipli. Si parte dal counter-terrorism, con occhi puntati su ciò che resta di al Qaeda e la crescente minaccia dello Stato islamico del Khorasan, ma ha anche valore strategico”.

Come, e perché? “Dobbiamo tener conto che gli Stati Uniti hanno un accordo con l’Afghanistan per usare in esclusiva determinate basi chiavefino al 2024. È un’intesa che si rinnova con poco più di una stretta di mano tra i ministri della Difesa, e serve agli Usa per due ragioni. La prima è mantenere capacità operativa contro quei gruppi terroristici, la seconda ha valore geopolitico”. Bertolotti spiega che se si guarda la carta geografica si noterà che l’Afghanistan si trova al centro di un contesto con diversi dossier strategicamente interessanti per Washington. Dal territorio afghano, con un caccia, si copre una parte di Cina, una parte di Russia e una di India, si può creare accerchiamento all’Iran, e ci si proietta sulle repubbliche centroasiatiche.

 

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