Un’inchiesta del Wall Street Journal porta alla luce attività svolte da Huawei a fianco dei governi di Zambia e Uganda, aiutati a reprimere le opposizioni

La società delle tel-co cinese Huawei avrebbe aiutato i governi di Uganda e Zambia a spiare e intercettare gli oppositori politici, pratica utilizzata da certi sistemi autoritari per reprimere sul nascere gli antagonisti. Le informazioni sono state raccolte dal Wall Street Journal in un’inchiesta giornalistica che segna un passaggio importante nel confronto che gli Stati Uniti hanno ingaggiato contro la ditta di Shenzen, accusata (fin dal 2012) di lasciare le porte aperte dei propri sistemi di telecomunicazioni allo spionaggio del governo cinese. Ora il WSJ aggiunge un altro strato: non solo la questione sicurezza — su cui Washington batte affinché tutti gli alleati seguano la linea d’esclusione contro Huawei lanciata dalla Casa Bianca nel 2018 — ma anche il peso di aver facilitato lo sfregio di diritti su cui si sono costruiti certi regimi africani. Argomento che incrocia un tema di stretta attualità se si pensa alle accuse contro la Cina per l’autoritarismo dimostrato su dossier come Hong Kong, o Taiwan e Xinjiang.

Huawei Technologies, la più grande società di telecomunicazioni al mondo, domina i mercati africani, ma l’inchiesta del giornale di Wall Street dice che avrebbe venduto strumenti di sicurezza che i governi usano e hanno usato per la sorveglianza digitale e la censura. Un’accusa non da poco anche solo per il danno di immagine che la ditta potrebbe subire. Peggio ancora se fosse vero anche che sarebbero stati alcuni dipendenti di Huawei a occuparsi di quei servizi non dichiarabili pubblicamente, come le intercettazioni, che hanno aiutato certi governi a ottenere o mantenere la presa sul potere (per esempio: in Uganda, il paese di Idi Amin, nel 2017 è stata approvata una legge che permetterà al presidente Yoweri Museveni, uno che è in carica dal 1986, di restarci fino al 2031; ossia a vita).

Il quotidiano non ha ottenuto prove di attività di spionaggio compiute da o per conto di Pechino in Africa e nemmeno le prove di responsabilità dei top manager di Huawei, o le prove che questi fossero a conoscenza delle attività compiute a favore dei governi dei due Paesi citati. Tuttavia dalle indagini emerge che ci sono stati dei dipendenti di Huawei che hanno avuto un ruolo diretto.

In una nota, la società cinese ha già respinto i risultati del lavoro del WSJ, affermando che “non ha mai partecipato ad attività di hacking”. Huawei respinge completamente quelle che chiama “accuse infondate e imprecise”: “La nostra indagine interna mostra chiaramente che Huawei e i suoi impiegati non hanno mai partecipato a nessuna delle attività di cui sono accusati. Non abbiamo né i contratti, né le capacità per farlo”. Il portavoce della società ha anche spiegato che certe cose sono vietate dal codice di comportamento aziendale. Il governo ugandese ha confermato che i dipendenti di Huawei hanno lavorato con le agenzie d’intelligence e le forze dell’ordine locali per rafforzare la sicurezza nazionale, ma non ha voluto commentare le accuse di spionaggio. Il portavoce del primo partito in Zambia ha confermato che i tecnici di Huawei hanno aiutato il governo a combattere le “fake news” diffuse dai siti di opposizione.

Il WSJ ha però informazioni ottenute da fonti interne. A Kampala, in Uganda, secondo quanto riferito, i dipendenti Huawei hanno aiutato l’unità di sorveglianza informatica governativa a entrare nel gruppo WhatsApp di Bobi Wine, un oppositore politico dell’attuale presidente Museveni. I dipendenti Huawei avrebbero utilizzato spyware prodotto da una società israeliana per penetrare la chat. Wine e dozzine di suoi sostenitori sono stati arrestati. In Zambia invece i tecnici Huawei hanno aiutato il governo ad accedere ai telefoni e alle pagine di Facebook appartenenti ai blogger che si oppongono al regime del presidente Edgar Lungu. Questo ha permesso all’unità di cyber-sorveglianza zambiani di individuare le posizioni dei blogger e farli arrestare.

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