Sanità, esiste (davvero) il diritto alla salute? Parla Sileoni

Sanità, esiste (davvero) il diritto alla salute? Parla Sileoni
"C’è il rischio di attribuire la priorità alle esigenze di spesa, sacrificando il principio ippocratico della libertà prescrittiva del medico secondo scienza e coscienza, e questo è sbagliato. Se esiste una priorità certo non è quella della spesa". Conversazione con Serena Sileoni, direttore dell'Istituto Bruno Leoni

sanitàInnovazione tecnologica, sostenibilità finanziaria e dialogo pubblico privato. Sono queste tre delle sfide più importanti con le quali deve confrontarsi il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Trovare un equilibrio tra contenimento della spesa e soddisfacimento della domanda di cura di una popolazione che aumenta costantemente le sue richieste è l’arduo compito a cui sono chiamati gli attori politici italiani. Con Serena Sileoni, Direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni, abbiamo provato a fare il punto sugli aspetti più critici che si delineano nel futuro del SSN italiano, in occasione del progetto “In Scienza e Coscienza” nato dalla collaborazione fra Fondazione Roche e Formiche con l’obiettivo di interrogarsi – e interrogarci – sul dibattito in merito alla libertà prescrittiva del medico e ai vincoli economici imposti dalla limitatezza delle risorse e dalla necessità di Regioni e aziende ospedaliere di gestire il contenimento della spesa sanitaria: come bilanciare le migliori cure con la sostenibilità finanziaria? 

Innovazione e sostenibilità finanziaria sono due capisaldi intorno ai quali dovrebbe ruotare la politica sanitaria nazionale. Secondo lei qual è la scala di priorità e dove si trova il punto di equilibrio?

Non sono principi contrapposti quindi non occorre individuare una priorità. L’innovazione è un veicolo di sostenibilità. Sfruttare le possibilità dell’innovazione è un modo di innovare i processi, fare innovazione di processo è un modo di rendere più efficiente la spesa pubblica e dunque renderla sostenibile. 

Come si può riuscire a conciliare la libertà prescrittiva del medico con vincoli SSN e payers? 

Qui c’è una priorità secondo me. O meglio c’è il rischio di attribuire la priorità alle esigenze di spesa, sacrificando il principio ippocratico della libertà prescrittiva del medico secondo scienza e coscienza, e questo è sbagliato. Se esiste una priorità certo questa non è quella della spesa. Questo non vuol dire che la spesa sanitaria non deve avere vincoli ma semplicemente che non può essere messa in contrapposizione con le scelte del medico. In buona sostanza la responsabilità del medico e la possibilità dei pazienti di affidargli la nostra salute e la nostra vita, non possono essere sacrificate da aprioristiche esigenze di spesa. Semplicemente occorre rendere la spesa sanitaria sostenibile senza intaccare l’ultimo decisore della salute delle persone. C’è una differenza tra tenere a bada la spesa sanitaria e costruire il servizio sanitario non sulla base della domanda di salute ma sulla base dell’offerta, a prescindere dalle necessità di cura. Pensiamo al caso della mobilità sanitaria, ci sono Regioni nel nostro Paese in cui la salute non è garantita perché l’offerta non è costruita sulla domanda, cosa che costringe i residenti in quelle Regioni a emigrare per questioni di salute. E questa è un’emigrazione tragica ed è un fenomeno talmente perverso che genera un aumento delle spese per le Regioni che non riescono a garantire il servizio e che costringono i propri residenti ad emigrare. 

Crede che la libertà prescrittiva stia perdendo centralità nel nostro sistema? 

Un po’ sì. Spesso la magistratura amministrativa ha censurato le formule sibilline attraverso le quali, soprattutto chi gestisce la sanità regionale, è più o meno incentivato a scegliere determinate tecnologie o cure al posto di altre. E questo è un modo di incidere sulle scelte del medico. 

Secondo la nostra Carta Costituzionale il diritto alla salute è di carattere universale. Secondo lei questo principio è rispettato? E quali sono, secondo la sua opinione, gli sviluppi futuri di questo principio, stante le esigenze di contenimento della spesa pubblica?

No, non è rispettato. Il principio non può essere modificato, è sacrosanto e la sua fisionomia è perfettamente costruita. Il problema è che all’atto pratico è difficile trovare l’equilibrio tra universalità e sostenibilità finanziaria. Noi comunque siamo uno Stato che offre un Servizio Sanitario avanzato però da qui a pensare che sia sufficiente dichiarare il principio di universalità del diritto per vederlo garantito ce ne passa e significa non fare i conti con la realtà. Credo che il fenomeno della mobilità sanitaria sia l’esempio più cristallino anche per i non addetti ai lavori. 

Quali sono i limiti e quali le opportunità che derivano dai brevetti dei farmaci? 

Il sistema dei brevetti, nonostante sia costantemente messo in discussione, è un punto di equilibrio che si basa sul criterio temporale ed è il migliore che si possa trovare tra la condivisione della conoscenza e la tutela delle aspettative da parte di chi ha fatto la scoperta. La tutela è necessaria non solo per questioni economiche egoistiche ma anche solidaristiche, funziona da incentivo alla ricerca scientifica, soprattutto nel campo sanitario che richiede importanti investimenti iniziali. Il sistema brevettuale credo che sia, dal punto di vista del paziente, quello che ha consentito giganteschi passi in avanti per individuare le migliori cure. Non c’è esempio storico di investimenti privati che non abbiamo consentito l’innovazione nel settore sanitario. Certo il criterio temporale è grossolano ma è il più ragionevole. L’equilibrio tra condivisione e tutela dei diritti di sfruttamento è sempre molto precario tanto che ora l’UE ha dato un colpo al cerchio della condivisione con una direttiva sull’immissione in commercio in Europa di farmaci a imminente scadenza brevettuale. Ma il principio di base è comunemente accettato. 

Crede che nella questione brevetti ci siano parti in causa che “deformano” l’informazione?

Ci sono opinioni e attori, da ogni parte, che nel mercato delle idee utilizzano gli argomenti a loro più confacenti. Lo fa lo Stato, lo fanno le imprese che investono in ricerca e le imprese che investono nel mercato farmaceutico a brevetto scaduto. Fino a che non c’è frode o pubblicità ingannevole io non vedo alcun problema, secondo me è semplice libera manifestazione delle idee anche a scopi commerciali. Il problema, tutto italiano, è quello della distorsione dell’informazione laddove attori istituzionali tendono a far pensare che la riservatezza, che è un principio sacrosanto, di alcune dinamiche negoziali, come la fissazione del prezzo dei farmaci, sia un sintomo di cattiva opacità. Ecco se c’è una distorsione dell’informazione è quella che fa della trasparenza una sorta di feticcio. 

Che impatto ha avuto l’informatizzazione della medicina sul rapporto tra medici e pazienti? Quali sono i rischi e le opportunità dei big data applicati alla medicina rispetto alla privacy dei pazienti?

Io credo che sia la conoscenza della domanda di salute che la conoscenza scientifica possano trarre vantaggi enormi. I dati della salute sono a disposizione del Servizio Sanitario affinché capisca quali sono le esigenze di cura della popolazione. Io lo vedo come un’enorme opportunità che va, però, maneggiata con cura. Va sottolineato che i big data sono anonimizzati, utilizzati a fini statistici e non sono più un bene di proprietà del titolare del dato. La raffinatezza della legislazione europea sul trattamento dei dati personali ci deve far stare tranquilli.

Quali sono le ricadute, per la spesa pubblica e per Servizio Sanitario Nazionale, del lento e costante invecchiamento della popolazione? Quali sono le riforme indispensabili? 

Al costante invecchiamento della popolazione io affiancherei anche la cronicizzazione delle malattie e l’aspettativa dei pazienti di avere una vita di gran lunga migliore rispetto a quelle dei loro avi. Le ricadute sono enormi e così gravi e serie che il Servizio Sanitario Nazionale fa finta di non vederle. Come lo si può affrontare? In un modo che gli attori istituzionali hanno già compreso da molti anni ma che faticano a recepire a livello normativo. Intendo dire che la strada è quella della valorizzazione del settore privato a partire da quello assicurativo per finire a quello eroga i servizi. Lo Stato da solo non ce la può fare, ne ha preso atto e ne è consapevole ma non l’ha ancora tradotto in azioni concrete. 

ultima modifica: 2019-08-02T09:20:06+00:00 da Maria Scopece

 

 

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