Crisi di governo e politica, perché invertire la rotta. Parla Fabbri (Limes)

Crisi di governo e politica, perché invertire la rotta. Parla Fabbri (Limes)
Il governo, che ormai ha aperto la crisi, non è riuscito ad essere incisivo in politica estera, anzi. Formiche.net ha proseguito il dibattito animato sul tema con Dario Fabbri, consigliere scientifico e coordinatore America di Limes: “Se Roma volesse scarrellare dall'attuale sfera di influenza ci sarebbero conseguenze molto gravi”

Con il giornalista, Dario Fabbri, consigliere scientifico e coordinatore America di Limes, prosegue il dibattito innescato dall’appello di Formiche.net al governo per un ruolo più intenso in politica estera. Fabbri, partendo dai dossier chiave come Cina, Iran e Libia, tratteggia l’attuale perimetro di azione italiano e le possibili influenze future, nella consapevolezza che l’Italia mostra difficoltà strutturali evidenti che tendiamo a sottovalutare.

Le non posizioni dell’Italia su molti dossier di politica estera la consegnano all’irrilevanza internazionale?

Forse irrilevanza è troppo, perché l’Italia comunque gode di una posizione geografica invidiabile: è al centro del Mediterraneo ed è una media potenza regionale che ha una sua voce all’interno del continente europeo. Se sapesse sfruttare meglio queste caratteristiche, anche in chiave demografica ed economica, ne guadagnerebbe. L’esempio più classico è proprio il mare nostrum: gli italiani, di fatto, vivono nell’orrore del Mediterraneo. Una parte, quelli settentrionali, vorrebbero essere mitteleuropei e non si capisce bene perché. Di contro si ha l’impressione, come accadeva a tutti i popoli non marittimi, che dal mare arrivino solo disgrazie.

Come il dossier migranti?

Sembra quasi che l’Italia viva solo sulla difensiva rispetto al suo mare di competenza, invece una potenza degna di questo nome il suo mare lo domina. Certo, ci sono anche potenze superiori con cui confrontarsi ma un Paese serio non immagina il mare e la propria posizione geografica soltanto come un impedimento o una paura: invece dovrebbe essere considerato una risorsa. Per cui non dovremmo rischiare la marginalizzazione, perché abbiamo un nostro peso, ma certamente pesiamo molto meno di quanto dovremmo.

Da queste colonne l’ex ministro degli esteri Franco Frattini ha osservato che bisogna schierarsi e non rimanere in questo limbo tra est e ovest. Ha ragione?

Non so dire se l’Italia sia in un limbo, ma credo ci sia una sensazione rispetto alla sfera di influenza molto volitiva, in senso politologico. come se quella sfera sia un qualcosa a cui si aderisce: penso sia giusto valutarne la dimensione obbligata.

In che modo?

Non siamo parte della sfera di influenza americana per scelta, avendo perso la seconda guerra mondiale e lì siamo rimasti: ci sono 13mila militari Usa sul nostro territorio. Nessuno è parte di una sfera di influenza per scelta: per cui se Roma volesse scarrellare da quella attuale ci sarebbero conseguenze molto gravi, ma non diplomatiche. Credo che l’Italia se vive in un limbo lo fa per tentare di avere il suo spazio di manovra e avere vie di fuga non fittizie.

Ad esempio?

Da sempre abbiamo la via di fuga con la Russia, una sponda con cui si cerca di ottenere qualcosa per ricordare a chi ci è sopra che noi abbiamo altre vaghe possibilità. Oggi proviamo in maniera molto goffa e molto più rischiosa a farlo addirittura con la Cina. Non è di per sé sbagliato, ma la domanda centrale da fare circa le relazioni internazionali è: che cosa vogliono fare gli americani della Russia? Non esiste quesito più importante.

In base alla risposta come cambierebbe il ruolo italiano?

Il rapporto tra Usa e Cina è nettamente più chiaro rispetto a quello tra Usa e Russia. Con Pechino Washington sarà in competizione e se ciò si tramuterà in guerra lo vedremo. Mi chiedo: Washington userà Mosca contro Pechino? Quando verrà sciolto questo dilemma, l’Italia potrebbe avere una posizione molto vantaggiosa proprio perché gioca di sponda con la Russia da molto tempo. Per cui non è sbagliato avere tale posizione, ma bisognerebbe farlo in maniera intelligente e non con modi goffi.

Con quale perimetro?

Dovremmo fare come nel dopoguerra, con un piglio capace, con le dovute differenze. A quel punto, se gli Usa volessero usare la Russia contro la Cina, noi saremmo avanguardia.

Il silenzio italiano sull’Iran dovrebbe tramutarsi in pattugliamento del golfo?

Qui la posizione è più imbarazzante e più complessa da gestire, visto che abbiamo rapporti commerciali eccezionali con l’Iran, che era nostro fornitore di idrocarburi. Considerate le questioni aperte fra Teheran e Washington, noi vorremmo avere buoni rapporti con l’Iran, ma non possiamo in questa fase pattugliare Hormuz e non capire come sia una scelta troppo muscolare da parte nostra.

Se dovessimo scegliere?

Probabilmente rimarremmo a metà del guado. Se gli americani ci spingeranno faremo, come spesso è capitato all’Italia, un pattugliamento cosmetico facendo vedere agli iraniani che lo facciamo in maniera riluttante: un nostro grande classico. Ma temo che in un caso come questo avremo poco da guadagnarci.

In Libia Roma non svolge il ruolo che le spetta di diritto: il disimpegno Usa scopre le nostre falle?

Non vedo disimpegno Usa perché gli americani non si sono mai impegnati davvero in Libia. Ci dicono che se ne vanno dalla Libia per dirci che ci sono. Per avere un’idea, osservo che in Nordafrica per gli americani la Libia è il terzo dossier di importanza, al primo posto c’è l’Egitto e al secondo l’Algeria. Il nostro ruolo, invece, dovrebbe essere nettamente maggiore per prossimità geografica, per storia e influenze. Ma siamo nella difficoltà di trovarci in un paese che, improvvisamente, è diventato terreno di competizione tra potenze più spregiudicate di noi.

Come Francia e Turchia?

Difficile per l’Italia trattare con Ankara, un Paese di tradizione imperiale in una fase geopoliticamente ascendente. Aggiungerei Il Cairo, che ha un esercito di massimo rispetto. Per cui sì, dovremmo avere un ruolo superiore in Libia, ma abbiamo difficoltà strutturali evidenti che noi tendiamo a sottovalutare.

F35, l’Italia rischia chiusura programma?

Dipende da noi. Di certo, gli Stati Uniti faranno di tutto per tenerci nel programma, per motivi strategici e industriali. Anche qui, qualora rinunciassimo (anche parzialmente) ai prossimi lotti, ne subiremmo le conseguenze.

La Casa bianca formalizza divieto accordi governativi con Huawei. Roma in ansia?

Qui il discorso è più complicato. Dopo aver incoraggiato la diffusione in Italia e negli altri Paesi Nato di una mentalità economicistica, affinché ci occupassimo poco delle questioni strategiche, oggi Washington ci chiede di rinunciare al 5G cinese per ragioni esclusivamente geopolitiche. Credo sia comprensibile che un Paese come il nostro si mostri spaesato davanti a tale richiesta.

twitter@FDepalo

ultima modifica: 2019-08-09T09:13:49+00:00 da Francesco De Palo

 

 

 

 

 

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