Così il governo (strabico) corteggia le parti sociali e vuole chiudere il Cnel. Il commento di Pennisi

Così il governo (strabico) corteggia le parti sociali e vuole chiudere il Cnel. Il commento di Pennisi
Si è di nuovo messa in discussione l'esistenza del Cnel, ma tale istituzione ha un ruolo importante in questi difficili anni di transizione economica, politica e sociale in cui i corpi intermedi hanno un ruolo sempre maggiore nella formazione delle scelte pubbliche e necessitano, quindi, di un assetto istituzionale. Il commento di Giuseppe Pennisi

L’esecutivo non solo passa da una crisi di nervi all’altra e pare diviso su tutto (tranne che sugli insulti reciproci) ma è affetto da acuto strabismo. Da un lato, i due vice presidenti del Consiglio fanno a gara nel corteggiare le parti sociali (e bisticciano su chi le convoca prima e meglio) e, dall’altro, pur ribadendo ogni due giorni che il governo Renzi è stato la causa di tutti i mali del Paese fa proprio uno dei cavalli di battaglia del fiorentino: la chiusura della “casa comune” di sindacati, imprenditori e terzo settore, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (Cnel). Una proposta di legge, benedetta dall’esecutivo gialloverde inizia ad essere discussa in Senato il 2 agosto. C’è da essere strabiliati che quello che fu il vessillo del governo Renzi, e ne sarebbe dovuto essere lo scalpo (ma il referendum non lo permise) diventa ora bandiera gialloverde.

È tanto più strano in quanto il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, napoletano, è consapevole che i tentativi di soppressione del Cnel sembrano associati ad una maledizione come quella del mostro di Loch Ness: portano male a chi li mette in opera. Al pari di Gervasio Savastano, in una commedia di Peppino De Filippo, probabilmente ripete “Non è vero ma ci credo!”, augurandosi di non fare la fine di Matteo Renzi e che la proposta si perda nella calura estiva.

L’ESPERIENZA DI LAVORO AL CNEL

Ho fatto parte del Cnel dal luglio 2010 all’aprile 2018 nel gruppo di dieci esperti nominati direttamente dal Capo dello Stato ed ho avuto il compito di presiedere la Commissione speciale per l’informazione che ha la funzione di archiviare e catalogare i contratti di lavoro nel settore privato e di redigere il rapporto annuale sul mercato del lavoro. Sono stato uno dei “giapponesi” – così chiamati da alcuni cronisti – rimasti al Cnel dopo che un’improvvida norma di dubbia costituzionalità azzerò, dal primo gennaio 2015, l’emolumento di 25mila euro lordi l’anno ed il rimborso delle spese di missione. Mi sono consultato con chi mi aveva nominato: non solo l’esito del referendum sulla riforma costituzionale era incerto (ha, come è noto, stravinto il no) ma servire lo Stato è molto più importante di 1200 euro netti al mese e di pagare di tasca propria viaggi essenziali per servizio. Ho lavorato con assiduità ed impegno per l’organo anche dopo il primo gennaio 2015. La relazione tecnica alla norma che ha reso difficile il lavoro del Cnel affermava che al referendum avrebbe vinto il sì e che l’organo sarebbe stato soppresso. La norma comportava un risparmio di 500mila euro a fronte di una spesa di 10 milioni di euro per manutenzione dei locali e costi dei dipendenti. Quindi una spending review al contrario.

IL RUOLO DI QUESTA ISTITUZIONE

Il Cnel ha un ruolo importante in questi difficili anni di transizione economica, politica e sociale in cui i corpi intermedi hanno un ruolo sempre maggiore nella formazione delle scelte pubbliche e necessitano, quindi, di un assetto istituzionale. Ciò spiega perché sono circa un centinaio gli Stati che si sono dotati di Consigli economici e sociali (o con una denominazione leggermente differente), perché anche l’Unione Europea e la Nazioni Unite hanno organi analoghi (di cui fa parte il Cnel italiano), perché esiste un’associazione internazionale (Aicesis) che collega queste istituzioni (l’Italia ne ha avuto la presidenza nel 2009-2011). In questi anni, la natura stessa dei corpi intermedi è mutata: è diminuito il ruolo dell’industria e del sindacato novecentesco e cresciuto quello delle professioni, del volontariato, del terzo settore e di quelle altre forme di imprenditorialità e di lavoro che solo pochi decenni orsono avevano un ruolo marginale nella società. Lo vedeva chiaramente Marco Biagi nel proporre uno statuto dei lavori.

La soppressione del Cnel determinerebbe l’abrogazione dell’unica norma di legge che riconosce la rappresentatività determinando, conseguentemente, la caducazione di un impianto di norme nazionali e regionali che identificano compiti e prerogative in capo alle Organizzazioni rappresentate dal Cnel e/o presenti presso il Cnel. Farebbe la gioia di chi fa sottoscrivere contratti pirata e di chi impiega lavoratori al nero. Come si concilia questo aspetto con le tesi di chi auspica un equo salario? Solo un terzo dei contratti collettivi nazionali di lavoro sono firmati da Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Questo indicatore dimostra che un organo come il Cnel è necessario per aiutare governo e Parlamento se non altro, a sbrogliare la intricata matassa della rappresentanza e della rappresentatività.

ultima modifica: 2019-08-01T10:00:46+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

 

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